Le stampanti 3d di precisione

Alessio Lorusso ha capito di aver prodotto una tecnologia eccellente: tutto cominciò nell'officina meccanica di suo padre, a Bari

Alessio Lorusso sostiene di essere nato in un’officina meccanica di Bari, quella del padre: «Ricordo di avere lavorato lì tutte le estati. E, appena diplomato – quando è diventato ragioniere programmatore – ho lavorato con lui».

Lo incontriamo nella sede centrale di Roboze, la società che ha fondato quando aveva 23 anni e di cui è amministratore delegato, nella zona industriale di Bari. È una palazzina moderna, che confina con terreni incolti e strade trafficate.

La sala riunioni ha l’aria condizionata al massimo e un tavolo di cristallo. Niente quadri, niente fronzoli. Tutto contribuisce a rendere l’ambiente sobrio, ordinato. Quasi asettico. Sembra più un ospedale che un’azienda.

«In Roboze progettiamo quelle che oggi sono considerate le stampanti 3d più precise al mondo, dotate di alcune nostre tecnologie proprietarie, che vengono impiegate nel mercato aerospaziale, della difesa, dell’energia, della transizione a fonti di energia rinnovabile, nel motor sport e nell’automotive, a livello mondiale».

Come ci si innamora della meccanica, all’inizio degli anni ’10 del 2000?
«Io mi sono appassionato facendola. Mettendo tutta l’intelligenza che ho per capire la logica che c’è dietro al funzionamento delle cose. In quasi tutto quello che utilizziamo oggi c’è della meccanica. Con la fusione di meccanica ed elettronica e grazie ai software, a moduli di apprendimento automatico e di intelligenza artificiale, oggi abbiamo una meccanica intelligente. Questa commistione di materie mi ha aperto dei mondi. Studiare, mettere le mani e la testa su robotica e meccatronica è stata la mia vita».

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Questa passione si vede presto.
Alessio a 17 anni, nel 2008, costruisce la prima stampante 3d.

La tecnologia dell’epoca si poteva dividere in due tronconi: da una parte c’erano macchine molto costose, ad uso esclusivo di grandi gruppi multinazionali; l’altro era la produzione di chi realizzava stampanti per hobby.

«Io ero di questa fascia: facevo parte di quelli che ancora si definiscono smanettoni. Proprio leggendoMake, che era una delle riviste americane più in voga all’epoca, ho conosciuto questi strumenti che sembravano provenire dal futuro. Volevo capirne il funzionamento. Così ho cominciato a realizzare la mia prima macchina trovando pezzi dove capitava. Ci ho messo due anni per farla funzionare. In quei due anni ho dovuto imparare una quantità enorme di cose che non sapevo. Ho studiato l’elettronica, ho imparato a saldare schede elettroniche e lavorare con lo stagno, ho dovuto imparare a a scrivere il codice perché i meccanismi si muovessero… sono stati i due anni formativi più intensi della mia vita ed è in quel periodo che ho capito il funzionamento della tecnologia da una prospettiva più profonda».

Un percorso di formazione autodidatta che impressiona.

«Ho studiato molto, ma non mi sono interessato di tutto: non avevo il tempo. Ho studiato tutto quello che era funzionale all’avanzamento del mio progetto: ho imparato ciò che in quel determinato momento mi serviva per conoscere e maneggiare, per arrivare al passaggio successivo».

Questo metodo essenziale, senza fronzoli, è un elemento che identifica tutto ciò che circonda Lorusso anche oggi.

«Per quello che dovevo fare in quel momento della mia vita è stato essenziale essere estremamente focalizzato».

Si ha la sensazione di avere di fronte una persona dalla volontà di ferro.

L’inizio dell’attività di Roboze è stato il contrario della condivisione.

«Per me, quello era il momento di esprimere il massimo sforzo di concentrazione sugli obiettivi che volevo ottenere. Ci sono stati anni in cui ho lavorato da solo. Cinque anni che ho passato quasi da eremita su questo progetto. Ho fondato l’azienda, ma per ancora due anni sono stato quasi da solo, anche perché non avevo le capacità economiche per selezionare un team e chiamare persone a lavorare con me. Facevo i conti con i centesimi, non con gli euro. Ho investito tutti i risparmi che avevo accumulato dai 18 ai 23 anni, lavorando come normale dipendente nell’officina di mio papà».

