(Roberto Monaldo / LaPresse)

Cos’è questa «operazione scoiattolo» di Berlusconi

È il soprannome dato alle sue manovre per farsi eleggere presidente della Repubblica, entrate in una nuova fase di concretezza

(Roberto Monaldo / LaPresse)

Negli ultimi giorni nelle cronache politiche è iniziata a circolare una specie di nome in codice per descrivere le trattative portate avanti ormai da mesi dall’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per provare a farsi eleggere come nuovo presidente della Repubblica. Giornalisti e addetti ai lavori la chiamano «operazione scoiattolo». Sebbene non sia chiaro da dove provenga il nome – sembra che lo abbia usato per primo Berlusconi stesso – è evidente a tutti che le manovre di Berlusconi si sono intensificate, ottenendo per questo la promozione a «operazione»: e in molti sono convinti che col passare dei giorni la sua candidatura stia diventando sempre meno implausibile, pur rimanendo ancora remota.

Martedì Berlusconi è arrivato a Roma nella sua nuova residenza, Villa Grande, che per molto tempo fu l’abitazione del regista teatrale Franco Zeffirelli. Dovrebbe rimanerci almeno fino alla fine del mese, quando inizieranno le votazioni per eleggere il successore di Sergio Mattarella. Ma già da settimane Berlusconi ha iniziato a contattare personalmente diversi parlamentari per cercare di ottenere sostegno alla propria candidatura.

Ultimamente si sta facendo aiutare da Vittorio Sgarbi, critico d’arte, polemista e senatore di un piccolo partito di centrodestra. Racconta Concetto Vecchio, su Repubblica:

«Sul divano di Arcore Vittorio Sgarbi scorre l’agenda dello smartphone: “Questo è incerto, Silvio, chiamiamolo”. Compone il numero: «Caro onorevole, ho qui accanto a me il presidente Berlusconi che vorrebbe salutarla». E l’anima in pena, il grande elettore del gruppo misto incerto su chi votare per il Colle, pensa: «Quando mi ricapita?». «Come sta?» lo avvolge Silvio Berlusconi. È proprio lui, in persona.

Vecchio scrive che Berlusconi ha contattato circa 50 parlamentari. Molti di loro provengono dal Gruppo Misto, che fra Camera e Senato conta circa 120 parlamentari. I calcoli che sta facendo insieme ai suoi collaboratori sono questi: dalla quarta votazione in poi, per eleggere il nuovo presidente della Repubblica servono 505 voti; il centrodestra ne esprime circa 480, e tenendo conto che qualcuno potrebbe non votare per lui, a Berlusconi mancano a grandi linee una cinquantina di voti. Proprio quelli che sta cercando di raccogliere in questi giorni.

Sullo HuffPost, Pietro Salvatori scrive che l’intento principale di Berlusconi è quello di convincere soprattutto i fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle: «L’obiettivo è quello di sparigliare nel marasma del partito, attraendo una pattuglia di scontenti con promesse di ricandidature e assicurando che con il capo degli azzurri al Colle, Mario Draghi rimarrà al suo posto e la legislatura arriverà a compimento».

È cosa nota infatti che molti parlamentari ormai lontani dai partiti temono che l’elezione di un nuovo presidente della Repubblica porti a elezioni anticipate, un anno e mezzo prima della fine della legislatura. Anche per effetto della nuova legge sul taglio dei numeri dei parlamentari, moltissime persone che oggi siedono in Parlamento sono praticamente certe che non saranno rielette.

– Leggi anche: Il Movimento 5 Stelle è allo sbando

Ma Berlusconi non si sta limitando a contattare i fuoriusciti del Movimento 5 Stelle e gli altri parlamentari del Gruppo Misto. Martedì sera a Dimartedì il segretario del Partito Democratico Enrico Letta ha spiegato che Berlusconi ha contattato anche alcuni parlamentari del suo partito, mentre Repubblica scrive che sarebbero stati raggiunti anche tre parlamentari di Italia Viva, il partito centrista di Matteo Renzi.

Più in generale, l’impressione è che Berlusconi si stia spendendo così tanto, e da così tanto tempo, da aver reso rilevante e influente la sua candidatura, che non può più essere ignorata né dai suoi avversari, né tantomeno dai suoi alleati di centrodestra. I quali, finora, non hanno ancora preso una posizione ben definita.

Nominalmente, Matteo Salvini della Lega e Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia hanno passato le scorse settimane a lodare pubblicamente Berlusconi. Al contempo, secondo i giornali, continuano a prendere tempo. Entrambi sono già impegnati a cercare di non favorire l’altro in vista della campagna elettorale delle prossime elezioni politiche, in cui si contenderanno un pezzo dell’elettorato di destra e di conseguenza la leadership nella coalizione, e forse anche la possibilità di guidare un governo.

E mentre Fratelli d’Italia starebbe valutando se sostenere la candidatura di Draghi come nuovo presidente della Repubblica, anche per avere un elemento di rassicurazione per le istituzioni europee nell’eventualità di un governo Meloni, Salvini non sembra avere le idee chiarissime: da qualche giorno propone per esempio un nuovo governo guidato da Draghi ma con un rimpasto di governo per includere tutti i capi dei principali partiti che lo sosterranno. Sul presidente della Repubblica si sta tenendo vago, insistendo principalmente sul fatto che dovrà essere espresso dal centrodestra.

Da giorni si parla di una riunione fra Berlusconi, Salvini e Meloni in cui potrebbero concordare una posizione comune, anche per evitare una figuraccia simile a quella che il centrosinistra fece nel 2013 quando propose Romano Prodi, salvo poi non avere i voti a sufficienza per sostenerlo davvero. Ma nei prossimi giorni ci saranno i funerali di stato per il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, e nel weekend un’attesa riunione interna al PD per discutere del proprio candidato. La Stampa scrive che «di conseguenza il vertice di Villa Grande potrebbe svolgersi dopo il fine settimana». E mentre «Meloni e Salvini insistono per vedersi, temendo di rimanere impantanati nelle strategie berlusconiane, Forza Italia non ha nessuna fretta».

In ogni caso, più passano i giorni senza che gli alleati e gli avversari capiscano come gestire la candidatura di Berlusconi, più le sue possibilità di condizionare le votazioni aumentano. «Se gli va bene sarà presidente, se gli va male farà il king maker», ha ipotizzato un ministro del governo Draghi parlando con Repubblica.