L'alpinista altoatesino Reinhold Messner indica la cima dell'Everest dopo esserci stato da solo, senza bombole di ossigeno supplementare, nel 1980. (Keystone/Hulton Archive/Getty Images)
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  • sabato 3 Luglio 2021

Che cos’è la cima di una montagna?

Alcuni esperti stanno mettendo in discussione la storia dell'alpinismo himalayano con una domanda a metà tra l'accademico e il filosofico

L'alpinista altoatesino Reinhold Messner indica la cima dell'Everest dopo esserci stato da solo, senza bombole di ossigeno supplementare, nel 1980. (Keystone/Hulton Archive/Getty Images)
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Secondo i conteggi più riconosciuti e affidabili, le persone che nella loro vita hanno scalato tutte e 14 le montagne più alte di ottomila metri – che si trovano nelle catene dell’Himalaya e del Karakorum, nell’Asia centrale – sono 44. Il primo fu l’altoatesino Reinhold Messner, che completò l’impresa nel 1986, e tre di loro sono donne, tra cui l’italiana Nives Meroi. Ma una recente discussione a metà tra l’ambito accademico, quello filosofico e quello sportivo sta mettendo in discussione uno dei primati più prestigiosi dell’alpinismo: forse nessuno è davvero stato sulla vetta di tutti e 14 gli ottomila. E forse, alla fine, non importa.

La questione, raccontata recentemente dal New York Times, è allo stesso tempo banale e molto complessa, e ruota intorno alla domanda: che cos’è la cima di una montagna? Intuitivamente, corrisponde al punto più alto della sua sommità, quello oltre il quale non c’è più niente. Ma varie circostanze, a partire dalle particolari conformazioni di alcuni ottomila, hanno dissuaso in realtà la maggior parte degli alpinisti dallo spingersi fino a quegli estremi, accontentandosi di raggiungere un punto poco più in basso, e ritenendo comunque di aver completato la scalata. C’è chi pensa che questa interpretazione vada rivista, mettendo in discussione di fatto un gran pezzo della storia recente dell’alpinismo.

Alpinisti in cima al Manaslu. (EPA/SEVEN SUMMIT TREK)

Da quando la disciplina è entrata nella sua fase moderna, dopo l’epoca delle esplorazioni dell’Ottocento e quella delle prime salite su cime inviolate della prima metà del Novecento, l’alpinismo si è dotato di standard e convenzioni nel tentativo di regolamentare una cosa che, per la sua natura, non è uno sport. Non esistono federazioni internazionali riconosciute che certifichino le imprese alpinistiche, né protocolli scritti nero su bianco: anche perché, in cima alle montagne e in particolare nella cosiddetta “zona della morte” oltre gli ottomila metri, non ci sarebbero arbitri per farli rispettare.

Solitamente chi scala una montagna, che sia in Himalaya o nelle Ande, lo dimostra con delle foto, e spesso la sua ascesa viene confermata da geolocalizzazioni satellitari e da chi lo osserva col binocolo dal campo base. Molto viene affidato anche all’integrità degli alpinisti, in una specie di accordo di reciproca correttezza.

Generalmente, poi, il raggiungimento di una vetta è solo uno dei traguardi che si possono raggiungere. Anche quando, fino ad alcuni decenni fa, rimanevano delle importanti e agognate cime da scalare per la prima volta, alcune delle più grandi imprese alpinistiche hanno riguardato ascensioni di vette già salite da altri, ma compiute seguendo nuove vie, particolarmente pericolose, ripide, dritte o spettacolari, magari su pareti inviolate.

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Oppure, in Himalaya, alcune delle più importanti pagine dell’alpinismo sono state scritte da chi ha salito gli ottomila senza utilizzare le bombole di ossigeno supplementare, oppure in inverno, quando le condizioni sono più proibitive. Lo scorso gennaio, una spedizione nepalese ha raggiunto per la prima volta in inverno la cima del K2 (8.611 metri), considerata la montagna più difficile e pericolosa al mondo e l’unico ottomila ancora inviolato nella stagione più fredda.

