La ricostruzione della campagna di mille anni fa

È un progetto del figlio dell’inventore della plastica, che oggi include una foresta, aree umide e migliaia di uccelli

A Giussago, 18 chilometri a sud del centro di Milano, c’è un’area di 450 ettari dove si vede la natura come presumibilmente era 1000 anni fa. Non è sempre stato così: in venticinque anni si è lavorato per ri-naturalizzare l’ambiente, perché ci si è convinti che questo investimento sarebbe stato utile per un’ampia porzione di Pianura Padana.

Oggi si possono analizzare i risultati di questa visione: accanto al nucleo originario da dove è partita l’idea e la pratica, che si chiama Cascina Cassinazza, ci sono altri 1000 ettari di terreni coltivati a riso, che stanno beneficiando di un esperimento scientifico unico nel suo genere in Italia, e che hanno profondamente cambiato il panorama agricolo.

A volte viene paragonato a un Jurassic Park italiano, senza la parte di sfruttamento turistico (la zona è aperta alle visite solo in occasioni particolari). Si tratta di terreni tutelati e protetti per dare il migliore ambiente possibile per la vita di animali e di piante.

Stiamo parlando di un complesso di terreni al confine tra la provincia di Pavia e quella di Milano, che compongono una grande azienda agricola che negli anni si è evoluta ed è diventata la sede di un centro di ricerca e sviluppo di tecnologie ambientali: l’Innovation Center Giulio Natta, dove è nata un’azienda – NeoruraleHub – che ha come obiettivo la commercializzazione di prodotti tecnologici, lo sviluppo di aziende che operano per il pieno riutilizzo dei rifiuti organici, la messa a punto di progetti innovativi per la creazione di prodotti ad alta tecnologia basati sui principi dell’economia circolare.

Cominciamo dall’inizio
A metà degli anni ’90 anche in questa zona c’erano delle aziende agricole “normali”, soprattutto risaie, coltivate con la tradizionale forma intensiva: il metodo utilizzato normalmente in quasi tutta la pianura del Po, a partire dalla fine dell’800.

La meccanizzazione dell’agricoltura che si è sviluppata dagli anni ’40 del secolo scorso e il sempre più rilevante uso di concimi chimici hanno portato a un progressivo impoverimento dei suoli agricoli, tanto che il paesaggio che ci troviamo di fronte ancora oggi è composto da distese pianeggianti di campi, in cui l’uso intensivo dei fertilizzanti continua a comprometterne la fertilità e la salubrità.

A Giussago, ora, le cose si presentano in modo diverso: ma per arrivarci è stato necessario un lavoro di rigenerazione rurale molto profondo.

Piero Manzoni, fondatore e CEO di NeoruraleHub, con un passato di numerose esperienze manageriali, racconta come è nato questo progetto: «Volevamo ricostruire un’area come era nel Medioevo, perché eravamo convinti che ritornando alle condizioni originarie della natura anche il terreno avrebbe avuto benefici. Nel 1995 partimmo con una sistemazione delle aree, con una gigantesca opera di piantumazione, con la realizzazione di canali, con il ridisegno di prati umidi ad acque basse, e altri ad acque alte. Abbiamo fatto crescere siepi, fragmiteti [cioè zone in cui crescono le elofite, piante che popolano le zone paludose], marcite [una tecnica di coltura che prevede di irrigare un campo con acqua risorgiva per quasi tutto l’anno, compreso l’inverno]. Tutto come gli studi ci hanno indicato dovesse essere questa zona».

Il finanziamento di questa attività, oltre a mezzi propri, è arrivato anche dai contributi previsti dalla PAC (Politica agricola comune) dell’Unione Europea.

La proprietà dell’inventore della plastica
C’è un altro elemento che rende particolare questa esperienza: i proprietari di queste tenute sono i pronipoti di Giulio Natta, premio Nobel per la Chimica del 1963, di fatto uno degli inventori della plastica.

L’intervento umano che ha ricostruito questa biodiversità ha funzionato. In poco più un quarto di secolo, al di là della piantumazione di quasi due milioni di piante, si è ottenuto un importante ripopolamento di uccelli e l’insediamento di molte specie animali. Tutto questo ha determinato una crescita esponenziale della fertilità del suolo: si è ricreata una catena naturale dell’alimentazione, grazie alla mescolanza virtuosa tra fauna, piante e azione umana.

