(Timo Wagner/Unsplash)

L’annosa questione delle concessioni balneari è stata risolta da un sindaco

Quello di Lecce, Carlo Salvemini, che ha chiesto dal Consiglio di Stato una sentenza su una questione immobile da decenni

(Timo Wagner/Unsplash)

Quando martedì 9 novembre il Consiglio di Stato ha deciso di prorogare la durata delle concessioni balneari soltanto fino al 2023, invece che fino al 2033 come aveva deciso il governo nel 2018, uno dei primi a festeggiare la sentenza è stato il sindaco di Lecce, Carlo Salvemini. È stato lui, insieme ai suoi dirigenti, a portare l’annosa questione delle spiagge italiane all’attenzione dei giudici dopo tentativi e cause perse nei livelli intermedi della giustizia amministrativa: nessun governo, nemmeno l’esecutivo guidato da Mario Draghi, era riuscito a risolvere il problema.

La situazione delle concessioni balneari è immobile da moltissimi anni: i proprietari degli stabilimenti hanno goduto per decenni di rinnovi delle concessioni quasi automatici e di canoni di affitto molto bassi, da pochi euro al metro quadro. Il risultato è che molti stabilimenti sono gestiti dalla stessa famiglia sin dall’inizio del secolo scorso, grazie a un patto non scritto: in cambio di concessioni molto vantaggiose e durature, le imprese balneari avrebbero investito nelle spiagge costruendo strutture ricettive e incentivando così il turismo. L’obiettivo è stato raggiunto solo in parte: oggi i litorali italiani sono spesso ricchi di servizi, ma i prezzi per lettino e ombrellone sono alti e nelle località più note le spiagge libere sono rare e per questo molto affollate.

Per rimediare a questi privilegi, da anni la Commissione Europea chiede al governo italiano di recepire la direttiva Bolkestein, approvata nel 2006. La direttiva stabilì tra le altre cose che le concessioni pubbliche dovessero essere affidate ai privati attraverso gare con regole equilibrate e pubblicità internazionale. In questo modo lo stato avrebbe ottenuto maggiori guadagni senza creare rendite di posizione. I governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni non hanno mai applicato questa direttiva, sostenendo che i suoi effetti fossero troppo ampi e che nel caso delle concessioni balneari avrebbero danneggiato ingiustamente molte imprese.

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Nonostante i richiami europei, nel 2018 il primo governo guidato da Giuseppe Conte, sostenuto dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle, approvò la proroga delle concessioni fino al 2033. Anche nell’ultimo disegno di legge sulla concorrenza approvato dal Consiglio dei ministri giovedì 4 novembre non c’erano state novità: la legge avrebbe dovuto prevedere misure per gare pubbliche e liberalizzazioni, come richiesto dalla Commissione Europea all’Italia tra le condizioni per l’assegnazione dei fondi del PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma conteneva solo una “mappatura” di tutte le concessioni attive.

La situazione è stata sbloccata dal Consiglio di Stato, che ha deciso la proroga delle concessioni solo fino al 31 dicembre 2023. Ai gestori degli stabilimenti balneari sono stati concessi solo due anni di proroga per «evitare il significativo impatto socio-economico che deriverebbe da una decadenza immediata e generalizzata di tutte le concessioni in essere». Dal 2024, anche se il governo non approverà nuove leggi, le concessioni non saranno più valide e qualsiasi tentativo di introdurre nuove proroghe sarà considerato «senza effetto perché in contrasto con le norme dell’ordinamento dell’Unione Europea».

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Il Consiglio di Stato ha recepito tutte le richieste che erano state presentate dal comune di Lecce, in Puglia. La città è nota per il suo centro storico più che per i suoi 25 chilometri di litorale, eppure da anni il sindaco Salvemini, eletto con una coalizione di centrosinistra, rimarca l’importanza di tutelare un patrimonio pubblico come le spiagge attraverso un piano comunale di gestione delle coste.

«Il piano prevede una serie di concessioni, per gli stabilimenti balneari e non solo» spiega Salvemini. «Sono previste concessioni per usi sportivi, naturalistici, culturali. Sul totale delle spiagge nel territorio di Lecce, abbiamo fissato un limite del 40 per cento per le concessioni e il 60 per cento per la spiaggia libera, come stabilito anche dalla legge regionale».

Era inevitabile che un piano di questo tipo si scontrasse con la questione delle concessioni balneari. Mentre in tutta Italia la maggior parte delle amministrazioni decise di adeguarsi alla proroga decisa dal governo nel 2018, l’amministrazione di Lecce propose ai gestori degli stabilimenti una proroga tecnica triennale fino al 31 dicembre 2023 per concedere agli imprenditori di organizzarsi e al governo di intervenire per ristabilire la concorrenza.

Quando cerca di spiegare in pubblico la complessa e controversa storia delle concessioni balneari, Salvemini usa un paragone piuttosto efficace. «Se io da sindaco concedessi l’utilizzo di un castello per fini turistici senza procedura di affidamento e senza gara, per un lunghissimo periodo, di generazione in generazione, mi troverei la procura della repubblica, la Guardia di Finanza e la Corte dei Conti all’uscio del comune. Perché per le spiagge non devono valere le regole che giustamente bisogna rispettare per dare in concessione tutti gli altri beni demaniali?».

Alcuni gestori – pochi, a dire il vero – accettarono le condizioni del comune. Altri, invece, fecero ricorso al TAR di Lecce, il tribunale amministrativo regionale. Un anno fa i giudici diedero ragione ai gestori, sostenendo che non spettasse a un funzionario della pubblica amministrazione non applicare una legge nazionale, quella del 2018, nonostante l’avesse fatto per rispettare la direttiva europea Bolkenstein. Il comune decise così di ricorrere al Consiglio di Stato chiedendo di sospendere la sentenza del TAR, ma anche in quell’occasione i giudici diedero torto al comune.

Negli ultimi anni l’orientamento dei giudici non è mai stato chiaro e le sentenze dei tribunali amministrativi hanno avuto esiti diversi in cause identiche presentate dai comuni: in alcuni casi i giudici hanno dato ragione ai comuni, in altri casi ai gestori, come a Lecce. Per questo, dopo le sconfitte in tribunale, Salvemini decise di scrivere direttamente al presidente del Consiglio di Stato, Filippo Patroni Griffi, per chiedere un’unica e definitiva interpretazione che è arrivata, inequivocabile, con la sentenza del 9 novembre.

È difficile dire cosa accadrà dopo la sentenza del Consiglio di Stato. La decisione è stata molto criticata dalle associazioni imprenditoriali dei gestori degli stabilimenti balneari e anche dal segretario federale della Lega Matteo Salvini e dalla presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. «Spiagge e mercati italiani non sono in svendita, si rassegnino i burocrati di Bruxelles e i loro complici: la Lega non ha mai permesso e non permetterà che il nostro lavoro e le nostre tradizioni vengano cancellati», ha scritto Salvini sui suoi profili social.

Per Salvemini, la conseguenza immediata della sentenza sarà la revisione del disegno di legge sulla concorrenza. «È doverosa. Spero che il governo colga l’occasione per aggiungere una questione di cui si parla poco: il paese deve avere una legge sul demanio marittimo che definisca a livello nazionale le quote di spiagge pubbliche e spiagge in concessione», dice. «È essenziale promuovere nuove iniziative di tutela del mare e delle spiagge, se vogliamo continuare a parlare di transizione ecologica».