La portata e la difficoltà di imprese di questo tipo è tale che rende ad avviso di molti totalmente irrilevante un eventuale difetto di alcuni metri – ma anche di molti metri – rispetto alla vera cima della montagna. Quello che succede prima è ben più importante, e interrogarsi sul punto esatto raggiunto dagli alpinisti è totalmente irrilevante, quasi offensivo.

Ma nonostante la generale consapevolezza che l’alpinismo non sia una questione di arrivare tecnicamente più in alto di tutti, e che sia almeno in parte una forma di avventura ed esplorazione più che uno sport fatto di primati e competizione, è successo di frequente che alcune imprese venissero messe in discussione da altri alpinisti ed esperti, finendo per non essere unanimemente riconosciute. E qualche tipo di criterio per stabilire se gli alpinisti fossero o no stati davvero in cima alle montagne esiste più o meno da sempre, e più o meno da sempre si attribuisce a questo elemento una certa importanza.

Per gli ottomila, il registro più accettato sulle ascensioni e sui loro autori è l’Himalayan Database, compilato fino alla sua morte nel 2018 dalla giornalista Elizabeth Hawley. Nel suo elenco di chi ha salito tutti e 14 gli ottomila, per dire, non c’è il nome del grande alpinista mantovano Fausto De Stefani, perché la sua scalata del Lhotse (vicino all’Everest) nel 1998 non fu documentata da prove ritenute sufficientemente chiare. Due anni dopo, il suo compagno di scalata Sergio Martini ripeté l’ascensione, entrando nella lista dei 44.

Ma non è un problema limitato all’Himalaya. Nel 1970 Cesare Maestri tornò per la seconda volta sul Cerro Torre, un picco di roccia nelle Ande meridionali, dopo che non era riuscito a dimostrare di esserci stato in cima oltre dieci anni prima. Lo scalò – provocando grande scandalo per l’uso di un compressore per piantare i chiodi nella parete – ma non si spinse fin sopra la calotta di ghiaccio che ricopre la vetta. Per questo anche la seconda salita fu ampiamente contestata.

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Se questo tipo di ambiguità e discussioni esiste da decenni, il dibattito su cosa sia davvero la cima di una montagna è piuttosto nuovo. A mettere in discussione le più grandi imprese della storia dell’alpinismo himalayano è Eberhard Jurgalski, un 68enne tedesco che non ha mai scalato quelle montagne di persona, ma ha passato gli ultimi quarant’anni a documentare le spedizioni di chi lo ha fatto. Le sue argomentazioni sono piuttosto intuitive e inattaccabili, ma hanno conseguenze di fatto sconvolgenti per un’intera disciplina. O forse, pensano altri, sono sostanzialmente irrilevanti.

Prendiamo lo Shisha Pangma, la più bassa tra le montagne sopra gli ottomila metri, e l’unica interamente in territorio cinese. Come moltissime montagne, non termina con una cuspide solitaria ma con un insieme di cime collegate tra di loro. Sono tre, e la maggior parte degli alpinisti si ferma a quella centrale, 8.008 metri sopra il livello del mare. Ma un centinaio di metri più lontano c’è quella principale, 19 metri più alta: per raggiungerla serve percorrere una cresta, una formazione rocciosa in cui due versanti si incontrano come in un tetto. È ripidissima, coperta di neve instabile.

Nel 1993, quando l’americano Ed Viesturs raggiunse la cima centrale dello Shisha Pangma per la prima volta, decise che gli andava bene così. Si girò e tornò a valle, annunciando di aver salito la montagna. Hawley la pensava diversamente, e si rifiutò di includerlo nel suo database. Otto anni dopo, Viesturs tornò. La cresta gli sembrò più percorribile. Si mise a cavalcioni, con una gamba su un versante e una sull’altro, e si spinse lungo quei cento metri innevati fino a raggiungere la cima principale, ripetendo poi la pericolosa operazione al ritorno. Qualche anno più tardi, dopo aver scalato l’Annapurna (8.091 metri), finì nell’agognata lista di chi aveva salito tutti gli ottomila, che allora contava soltanto 12 persone.

