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  • Mercoledì 3 agosto 2022

Marco Cappato si è autodenunciato per aver aiutato un suicidio assistito

Dopo aver accompagnato Elena, una donna che ha praticato il suicidio assistito in Svizzera perché non ne aveva il diritto in Italia

Marco Cappato (ANSA/FABIO FRUSTACI)
Marco Cappato (ANSA/FABIO FRUSTACI)
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Mercoledì mattina alle 11.15 Marco Cappato, politico e attivista dell’associazione Luca Coscioni, è andato ad autodenunciarsi alle forze dell’ordine per aver accompagnato in Svizzera Elena, una donna veneta che in Italia non poteva accedere al suicidio assistito. Elena è morta ieri, nel modo che ha scelto, e Cappato rischia 12 anni di carcere per averla aiutata a morire.

Il reato sarebbe di istigazione o aiuto al suicidio: l’articolo 580 del codice penale italiano punisce «chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione». E benché una recente sentenza della Corte Costituzionale abbia depenalizzato in alcuni casi l’aiuto al suicidio assistito, Cappato rischia comunque una condanna, perché il caso di Elena non rientra tra quelli garantiti dalla sentenza della Corte.

Per Cappato è un nuovo atto di disobbedienza civile, dopo i casi ampiamente discussi di Fabiano Antoniani, detto dj Fabo, e di Davide Trentini, entrambi accompagnati in Svizzera per poter accedere al suicidio assistito nel 2017, rispettivamente da Cappato e da Cappato e Mina Welby, co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni. In entrambi i casi, Cappato era stato indagato, processato e infine assolto.

Il caso di Antoniani, in particolare, era finito alla Corte Costituzionale, a cui il tribunale di Milano l’aveva rinviato: con una decisione importante – nota appunto come “sentenza Cappato” – la Corte aveva sospeso il giudizio e chiesto al Parlamento di legiferare in materia e approvare una «appropriata disciplina» sul suicidio assistito.

Soprattutto, la Corte aveva stabilito che non è sempre punibile chi aiuta una persona a suicidarsi, cioè «chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

Da questo punto di vista il caso di Elena, la donna morta ieri in Svizzera, è leggermente diverso da quelli di Antoniani e Trentini. Elena, conosciuta anche con il nome di fantasia Adelina, aveva 69 anni ed era affetta da una patologia polmonare irreversibile: ma non aveva diritto all’accesso al suicidio assistito in Italia dal momento che non era tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, uno dei requisiti elencati come necessari dalla Corte Costituzionale per accedere alla pratica. Per questo, Cappato rischia di essere indagato e di dover affrontare un processo.

Quello qui sopra è l’ultimo messaggio di Elena, la donna morta in Svizzera, in cui spiega le ragioni della sua scelta e perché ha scelto di renderla pubblica. Dopo averla accompagnata a Basilea, in Svizzera, Cappato ha scritto su Twitter: «Elena ha appena confermato la sua volontà: è morta, nel modo che ha scelto, nel Paese che glielo ha permesso». Cappato si è autodenunciato alla caserma dei carabinieri di via Fosse Ardeatine, a Milano, accompagnato da Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni.