(Valerio Portelli/LaPresse)

Quanto è seria la candidatura di Berlusconi a presidente della Repubblica

Lui probabilmente vorrebbe provarci, ma è complicatissimo e non si capisce quanto sia d'accordo il resto del centrodestra

(Valerio Portelli/LaPresse)

Le notizie e i retroscena sulle avviate discussioni interne ai partiti politici in vista dell’elezione del prossimo presidente della Repubblica, prevista per gennaio, è animata da alcune settimane e in particolare da alcuni giorni dalla sempre più insistente ipotesi di una candidatura dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. È un’ipotesi che circola in realtà da oltre un anno, suscitando comprensibilmente un certo stupore. Ma se fino a un po’ di tempo fa era perlopiù derisa e sminuita dagli osservatori, ora sta ricevendo attenzioni più serie, e qualcuno è arrivato a parlarne come di una possibilità concreta.

Essendo nel territorio delle trame politiche e dei retroscena, non è facile individuare quanto ci sia di vero o perlomeno di plausibile. Ma se sembra al momento piuttosto inverosimile che Berlusconi possa essere effettivamente eletto presidente della Repubblica, si può probabilmente dire con una certa sicurezza che lui, da parte sua, ci stia davvero pensando. Più difficile è capire se il centrodestra stia realmente prendendo in considerazione questa ipotesi, o se invece gli alleati e i collaboratori di Berlusconi lo stiano assecondando solo per lealtà e amicizia, riconoscendo però che si tratta di un progetto mosso dalla sua proverbiale vanità e guidato da una ambizione malriposta e irrealistica.

Con i suoi 85 anni, Berlusconi avrebbe un’età molto avanzata per ricoprire l’incarico. Ma è soprattutto la sua storia politica e giudiziaria a rendere eccezionale la possibilità che sia realmente candidato. È stato di gran lunga il più controverso politico della storia italiana recente, al centro di infinite accuse e scontri politici, e imputato in tanti processi giudiziari: alcuni dei quali ancora in corso, come il cosiddetto “Ruby Ter”, e in un caso concluso con una condanna definitiva, quella sul “processo Mediaset”. Queste circostanze rendono difficilissimo un suo eventuale piano per costruirsi una candidatura al Quirinale, che però secondo quanto riferiscono i cronisti politici più informati esiste.

Uno dei promotori principali della candidatura di Berlusconi è Gianfranco Rotondi, deputato di Forza Italia con una lunga esperienza nella Democrazia Cristiana. Proprio intervenendo al telefono a una manifestazione organizzata da Rotondi, secondo il Corriere della Sera Berlusconi avrebbe detto domenica: «Penso che Silvio Berlusconi può essere ancora utile al paese e ai cittadini italiani, vista la stima che ancora mi circonda in Europa. Vedremo cosa potrò fare, non mi tirerò indietro, e farò quello che potrà essere utile per il nostro Paese». Il giorno stesso, in un’intervista al Corriere aveva detto: «di Quirinale, come sa, non intendo parlare né occuparmi fino a quando un presidente come Sergio Mattarella sarà nel pieno delle sue funzioni».

Come per ogni elezione del presidente della Repubblica, le circostanze politiche sono determinanti e possono compromettere candidature apparentemente trasversali e favorirne altre più imprevedibili. Questa volta, l’aspetto più rilevante che influenzerà l’elezione del successore di Sergio Mattarella è il fatto che dalla prossima legislatura il numero di parlamentari sarà ridotto di circa un terzo, dopo il referendum costituzionale dell’anno scorso. Questo, unito al fatto che diversi partiti sono assai calati nei sondaggi rispetto alle elezioni del 2018 – in testa il Movimento 5 Stelle, ma anche Forza Italia – fa sì che centinaia di parlamentari siano piuttosto sicuri che non saranno rieletti.

Significa che molti di loro hanno interesse ad arrivare alla naturale fine della legislatura, nel 2023, evitando le elezioni anticipate. È il motivo per cui quello che sembrava il candidato naturale al Quirinale, Mario Draghi, è diventato nelle ultime settimane assai meno favorito: perché diversi partiti vogliono che rimanga presidente del Consiglio, considerandolo l’unica garanzia che la legislatura possa durare ancora un anno e mezzo. I partiti di destra, nonostante siano quelli politicamente più ostili a Draghi, negli scorsi mesi hanno invece sostenuto la sua candidatura al Quirinale: perché contano sul fatto che non si riuscirà a trovare un suo sostituto come presidente del Consiglio, e che quindi dovrà sciogliere le camere indicendo elezioni anticipate.

In realtà, anche questo piano appare ora più incerto. Se infatti Fratelli d’Italia vuole sicuramente andare a elezioni, visto che ha nei sondaggi quattro volte i consensi ottenuti nel 2018, la Lega sembra ben più combattuta, specialmente dopo le disastrose amministrative di ottobre. Non è insomma chiaro cosa voglia attualmente Matteo Salvini, che teme che nuove elezioni sanciscano definitivamente la sua subalternità a Giorgia Meloni.

Le discussioni e trattative sul Quirinale sono attualmente in corso nella coalizione del centrodestra, e Berlusconi è forse tra le ipotesi prese in considerazione. Sembra in ogni caso probabile una cosa: l’unico motivo per cui i partiti potrebbero scegliere di non candidare e votare Draghi è perché rimanga presidente del Consiglio. Un’ipotetica elezione di Berlusconi al Quirinale, seguendo questa logica, non comporterebbe perciò elezioni anticipate. Questi ragionamenti possono sembrare speculazioni spericolate, e in parte lo sono, ma sono necessari per capire come stiano ragionando i partiti.

Martedì il Corriere ha fatto i conti: in tutto il centrodestra ha 451 voti – il presidente della Repubblica lo elegge il Parlamento in seduta comune con un certo numero di delegati regionali –, 54 in meno di quelli necessari per la maggioranza assoluta, sufficiente dal quarto scrutinio in poi. Questo conto dà per scontato che dal primo all’ultimo dei parlamentari e dei delegati del centrodestra votino per Berlusconi, quando la storia insegna che raramente le coalizioni si dimostrano compatte nell’elezione del presidente della Repubblica, che si tiene con il voto segreto.

Il PD, il resto del centrosinistra e il M5S, che insieme contano circa 450 elettori, non sosterranno Berlusconi. Anzi, faranno probabilmente una dura campagna contro, se si dovesse arrivare a una sua vera candidatura. Rimane perciò Italia Viva, che ha 43 elettori, più altri partiti di centro più piccoli e soprattutto il Gruppo Misto, che ha una cinquantina di parlamentari, principalmente fuoriusciti da altri partiti. Al centrodestra, per eleggere da solo il presidente della Repubblica, mancano più di cinquanta voti: alcuni politici consultati dal Corriere si dicono fiduciosi che possano essere raccolti tra i parlamentari che hanno interesse a prolungare la legislatura, e quindi a votare qualcuno che non sia Draghi.

Sembra comunque un’operazione difficilissima, al limite dell’impossibile, anche per l’ostilità che susciterebbe in più o meno metà della popolazione, oltre che su un bel pezzo della stampa. Nonostante negli ultimi anni Berlusconi si sia allontanato dalla quotidianità politica e abbia provato a costruirsi un’immagine più istituzionale, rispettabile e quasi saggia, guadagnando probabilmente un po’ di credito anche fuori dal suo elettorato storico, rimane una figura estremamente divisiva in Italia.