Tra gli animali, ad esempio, ogni specie ha dei predatori. Gli insetti ci sono, ma in gran parte diventano il pranzo e la cena degli uccelli, dei pesci e «in questo modo gli agricoltori possono limitare l’uso di sostanze chimiche per eliminare la presenza di insetti dannosi o parassiti. E le acque che scorrono nei canali, che vengono utilizzate per irrigare o sommergere le risaie, contengono gli elementi naturali che provengono dalla decomposizione delle foglie che cadono, dagli escrementi degli animali e dagli altri residui naturali che vi si sciolgono».

Tutti elementi che assolvono a una funzione fertilizzante perché già contengono gli elementi nutritivi frutto del ciclo della riproduzione di questa biodiversità, e sostituiscono i concimi chimici.

Piero Manzoni è un ingegnere bergamasco, ha lavorato nel Gruppo Schneider, a Siemens Italia ed è stato Amministratore Delegato di Atel Energia e poi di Falck. Ora è Amministratore Delegato di Neorurale SpA e Presidente di MenoEnergia. (Claudio Caprara/Il Post)

Un esercito di uccelli
Dal 1995 sono state piantate quasi due milioni di piante e si è rilevato il passaggio di 20mila germani reali, 20mila colombacci, tutte le specie di aironi europei e nordafricani, 650 caprioli, cavalli bradi, bovini in libertà, sette specie di rapaci tra cui l’aquila anatraia, volpi, martore, tassi: animali che vivendo in questa zona contribuiscono a ricreare un equilibrio ecosistemico.

«Mappare le specie animali è importante. È un censimento che viene fatto settimanalmente con una certa attenzione grazie all’attività che i birdwatcher volontari svolgono in collegamento con le università di Pavia e di Milano», spiega Manzoni; prima della pandemia il risultato delle osservazioni era aggiornato in una sezione del sito.

«È un ambiente che tende all’equilibrio: dall’avifauna, agli insetti, ai mammiferi, tutti gli animali arrivano spontaneamente. Ci sono poche zanzare: i pipistrelli e le libellule se ne nutrono, nelle acque le carpe e i lucci ne mangiano le uova».

Nel giro che abbiamo fatto nell’area della Cassinazza abbiamo visto i canneti che hanno favorito l’insediamento del tarabuso, che è arrivato quando le piante sono cresciute e hanno permesso a questi uccelli – ormai rari in questa zona – di nidificare in sicurezza. Con lui è tornato anche il falco di palude, che come l’airone rosso nidifica nello stesso ambiente.

Per non sconvolgere questo ecosistema l’area non è aperta al pubblico. Raramente si organizzano visite guidate di piccoli gruppi di persone.
«Siamo riusciti ad avere una biodiversità diffusa: nell’aria, nell’acqua e nel suolo. Il risultato di tutto questo – spiega Manzoni – è che sui mille ettari di riso che ogni anno vengono seminati nei nostri campi, noi non utilizziamo neanche un chilogrammo di insetticida, perché c’è un controllo naturale che viene esercitato dalla fauna che trova alloggio nelle zone rinaturalizzate. Le stesse patologie da funghi sono molto limitate, e con loro tende a svanire quindi anche l’uso dei fungicidi».

Tra i problemi da affrontare nella gestione di questo ecosistema c’è l’equilibrio tra le specie. Alcuni animali non hanno predatori e tendono ad aumentare di numero, per esempio i caprioli. «La Regione ci ha dato mandato di catturare i capi in eccesso, che poi vengono inviati in altre zone indicate dalle autorità forestali».


Esempio virtuoso

L’area rinaturalizzata non fa bene solo agli animali che ci si fermano, ma si rilevano degli effetti benefici anche nelle aree vicine: per esempio nei campi confinanti con l’area della Cassinazza gli agricoltori, pur producendo la stessa quantità di riso, hanno notato che potevano ricorrere meno all’utilizzo di fertilizzanti e di antiparassitari. Sembra quindi che grazie alla capacità dell’ecosistema di autoregolarsi e di rigenerarsi, i suoli tornino a essere più fertili e sani.