Ma lo Shisha Pangma non è il solo ottomila con una cima equivoca. L’Annapurna e il Dhaulagiri (8.167 metri) per esempio finiscono con lunghe creste quasi pianeggianti, raggiungibili da versanti diversi e in cui è quasi impossibile distinguere il punto più alto, perlopiù dopo una scalata estenuante e in condizioni in cui per molti ogni respiro è una sofferenza. Sul Dhaulagiri c’è addirittura un palo piantato tempo fa da alcuni alpinisti in un punto che però non è il più elevato, cosa che inganna molti di quelli che arrivano fin lì.

La cima del Manaslu (8.156 metri) è invece inequivocabile, un cocuzzolo al termine di una cresta, ma subito prima del punto sommitale c’è un piccolo slargo in cui gli alpinisti sono soliti fotografarsi davanti ad alcune bandiere tibetane. Nei loro selfie, si vedono spesso chiaramente alcuni metri di montagna che mancano: ma la maggior parte si ferma lì, perché lo fanno tutti. Le persone che vivono sotto al Kangchenjunga (8.586) invece chiedono spesso agli alpinisti di non toccare la vera cima della montagna, che considerano il posto dove vivono le divinità. Anche se sempre meno diffusa, c’è perciò la consuetudine di non raggiungere il punto più alto, per rispetto.

Non è insomma una questione di alpinisti che mentono, e non sempre il fermarsi prima della vera vetta dipende dalla prudenza o dalla stanchezza: a volte è proprio complicato individuarla, oppure ci sono manufatti e consuetudini ingannevoli, o addirittura tradizioni da rispettare. Per chi arriva fin sopra a queste cime, in carenza di ossigeno e con la prospettiva di affrontare la discesa (generalmente più pericolosa della salita), perlustrare la vetta per toccare il punto più alto non è esattamente una priorità. E una volta tornati a valle sani e salvi, non è piacevole sentirsi negare il riconoscimento per qualche metro.

Jurgalski da tempo è preoccupato che l’estendersi della platea di chi scala gli ottomila non consenta più di usare gli approcci tradizionali per riconoscere chi è stato davvero in cima a queste montagne. Il suo timore è che se non si decidono limiti definiti, i margini di tolleranza e le deroghe diventino troppo elastici. Ha quindi chiesto aiuto ad altri ricercatori, tra cui Rodolphe Popier e Tobias Pantel dell’Himalayan Database e l’esploratore australiano Damien Gildea, di aiutarlo a studiare con precisione le prove a sostegno di alcune delle più importanti scalate himalayane.

Secondo Gildea, gli ottomila per i quali si pone un problema sono sei o sette, quindi più o meno la metà: e per quanto ne sappiamo, è plausibile che i 44 alpinisti che li hanno scalati tutti abbiano mancato in almeno un caso il punto più alto. Inizialmente, questa ricerca di Jurgalski non ottenne molta attenzione, ma l’anno scorso Gildea ha pubblicato un saggio sul prestigioso American Alpine Journal, esponendola e aprendo un acceso dibattito, nella sua nicchia.

Il punto è che per come intendono molti l’alpinismo, quella sollevata da Gildea è una questione totalmente irrilevante. Un metro in più o in meno, ma anche venti o cinquanta, non hanno realmente importanza per chi si è formato in un periodo in cui l’attenzione ai primati e alla dimensione competitiva dell’alpinismo era molto inferiore. E anche per chi, pur più giovane, è legato a un approccio più “purista” alla montagna che vede nell’alpinismo una disciplina individuale, di esplorazione del mondo e di se stessi. E quindi crede che un’ascesa sia una questione personale, più che la dimostrazione ad altri delle proprie capacità. Se il viaggio non è la meta ma il percorso, per molti l’alpinismo è la salita e non la vetta vera e propria.

Ma per altri, in realtà, raggiungere la cima è il senso stesso dell’alpinismo: e se ci si ferma poco prima, non si è davvero scalato una montagna. A maggior ragione se la giustificazione è che quell’ultimo tratto è particolarmente difficile o pericoloso: non proprio un’ottima scusa per un alpinista. «C’è una differenza tra pensare di essere stato in cima e sapere che non puoi andare più in alto» ha detto al New York Times Guy Cotter, che ha scalato le montagne più alte di ogni continente e ha fondato una società che organizza spedizioni in Himalaya.

