La coda per i tamponi in una farmacia di Milano. (AP Photo/Luca Bruno)
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  • lunedì 27 Dicembre 2021

Tutte queste persone in quarantena potrebbero diventare un problema

La rapida crescita dei contagi preoccupa anche per le conseguenze fuori dagli ospedali, sul sistema dei test e sul lavoro

La coda per i tamponi in una farmacia di Milano. (AP Photo/Luca Bruno)

Secondo gli ultimi dati disponibili, in Italia ci sono attualmente 516mila persone positive al coronavirus, un numero che non include le migliaia di persone che con ogni probabilità non sono ancora state incluse nei conteggi essendosi contagiate nei giorni immediatamente precedenti al weekend di Natale o proprio nel weekend appena concluso, senza aver ancora avuto la possibilità di fare un test. È un dato che secondo tutte le proiezioni salirà con una certa rapidità nei prossimi giorni, per via della variante omicron e per la frequenza dei ritrovi tra familiari e amici durante le feste.

Considerato che al momento i decessi e i ricoveri in terapia intensiva sono molto inferiori rispetto a quelli delle precedenti ondate, per l’evidente protezione offerta dai vaccini contro le forme gravi di COVID-19, significa che con ogni probabilità ci saranno tra alcuni giorni una quantità di persone in quarantena come non si era mai visto dall’inizio della pandemia. Le persone complessivamente positive infatti erano state significativamente di più alla fine del novembre del 2020, quando però le maggiori restrizioni e precauzioni limitavano il numero di contatti a rischio.

La quarantena, che è stata finora fondamentale e imprescindibile per il contenimento dei contagi, diventerà probabilmente un problema sia per il sistema di tamponi già in crisi, sia per il mondo del lavoro. È possibile che le assenze delle persone isolate in via precauzionale creino scompensi e disservizi. Per questo è diventata d’attualità la domanda se le regole sulle quarantene per i contatti stretti debbano, o perlomeno possano, essere rese meno rigide.

È una questione delicata in cui vanno tenuti assieme il diritto alla salute, specialmente sul luogo di lavoro, e l’esigenza di convivere con il coronavirus. Cambiare i protocolli in senso più permissivo, inoltre, è particolarmente rischioso in un momento in cui la curva dell’epidemia è di nuovo in crescita. Lunedì il commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Francesco Paolo Figliuolo ha detto che «la riflessione sul numero di persone in quarantena l’abbiamo fatta questa mattina col ministro Speranza», dopo che una richiesta di ripensare la quarantena per i vaccinati era arrivata nelle ore precedenti dai presidenti di regione Massimiliano Fedriga e Luca Zaia, oltre che dal presidente della fondazione GIMBE Nino Cartabellotta.

Non esistono dati o stime sulle persone attualmente in isolamento o in quarantena perché positive o perché contatti di persone positive. Né di quelle che lo sono formalmente, su ordine delle ASL, né di quelle che lo sono informalmente: con il contact tracing che è già saltato ovunque, e con le feste di mezzo, in questi giorni ci sono migliaia e migliaia di persone che si sono isolate senza aver seguito nessun protocollo ufficiale, ma perché avvertite informalmente dai conoscenti positivi con cui sono stati in contatto.

Le cose da sapere sul coronavirus

Stimando che siano almeno 3 o 4 per ogni persona positiva, si arriva già a un totale tra l’1,5 e i 2 milioni, soltanto considerando i positivi già registrati ufficialmente. È ipotizzabile, o perlomeno plausibile, che le persone complessivamente in quarantena saranno nel giro di pochi giorni nell’ordine di qualche milione.

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Questa situazione potrebbe inoltre peggiorare nel brevissimo periodo, con gli effetti dei ritrovi nei giorni di festa.

Nel giro di alcuni giorni, dai primi di gennaio o al più tardi dopo il weekend dell’Epifania, molti luoghi di lavoro potrebbero avere un problema di presenze. È il motivo per cui in questi giorni alcuni esperti chiedono che siano modificate le regole sulle quarantene dei contatti stretti di positivi: sarebbe un’operazione ritenuta necessaria per convivere più funzionalmente con il coronavirus, ma allo stesso tempo assai delicata da decidere in un momento in cui la variante omicron si sta diffondendo molto rapidamente, contagiando anche le persone vaccinate e senza che siano ben chiare le conseguenze, con gli scenari più pessimisti poco incoraggianti.

