(Roberto Monaldo / LaPresse)

9 risposte sull’elezione del presidente della Repubblica

Come nasce una candidatura, e perché si “brucia”? Cosa vuol dire “contarsi”? E perché le notizie sono tutte così incerte?

(Roberto Monaldo / LaPresse)

Tra lunedì e mercoledì ci sono stati i primi tre scrutini per l’elezione del presidente della Repubblica e come ampiamente previsto sono andati a vuoto. Giovedì ci sarà il quarto, il primo in cui il quorum scenderà da due terzi degli elettori alla maggioranza assoluta, cioè 505 voti: sarà insomma la prima occasione in cui le cose potranno sbloccarsi. Se invece non si trovasse un accordo, le votazioni proseguiranno anche nei prossimi giorni.

A che punto siamo?
Il punto è che nessun blocco politico – né il centrosinistra con il Movimento 5 Stelle, né il centrodestra – ha abbastanza voti per eleggere da solo un candidato o una candidata al quarto scrutinio: entrambi sono dati intorno ai 450. Ci sono in sintesi due strade: uno dei due blocchi convince una parte dei voti in bilico e di quelli della parte avversaria, ed elegge il suo candidato; oppure ci si mette d’accordo su un candidato condiviso.

La seconda strada sembra al momento la più probabile, visto che un ventilato tentativo del centrodestra di eleggere da solo la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, molto presente stamattina sui giornali, è naufragato ancora prima di concretizzarsi: nel corso della giornata è diventato chiaro che non c’erano i numeri necessari. I candidati più citati per mettere d’accordo tutti, o per non scontentare troppo, sono l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, il presidente del Consiglio Mario Draghi e l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Cos’ha di diverso dal solito questa elezione?
Diverse cose, al di là del fatto che si stia tenendo durante una pandemia. Ruotano essenzialmente attorno al legame tra queste elezioni e il destino dell’attuale governo, che è sostenuto da una maggioranza che include tutti i partiti tranne Fratelli d’Italia ma che fa molta fatica a mettersi d’accordo su un presidente della Repubblica. Se la maggioranza si spaccasse nelle elezioni per il Quirinale, è probabile che ne risentirebbe anche il governo, e ci sarebbero buone possibilità che possa cadere.

La maggior parte dei partiti vuole evitare che si vada a votare, perché dalle prossime elezioni i parlamentari saranno ridotti di un terzo e varie forze – su tutte il Movimento 5 Stelle e Forza Italia – avranno un consenso molto ridimensionato rispetto alle elezioni politiche del 2018: in sostanza, centinaia di parlamentari sanno che non saranno rieletti. La scadenza naturale della legislatura è a marzo del 2023.

L’altra grossa anomalia è che quello che sarebbe stato probabilmente il candidato più condiviso e stimato alla presidenza della Repubblica, Mario Draghi, è attualmente il presidente del Consiglio. Questo ha provocato una serie di dubbi di natura istituzionale, forzature avvenute e ipotizzate, e soprattutto per i motivi citati sopra sta compromettendo le possibilità di Draghi di essere eletto. Diversi partiti, e diversi pezzi di partiti, temono che spostandolo dal governo al Quirinale non si riuscirebbe poi a formare un nuovo governo, concretizzando il rischio di elezioni anticipate.

Ci stanno mettendo tanto?
Dall’inizio del voto circolano estese e un po’ imprecisate pressioni affinché i grandi elettori facciano in fretta. In realtà, soltanto due volte nella storia della Repubblica si è riusciti ad eleggere il presidente prima del quarto scrutinio: nel 1985 con Cossiga e nel 1999 con Ciampi, entrambi eletti al primo tentativo con una maggioranza larga e assai rara. Le volte in cui l’elezione si è risolta al quarto scrutinio invece sono state quattro: le prime due, in cui vennero eletti Einaudi e Gronchi; la prima di Napolitano, nel 2006; e l’ultima, di Mattarella.

È normale, insomma, che arrivati a questo punto i partiti stiano ancora cercando di mettersi d’accordo. È successo più volte, poi, che un’elezione per il presidente della Repubblica si prolungasse oltre il decimo scrutinio. Per due volte si andò persino oltre il ventesimo, peraltro per due volte di seguito: in occasione dell’elezione di Giuseppe Saragat e Giovanni Leone, nel 1964 e nel 1971.

L’impressione di lungaggini maggiori del solito può dipendere dal fatto che, per via del distanziamento tra i parlamentari, è stata organizzata una sola votazione al giorno: e quindi invece che al secondo giorno il quarto scrutinio, quello in cui si può sbloccare la situazione, è arrivato al quarto giorno.

Perché si è detto che i candidati proposti dal centrodestra sono stati “bruciati” in partenza?
Perché Enrico Letta, segretario del Partito Democratico e principale leader del centrosinistra, aveva detto da subito che non avrebbe concesso al centrodestra l’iniziativa di proporre una lista di nomi provenienti dall’ambiente conservatore. Inoltre, né la vicepresidente della Lombardia Letizia Moratti, né l’ex magistrato Carlo Nordio, né l’ex presidente del Senato Marcello Pera erano i candidati dell’area di centrodestra che sembravano più potenzialmente condivisibili dal Parlamento.

