Una parete himalayana in Nepal. (Donald Miralle/Getty Images for LUMIX)
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  • venerdì 10 Dicembre 2021

Il più prestigioso premio dell’alpinismo incoraggia a rischiare la vita?

Il Piolet d'Or, più volte assegnato ad alpinisti morti, è accusato di incentivare approcci troppo competitivi ed estremi alla disciplina

Una parete himalayana in Nepal. (Donald Miralle/Getty Images for LUMIX)

Nel settembre del 2019 a Lądek-Zdrój, in Polonia, si tenne l’annuale cerimonia di premiazione del Piolet d’Or (la piccozza d’oro in francese), il più importante premio del mondo dell’alpinismo, assegnato a chi nei dodici mesi precedenti ha compiuto le scalate ritenute più difficili, prestigiose e importanti. Due dei quattro alpinisti premiati, gli austriaci David Lama e Hansjörg Auer, non erano però presenti. Cinque mesi prima erano morti dopo essere stati travolti da una valanga mentre scalavano la parete est dell’Howse Peak, una impervia montagna canadese.

Dal 2008 a oggi, sette alpinisti premiati con il Piolet d’Or sono morti in montagna. Tra loro c’è anche Ueli Steck, celebre per i suoi record di velocità sulle più ardue pareti alpine.

Il premio, che esiste dal 1992 ed è assegnato dalla rivista specializzata francese Montagnes e dall’associazione Groupe de Haute Montagne, è da sempre oggetto di polemiche e discussioni tra alpinisti e addetti ai lavori per come seleziona i vincitori. Ma da un po’ di anni è emerso un nuovo dibattito, animato da chi ritiene che il Piolet d’Or promuova una forma di competizione pericolosa ed estranea a quella che è la tradizione dell’alpinismo, che ha dimostrato di incentivare chi ambisce a vincerlo a rischiare la vita.

Il New York Times ha recentemente intervistato diverse persone coinvolte nella questione, a partire da Rolando Garibotti, alpinista argentino americano che per due volte ha rifiutato il premio, in entrambi i casi assegnato per aver aperto una nuova via di roccia sul massiccio del Cerro Torre, in Patagonia. «Ci sono un sacco di imprese alpinistiche i cui protagonisti se la sono a malapena cavata. Nessuno di loro, secondo me, dovrebbe qualificarsi per vincere il Piolet d’Or. Se vogliamo creare una cultura in cui non muoia la maggior parte degli alpinisti di livello più alto, dobbiamo cambiare delle cose» ha detto Garibotti.

Quello intorno al Piolet d’Or è un dibattito che si inserisce in un contesto di grosse trasformazioni per l’alpinismo, cominciate in realtà alcuni decenni fa. Dopo che fino più o meno agli anni Ottanta l’alpinismo era stata una disciplina fortemente legata alla componente di esplorazione e a una dimensione almeno in parte individuale, a partire dagli anni Novanta la dimensione sportiva e competitiva è diventata sempre più importante, principalmente perché più attraente per gli sponsor tecnici, i principali finanziatori della disciplina.

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Ma la dimensione del rischio, ovviamente, non è una novità. Reinhold Messner, alpinista sudtirolese considerato tra i più importanti del Novecento, ha detto al New York Times: «Dobbiamo considerare che nell’alpinismo tradizionale la morte è una possibilità. (…) Quella di sopravvivere è un’arte».

Messner ha notoriamente mantenuto un approccio da purista e “vecchia scuola” durante la sua lunga carriera, piena di imprese storiche e primati sulle Alpi e in Himalaya. Nel 1988 rifiutò una medaglia olimpica onoraria per essere stata la prima persona a salire le 14 montagne più alte di ottomila metri, peraltro senza l’ausilio delle bombole d’ossigeno. Ma nel 2010 accettò un Piolet d’Or alla carriera: «Sono sempre stato contro l’idea che l’alpinismo tradizionale sia una competizione. Tendenzialmente sono contro le medaglie. Quel premio alla carriera però era una questione di rispetto».