Attualmente, i protocolli del ministero della Salute prevedono un periodo di quarantena di 7 giorni per le persone che hanno completato da almeno due settimane la prima parte del ciclo vaccinale (quindi due dosi, o una per il Johnson&Johnson) e che sono state a contatto stretto con un positivo. Si esce da questa forma di quarantena dopo sette giorni con un test molecolare o rapido negativo. Stessa procedura per i non vaccinati, ma per 10 giorni invece di 7. Se non si vuole fare il test, o se non si riesce a fare, si esce dopo 14 giorni senza sintomi. Non c’è quarantena per le persone vaccinate che abbiano avuto contatti “a basso rischio”, cioè essenzialmente – da definizione del ministro – ravvicinato ma durato meno di 15 minuti.

Queste sono le regole ufficiali, poi la realtà è una cosa diversa: le ASL non stanno già riuscendo a tracciare i contatti dei positivi, e quindi un grosso pezzo del meccanismo degli isolamenti e delle quarantene sta avvenendo per vie informali, tramite le segnalazioni delle persone coinvolte e le successive precauzioni prese per iniziativa e sensibilità individuale.

Significa che nei fatti in questi giorni e nelle prossime settimane una percentuale rilevante delle quarantene non sarà fatta rispettare dalle autorità sanitarie, ma sarà di fatto autoregolata. Anche in questi casi, quando non ci sono imposizioni formali, andranno però osservate le indicazioni e le regole del ministero della Salute per quanto riguarda la durata della quarantena e i test.

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In questi giorni i media stanno riportando alcuni appelli affinché i protocolli sanitari vengano cambiati in modo da accorciare il periodo di quarantena per i contatti stretti vaccinati, o perlomeno per quelli che hanno già ricevuto la terza dose. Per chi ha ricevuto il richiamo infatti è confermata un’alta protezione anche contro la variante omicron almeno per quanto riguarda la malattia grave, sebbene non siano ancora consolidati gli effetti sulle semplici infezioni.

Queste richieste vengono sostenute con i primi studi, ancora da confermare, secondo cui la variante omicron sembra causare sintomi più lievi: l’Agenzia nazionale per la sicurezza sanitaria del Regno Unito (UKHSA) ha stimato che per le persone con un’infezione da variante omicron il rischio di ricovero sia del 50-70 per cento inferiore rispetto alle infezioni da variante delta. È praticamente certo che la prossima indagine rapida dell’Istituto Superiore di Sanità rileverà che la omicron è diventata prevalente tra i nuovi contagi.

I veri effetti del periodo di forte mobilità e di convivialità dei giorni tra quelli antecedenti al Natale e i primi del 2022 si vedranno pienamente nella prima metà gennaio. Ma con i dati a disposizione è probabile che per un po’ i contagi aumenteranno quotidianamente di decine di migliaia.

C’è grande preoccupazione sulle conseguenze che potrebbero prodursi sul sistema sanitario. Anche se la omicron causa meno ricoveri, il sensibile aumento dei contagi potrebbe mettere sotto enorme stress gli ospedali, con il rischio di saturazione delle terapie intensive. Il rischio insomma è che contraggano il coronavirus in poco tempo molte più persone di quanto accaduto in precedenza e che quindi i rari casi in cui il vaccino non protegge dalla malattia siano in termini assoluti molti.

Detta più brutalmente: se si contagiano tantissime persone è inevitabile che ci siano poi più malati, anche tra i vaccinati.

Se questa eventualità preoccupa gli esperti e i responsabili delle autorità sanitarie, con molti inviti a non allentare le precauzioni proprio in un momento così incerto e delicato, sempre più persone avvertono che un numero così alto di contagi rischia di avere conseguenze rilevanti anche fuori dagli ospedali: per l’appunto per l’alto numero di persone che potrebbero finire in quarantena.

Il sistema di test, sia pubblici che privati, potrebbe non riuscire a rispondere alla domanda, come già avvenuto in questi giorni di Natale. Significa che per molte persone che hanno avuto contatti a rischio, accertare la propria negatività potrebbe essere lungo e complicato, con la possibilità di non poter uscire dalla quarantena nemmeno dopo una settimana. Una capacità limitata di fare test è inoltre un evidente ostacolo a un ulteriore accorciamento dei tempi di quarantena per i contatti stretti, un allentamento delle precauzioni che dovrebbe probabilmente essere compensato dalla garanzia di più tamponi.