Lo era invece Maria Elisabetta Alberti Casellati, anche solo per il fatto che nel 2018 fu eletta anche coi voti del Movimento 5 Stelle; e infatti martedì pomeriggio il leader della Lega Matteo Salvini l’aveva citata nella conferenza stampa, facendola diventare ufficiosamente la vera candidata. Insomma, gli analisti hanno da subito interpretato la proposta dei tre candidati come una mossa strategica del centrodestra per dimostrarsi aperti al compromesso e poter dire in seguito di aver ricevuto dei rifiuti dalle altre forze politiche, proponendo poi Casellati come estrema soluzione di mediazione.

Come nascono le candidature?
In certi casi le avanzano ufficialmente i partiti, come avvenuto con Moratti, Pera e Nordio. In altri, come per Casellati, i nomi iniziano a circolare sulle cronache politiche, confidate dagli stessi parlamentari ai giornalisti, e acquisiscono piano piano sempre più forza e credibilità. Questa soluzione ha alcuni vantaggi: permette di verificare quanta presa faccia in Parlamento un certo candidato, evitando di ricevere da subito un netto rifiuto dagli avversari. Lo protegge insomma dall’essere “bruciato”.

In altri casi, come per l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, o per l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, le candidature nascono più semplicemente perché riguardano persone note, autorevoli e con esperienza. Questi nomi possono iniziare a circolare tra i parlamentari o addirittura direttamente sui giornali nei “toto-nomi”, e poi acquisire sostanza. In altri casi, come per Draghi o Mattarella, le candidature sono piuttosto autoevidenti per il ruolo ricoperto dagli interessati.

E come muoiono?
Per un netto rifiuto di una parte politica necessaria per l’elezione. O perché emergono elementi imbarazzanti o compromettenti che le riguardano: fra lunedì e martedì si è parlato per esempio dell’esistenza di un accordo fra Salvini e Conte per votare l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini, di cui però sono venute fuori alcune posizioni filorusse giudicate incompatibili, in particolare visto l’attuale rischio di una nuova guerra tra Russia e Ucraina. Altre volte si tratta di pure questioni personali tra gli interessati e i leader politici che dovrebbero sostenerli.

Le elezioni del presidente della Repubblica hanno inoltre una componente aleatoria e legata al momento, all’inerzia di certe candidature e alle strade che prendono: candidati autorevoli e rispettati possono essere accantonati perché nelle trattative tra i partiti emergono altri elementi in favore di candidati che magari entusiasmano meno parlamentari, ma ne scontentano anche di meno.

Perché tutte le notizie sono così incerte?
Perché solo una parte delle dichiarazioni dei leader politici avviene in forma ufficiale, sui social o attraverso comunicati alle agenzie o interviste alle televisioni. La maggior parte del racconto giornalistico si basa sulle telefonate “off the record” dei cronisti con le loro fonti, cioè sulle confidenze dei parlamentari e dei loro collaboratori che aggiornano i giornalisti sulle trattative ma che non vogliono essere citati per nome. È il meccanismo dei retroscena, che spesso attribuisce ai protagonisti politici virgolettati che in realtà riguardano conversazioni private, o addirittura riportate di seconda o terza mano.

È inevitabile che i politici stessi abbiano talvolta interesse a far circolare certe notizie in forma anonima, e che sfruttino i media per prendere posizioni senza esporsi direttamente, o per costruire certe narrazioni e talvolta certe candidature per vedere che effetto fanno o per portare avanti certe strategie. Perché anche i politici stessi basano parte della loro comprensione di quello che succede su quello che dicono i media.

Gli incontri più importanti tra i politici avvengono ovviamente a porte chiuse, altri colloqui si tengono nei corridoi della Camera o nei ristoranti circostanti. Lì si appostano i cronisti, per chiacchierare poi con i parlamentari e raccogliere valutazioni e pareri da mettere negli articoli. Oppure le dichiarazioni sono date ai cronisti di agenzia che assediano i politici quando escono dalla Camera, dalle sedi di partito o persino dai bar (in gergo si chiama “tonnara” la calca di giornalisti intorno a un politico per strada).

Cosa vuol dire “contarsi”?
È quello che fanno i partiti, o le correnti di alcuni partiti, quando decidono di votare un candidato “di bandiera” nei primi scrutini: in questo modo possono dimostrare a se stessi e agli altri su quanti voti possano contare, per lanciare segnali o per acquisire potere contrattuale. In molti casi, essendo segreto il voto, un partito che ha 100 parlamentari può non essere sicuro che tutti e 100 seguiranno le indicazioni del vertice.

Quali sono i voti contendibili?
A questo giro ce ne sono un bel po’. In primo luogo provengono dai partiti che non fanno davvero parte né del centrodestra né del centrosinistra: quindi gli ex del Movimento 5 Stelle e i partiti di centro, come Italia Viva e Cambiamo.

Ma ce ne sono altri. Proprio per le diverse anomalie di queste elezioni, e in particolare perché arrivano verso la fine di una legislatura che ha sostenuto tre governi con maggioranze totalmente diverse, i partiti sono piuttosto logorati.

Il Movimento 5 Stelle in particolare, ma probabilmente anche in misura minore il Partito Democratico, Forza Italia e la Lega, hanno al loro interno correnti e gruppi di parlamentari scontenti, con interessi diversi da quelli dei leader e intenzionati a sabotare la propria dirigenza. Circolano varie stime su quanti possano essere questi parlamentari contendibili – sono quelli che Berlusconi aveva provato a convincere con la sua “operazione scoiattolo” – e vanno da alcune decine fino a duecento.