È da queste intuizioni che nasce l’idea di avviare un’attività di ricerca e di applicazione sul campo e in laboratorio degli elementi che emergono dallo studio dell’evoluzione di quest’area.

Il primo progetto ha riguardato lo studio di come la sostanza organica recuperata e riaggregata potesse portare fertilità ai terreni. In collaborazione con il CREA (il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) e l’Università di Wageningen (l’istituzione olandese specializzata in studi agrari) si è partiti dall’analisi dei dati raccolti fino ad arrivare a un sistema di estrazione dai rifiuti degli elementi nutritivi di matrice organica, da utilizzare come concimi naturali per il suolo.

Dalla ricerca e dalle collaborazioni che si sono realizzate negli anni ha poi preso corpo l’idea di creare – presso la Cascina Darsena – l’Innovation Center Giulio Natta: un luogo che ospita e agevola l’incontro tra chi ha idee e chi vuole fare esperienze imprenditoriali, dove sviluppare start up nell’ambito dell’industria agroalimentare.

Tecnologie per l’ambiente
Poi è nata la società NeoruraleHub, che comprende aziende che sviluppano prodotti ma si muove anche come un incubatore che investe capitali: lo scopo è sostenere, valorizzare e finanziare nuove imprese che puntano sullo sviluppo dell’economia circolare soprattutto nel settore agroalimentare, ma anche nella produzione di energia dai biogas, nella realizzazione di sistemi geotermici dallo studio dell’acqua, nella ulteriore raffinazione delle sostanze che escono dal ciclo di riutilizzo dei rifiuti organici.
In meno di tre anni l’investimento di venture capital per finanziare queste nuove imprese è stato di circa 4 milioni di euro.

Il modello di business di Neorurale Hub è marginalmente la coltivazione di riso Carnaroli in purezza (se ne producono poco più di 50 quintali l’anno). Il fatturato arriva soprattutto dalla vendita di tecnologie e in alcuni casi dalla consulenza che viene fornita nella definizione di progetti per l’economia circolare, partendo dagli studi e dalle sperimentazioni che si fanno nell’area attorno alla Cascina Cassinazza.

Le tecnologie che sono state sviluppate da Neorurale Hub non riguardano solo la lavorazione dei rifiuti organici, a cui è dedicata una significativa area a pochi chilometri di distanza dai campi coltivati.

Un esempio è lo sviluppo di iChiller, una macchina che permette di produrre acqua gelida, senza consumare l’energia necessaria alla formazione di ghiaccio (come avviene dagli anni ’50 ad oggi). iChiller è sostanzialmente un frigorifero di nuova concezione che permette di risparmiare dal 35 al 40% di energia nel processo di raffreddamento dell’acqua. È un supporto per le aziende del settore agroalimentare che permette di risparmiare energia elettrica. Le acque gelide servono per mantenere una temperatura stabilmente bassa dove vengono conservati alimenti. I clienti di iChiller sono le aziende che gestiscono i magazzini di formaggi, latte, prodotti vitivinicoli, birra.

Altre tecnologie che si stanno sviluppando nei laboratori di Neorurale riguardano il controllo delle emissioni di gas metano dalle risaie, l’”Intelligent transfer system” per la produzione di combustibili ad alto potere calorifico dai rifiuti urbani.

È in fase di lancio anche l’attività di produzione di una farina proteica estratta dalla lavorazione di allevamenti di grilli.

Nell’Hub di Giussago, poi, si è sviluppata una tecnologia di monitoraggio dei terreni coltivati attraverso l’analisi delle immagini scattate dai satelliti dell’Agenzia Spaziale Europea e della Nasa.

Dalle fotografie ad alta definizione che arrivano dallo spazio si riesce a distinguere di cosa ha bisogno un determinato terreno in quel momento. Sono indicazioni molto utili per ottimizzare gli interventi da fare: dall’utilizzo dell’acqua a – eventualmente – quello dei fertilizzanti (preferibilmente naturali).

L’esperimento di rinaturalizzazione di Giussago è uno dei più rilevanti che ci sono in Italia. Altri, a Bentivoglio e Medicina (in provincia di Bologna) o a Mirandola (in provincia di Modena), sono esempi importanti e ci dicono che in queste attività ci sono pezzi del nostro futuro.

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