Le quarantene hanno poi conseguenze sui posti di lavoro: sono sempre più frequenti i casi di interi uffici o reparti in cui il personale è a casa per un caso di positività. Quella che era una pratica di igiene pubblica fondamentale prima della campagna vaccinale rischia di essere difficilmente sostenibile in molti contesti dopo quasi due anni di pandemia, soprattutto con decine di migliaia di nuovi casi al giorno.

Lo smart working, ossia la principale soluzione a questo genere di problemi, in molti luoghi di lavoro privati è stato fortemente disincentivato nel corso del 2021, e lo stesso governo lo ha scoraggiato e limitato nella pubblica amministrazione. Le aziende e gli uffici in cui non è stato mantenuto e strutturato, spesso perché ritenuto pregiudizievolmente dannoso alla produttività, in questi due anni si trovano oggi in grosse difficoltà.

Ci sono in ogni caso molti settori in cui lo smart working non è applicabile o lo è solo in parte, e il caso delle migliaia di voli internazionali cancellati in questi giorni per via dei contagi tra il personale di terra o di bordo è un esempio evidente delle possibili conseguenze dell’aumento dei casi sui servizi essenziali. Lunedì Trenitalia ha annunciato delle modifiche al servizio e delle cancellazioni in Toscana per lo stesso motivo.

Conciliare l’esigenza di garantire questi servizi e di evitare in generale gli scompensi produttivi con quella di continuare a tutelare il diritto alla salute dei lavoratori potrebbe diventare a breve uno dei problemi principali del governo. Anche perché si accumulano le segnalazioni e denunce di casi in cui a decidere che l’attuale sistema di quarantene non sia sostenibile sono già stati in autonomia molti datori di lavoro, che impongono ai dipendenti di contravvenire alle regole sanitarie proprio per non compromettere la produttività. Per esempio non denunciando i contatti stretti in ufficio, oppure facendo pressioni perché chi ha sintomi non si sottoponga ai test e si presenti comunque a lavorare, mettendo a rischio la salute pubblica.

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Le regole sulla quarantena in Italia, al momento, sono particolarmente restrittive se paragonate a quelle degli altri paesi: ma in tutti i casi, le regole più lasche sono state formulate prima dell’arrivo di omicron, e non è detto che non possano essere di nuovo inasprite nelle prossime settimane con l’aumentare dei contagi.

Attualmente i Center for Disease Control (CDC), l’autorità sanitaria pubblica statunitense, non prescrivono per esempio la quarantena per le persone che hanno completato da almeno 14 giorni la prima parte del ciclo vaccinale e sono state a contatto stretto con un positivo, nel caso in cui non abbiano a loro volta sintomi. Raccomandano soltanto di indossare la mascherina al chiuso e di farsi testare dopo 5-7 giorni. Le linee guida prevedono peraltro la possibilità di farsi il test rapido da soli, chiedendo eventualmente aiuto alle autorità sanitarie su come fare.

Anche nel Regno Unito le linee guide del National Health Service non prevedono che ci si debba mettere in quarantena se si è stati a contatto con un positivo (e nemmeno se ci si vive insieme) nel caso in cui si sia completato il primo ciclo vaccinale da almeno 14 giorni, oppure se si hanno meno di 18 anni e sei mesi. Raccomandano «fortemente» di fare un test rapido ogni giorno per sette giorni, limitare i contatti con le persone più a rischio e seguire scrupolosamente le regole igieniche legate alla pandemia. È previsto che le autorità sanitarie possano però ordinare la quarantena ai contatti stretti in certi casi specifici.

In Germania, la quarantena non è attualmente prevista per i contatti stretti di persone positive che abbiano completato da 14 giorni il primo ciclo vaccinale. Ma per chi è stato a contatto con una variante di interesse (da cui è esclusa la delta), anche se vaccinato, si prescrivono comunque una quarantena di 14 giorni con monitoraggio sanitario. Con il diffondersi di omicron anche in Germania, e data la sua capacità di contagiare anche le persone vaccinate, proprio in questi giorni si stanno ridiscutendo le misure sanitarie da applicare a chi è vaccinato.