Finalmente passati quei 24 mesi: «Ho assunto il mio primo collaboratore part-time, perché a tempo pieno non me lo potevo permettere. È stato allora che abbiamo affittato un piccolo garage a Bari. I primi 10 esemplari della nostra macchina li abbiamo assemblati io e lui in quel locale delle dimensioni di uno sgabuzzino».

La prima macchina è stata per Roboze un successo locale. I primi dieci clienti erano società poco più che artigianali, insediate nella zona industriale di Bari.

La vendita avveniva porta a porta: Lorusso ne caricava una sulla sua auto, poi andava a proporla nella piccole aziende metalmeccaniche che producevano dei prototipi di precisione. Il prezzo era attorno ai 2000 euro.

Quelle stesse stampanti, nel loro piccolo, avevano già gli elementi che caratterizzano anche le produzioni di oggi. «Era già equipaggiata delle tecnologie di cui abbiamo il brevetto e che ora sono nelle macchine che vendiamo nei maggiori mercati mondiali. Con la nostra intuizione abbiamo superato un limite che allora era evidente: la scarsa possibilità di riprodurre un numero significativo di oggetti stampati».

La novità introdotta da Lorusso è l’utilizzo di ingranaggi. «Sono un’invenzione di Leonardo da Vinci cinquecento anni fa, ma noi siamo stati i primi ad applicare un concetto di pura meccanica di precisione ad uno strumento che non era nato per fare oggetti che devono essere esatti al cento per cento. Le stampanti, fino a quel momento, erano concepite per fare rapidamente dei prototipi, dei pezzi unici. Noi, invece, in quella tecnologia abbiamo visto qualcosa in grado di realizzare una produzione di componenti molto precisi, ripetibili, fatta sul momento, on demand per rispondere rapidamente alle necessità dei clienti».

Bandi, finanziamenti pubblici, investimenti su quell’idea, all’inizio non ce ne sono stati. Tanti no, di fronte alla richiesta di avere una mano, anche perché quel progetto, nel 2013, appariva a molti quanto meno stravagante.

«In effetti facevo fatica a spiegare a cosa stavo lavorando: gli amici, anche la mia famiglia. Nessuno capiva. Mi vedevano come un pazzo, perché stavo rischiando tutto per qualcosa che non riuscivo nemmeno a spiegare bene».

Per Lorusso è stato un momento molto duro. «Però anche molto formativo: mi sono creato una corazza che è stata fondamentale negli anni a venire, è importante oggi e lo sarà sempre. Sono diventato ostinato, caparbio e ho imparato a farmi scivolare addosso qualsiasi cattiveria: credo che questa capacità sia un elemento chiave della mia attività. Forse non demordere mai è la mia unica qualità».

Parlo con Lorusso e mi sembra di avere davanti chi ha superato  l’addestramento del samurai.

«Mio padre è sempre stato orgoglioso di quello che stavo facendo. All’inizio era preoccupato perché vedeva soprattutto i rischi che correvo in quello che stavo provando a fare, ma mi ha sempre sostenuto».

Coi proventi delle prime vendite Lorusso ha assunto più persone e ha investito in ricerca e sviluppo.

«All’inizio del 2017 eravamo diventati 9 persone: le vendite crescevano e le cose andavano bene. Le macchine piacevano ai clienti e questo faceva intuire che la strada fosse quella giusta. In quel periodo abbiamo sviluppato una nuova macchina, la One Plus 400, che aveva ottime prestazioni nella lavorazione di nuovo materiali. Questa stampante è stata l’elemento chiave dello sviluppo dell’attività di Roboze».

Unire la precisione (che è la forza dell’originale brevetto che accompagna tutte le produzioni Roboze) insieme alla capacità di stampare dei materiali ad elevata resistenza termica e chimica (non sono plastiche comuni, ma delle super plastiche), ha aperto delle notevoli potenzialità di sviluppo del mercato.

In pratica quella macchina ha aperto una nuova fase: con i prodotti delle stampanti progettate da Lorusso si possono sostituire dei componenti metallici.