La scalata per cui era stato premiato l’austriaco David Lama era avvenuta l’anno prima sul Lunag Ri, in Nepal, ed era stata segnata da una tempesta in cui aveva rischiato di perdere le dita dei piedi per congelamento. Premiare Lama e Auer quando erano già morti, nel 2019, fu un po’ come «organizzare una bevuta in onore di una persona con una malattia al fegato» secondo Garibotti. Ma 21 anni prima c’era stata una cerimonia ancora più surreale. Furono premiati i membri di una spedizione russa che avevano scalato per la prima volta la parete ovest del Makalu, nella zona dell’Everest: due di loro erano morti durante l’impresa.

Dall’anno successivo, in seguito alle polemiche, gli organizzatori introdussero nuovi criteri. Christian Trommsdorff, alpinista tra gli organizzatori del Piolet d’Or, ha spiegato che servirono ad assicurarsi che le persone premiate «fossero tornate sane e salve». Ma una decina di anni più tardi, dopo aver rifiutato il premio, lo sloveno Marko Prezelj tornò sulla questione con un articolo pubblicato sull’American Alpine Journal in cui accusò il Piolet d’Or di «incoraggiare gli alpinisti a forzare le loro capacità, a usare sostanze che incrementano le prestazioni, e a correre rischi sconsiderati». Furono perciò introdotti nuovi criteri a partire dal 2009, in modo da premiare ogni anno più di una impresa, nel tentativo di depotenziare l’aspetto competitivo e di riconoscere scalate con stili e approcci diversi.

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La motivazione fornita da una possibile vittoria del Piolet d’Or varia significativamente a seconda degli interessati.

Symon Welfringer, alpinista francese premiato nel 2021 per aver salito la parete sud del Sani Pakkush, una cima di quasi settemila metri in Pakistan, ha detto al New York Times che il premio «era stato uno dei miei principali obiettivi quando iniziai a fare spedizioni». Ma Andrew Bisharat, giornalista americano specializzato in alpinismo, ha scritto su Twitter di diffidare dalla lettura secondo cui il Piolet d’Or sia una vera motivazione per chi rischia la vita in montagna: «Non conosco una singola persona che prenda seriamente il Piolet d’Or» ha scritto criticando la rilevanza attribuita al dibattito dal New York Times.

Dopo aver vinto il premio nel 2019 per una nuova via sul Latok in Pakistan, il britannico Tom Livingston scrisse un post sul suo blog spiegando che il riconoscimento aveva «giocato con il suo ego» in modo preoccupante, aggiungendo di avere accettato solo per accontentare i suoi due compagni di cordata. Ma secondo molti alpinisti, in realtà, il ruolo del Piolet d’Or nell’alimentare in modo poco sano l’ego e l’ambizione degli alpinisti è marginale. È molto peggio quello dei social network.

La popolarità dei video di imprese estreme, specialmente su Instagram, è stata collegata da alcuni osservatori con la proliferazione di comportamenti spericolati in montagna, specialmente da parte di atleti che vogliono spacciarsi per alpinisti quando in realtà hanno ben poca esperienza. Secondo lo stesso Messner, il Piolet d’Or in questo senso ha una funzione positiva di riconoscimento nei confronti di chi pratica l’alpinismo seguendo un’etica che è stata sviluppata in decenni di storia della disciplina. Li distingue, insomma, «dagli scalatori ciarlatani che sembrano grandi avventurieri».

L’ultima cerimonia del Piolet d’Or si è tenuta a fine novembre a Briançon, in Francia. Sono stati premiati i due alpinisti che hanno aperto una via di ghiaccio sulla parete nord del Mount Robson, in Canada, Welfringer e il suo compagno di cordata che hanno scalato il Sani Pakkush, e sono stati assegnati dei riconoscimenti speciali alla scalatrice catalana Silvia Vidal e al giapponese Yasushi Yamanoi. Le imprese premiate non presentavano componenti di pericolo come quelle più controverse della storia recente del Piolet d’Or, e secondo Trommsdorff «il rischio non è stato un fattore nella selezione dei vincitori».

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