Secondo Cotter, «gli standard stanno scivolando via». Gli alpinisti che si mantengono grazie agli sponsor e ai finanziamenti talvolta pubblici che ottengono proprio in virtù dei loro primati sono sempre di più: per questo secondo molti stabilire regole più precise che certifichino le loro imprese è un’idea sensata e pragmatica. Quello sugli ottomila è ormai un alpinismo intorno al quale girano moltissimi soldi e sponsor, e in cui il senso di esplorazione e sfida personale è assai minoritario rispetto alla dimensione competitiva e sportiva. Nel suo articolo, Gildea scrive:

Se vuoi fare le vacanze facendo scalate divertenti, è meglio se vai a Chamonix o sulla Sierra Nevada rispetto all’Himalaya o al Karakorum. Se vuoi andare lì per vedere queste grandi catene, ci sono centinaia di altre montagne più basse, o i trekking. Gli ottomila sono duri, pericolosi, costosi, e raramente divertenti, anche per gli standard masochisti degli alpinisti. Sugli ottomila, le persone quasi sempre puntano ad arrivare in cima. La maggior parte non sta esplorando nuove frontiere o spostando i limiti dell’alpinismo. Sono cime-trofeo, e non ottieni un trofeo fermandoti a 90 metri in una corsa da 100 metri.

Un giorno di congestione in cima all’Everest, in una famosa foto di Nirmal Purnja del 2019.

Ma se questo discorso può avere senso per l’alpinismo contemporaneo e le spedizioni commerciali, il problema più grosso riguarda le imprese del passato: andare a rivederle sotto questa nuova lente rischia di stralciare primati e ascese dei più grandi alpinisti della storia. In alcuni casi, stabilire se siano stati proprio in cima può essere impossibile, in altri casi gli interessati possono non essere interessati a collaborare. Indagini di questo tipo provocherebbero dibattiti agguerriti, e forse anche cause legali.

Lo stesso Messner ne ha parlato con il New York Times, ammettendo tranquillamente che forse su qualcuno degli ottomila non è stato davvero nel punto più alto: sull’Annapurna, che scalò nel 1986 percorrendo senza bombole di ossigeno l’allora inviolata parete nord ovest, quando arrivò sulla cima si vedeva poco per cercare l’esatto punto. «Se dicono che sull’Annapurna sono stato cinque metri sotto la cima, mi va benissimo. Non provo nemmeno a difendermi: se viene qualcuno e mi dice che tutto quello che ho fatto è una stronzata, gli dico di pensare quello che vuole».

Per spiegare questa sua posizione, Messner ha detto che secondo lui la più importante impresa alpinistica degli anni Novanta fu l’ascesa in solitaria della parete sud del Dhaluagiri compiuta nel 1999 dallo sloveno Tomaz Humar, che si fermò poco sotto la vetta.

Jurgalski e Gildea sanno che mettere in discussione la storia dell’alpinismo per questioni di pochi metri non è una grande idea: «il posto di questi alpinisti nella storia è intoccabile, e le discussioni sui dettagli topografici di alcune scalate non cambiano l’importanza culturale delle loro imprese». La loro proposta è di istituire delle “zone di tolleranza” retroattive: stabilendo per ogni ottomila quale sia la cima esatta e delimitando un margine considerato abbastanza vicino. Chi è arrivato proprio in vetta, dovrebbe ricevere secondo Jurgalski 1.000 punti; chi si è fermato per esempio venti metri sotto, 980 punti. In questo modo, si compilerebbe una lista più precisa di chi è arrivato dove, continuando però a riconoscere il primato dei 44 alpinisti.

Ma forse la proposta più rilevante di Jurgalski è di inaugurare una nuova lista, per le scalate future. In questa non ci sarebbe la zona di tolleranza: includerebbe solo chi è stato davvero sulla cima-cima. Certificare le ascese è oggi più semplice, con la tecnologia, e in questo modo secondo Jurgalski si regolamenterebbe un campo in cui continueranno a esserci nuovi primati rivendicati: ci sono ottomila mai scalati da donne in invernale, altri su cui ci si sfida per il tempo di percorrenza più basso, oppure mai saliti da persone di determinati paesi o con disabilità. Imprese insomma in cui, oltre a quella personale, hanno un ruolo importante se non primario le dimensioni mediatica, sportiva e competitiva. E che quindi richiedono delle regole.