«Questa innovazione ha aperto delle possibilità incredibili di diffusione delle stampanti Roboze. Abbiamo pensato fosse una rivoluzione, ma all’inizio lo pensavamo solo noi. Poi, nel nostro garage dove erano ammassate 10 persone, è arrivata una chiamata da oltre oceano: niente meno che la General Electric chiedeva di acquistare una delle nostre macchine. Eravamo basiti. Non eravamo pronti. Non sapevamo nulla di spedizioni, di dogane, di come vendere un prodotto negli Stati Uniti. È stato in quel momento che abbiamo capito che il nostro sogno poteva funzionare davvero, perché aveva attirato l’attenzione di uno dei maggiori colossi industriali del mondo, senza che noi avessimo investito un euro di pubblicità, non avessimo fatto una fiera… nulla».

Per Lorusso era fondamentale capire il motivo di questo acquisto. Per questo ha ritenuto necessario andare fisicamente ad installare la macchina nello Stato di New York, per parlare con i tecnici che avevano deciso che quella macchina poteva fare al caso loro e ascoltare che la consideravano la migliore al mondo.

«Pensavo di sapere quale fosse il motivo, ma sentirmelo dire dagli scienziati diGeneral Electric Global Research, vale a dire da alcuni dei più competenti operatori del settore nel mondo, è stata una cosa fondamentale. Anche se eravamo un’azienda di dieci persone di Bari, che nessuno conosceva, senza nessuna storia industriale, con un solo bilancio approvato… loro avevano capito che la nostra tecnologia era la più precisa al mondo e i materiali che avevamo portato sul mercato potevano aprire delle applicazioni impensabili prima».

Dopo il garage la sede di Roboze è stata per quasi tre anni in uno spazio un po’ più ampio, ma per crescere c’era bisogno di capitali adeguati e gli investimenti non ci sono stati fino al 2018, quando sono entrati in società i primi finanziatori e si è inaugurata la sede attuale.

«Con il tempo abbiamo formato competenze. Oggi, nella sede di Bari, lavorano oltre 80 ingegneri con specializzazioni in meccanica, in elettronica, in informatica, in chimica, in scienza dei materiali, in fisica. Riusciamo ad avere degli esperti di alto livello su un ventaglio vasto di specialità: la nostra tecnologia per evolvere ha bisogno di tutte queste competenze».

In questi tre anni si è allargato notevolmente il “portafoglio clienti”: Airbus (il più grande costruttore europeo di aerei, con sede in Francia), l’esercito americano, Dallara Automobili.

«Oggi abbiamo più di 450 macchine installate in aziende di 24 paesi nel mondo. Certamente gli Stati Uniti sono stati i più interessati e ricettivi verso la nostra tecnologia e per noi è stato naturale avvicinarci ai nostri clienti. Per questo all’inizio del 2020 abbiamo ritenuto che fosse il momento di avere una sede negli Stati Uniti. Abbiamo scelto di aprire a Houston in Texas perché lì siamo vicini a clienti importanti del settore energetico, l’aerospaziale (basta citare loSpace Center  della NASA) e in prospettiva del settore medico. Houston è una delle capitali mondiali di questi tre settori. Poi c’è un motivo logistico, perché il Texas è proprio il centro dell’America. Infine c’è una motivazione umana: a Houston abbiamo trovato molti giovani talenti che sono usciti dalla Rice University, dalla Texas A&M University e da altri centri di ricerca di eccellenza. Sono a mio avviso straordinari talenti, ma è chiaro anche a loro che il cuore della ricerca era, è e resterà a Bari».

Alessio Lorusso è un uomo che ha fretta: «C’è bisogno di essere maledettamente veloci. Il nostro settore viaggia ad alta velocità e il solo modo per competere con i grandi gruppi multinazionali è arrivare prima di loro. Competiamo con imprese che hanno budget infiniti, la possibilità di pagare tanto i migliori, hanno canali commerciali, la potenza del brand. Li possiamo battere solo sul tempo di reazione. Loro non potranno mai essere veloci come noi. Non abbiamo altri elementi su cui possiamo gareggiare. Possiamo convincere i clienti a scegliere noi, se ci presentiamo sul mercato con prodotti che rispondono alle loro esigenze, prima che arrivino i più grandi».

La sfida di Roboze, nei prossimi anni, è diventare più grande (a partire dalla recente apertura di una nuova sede a Monaco di Baviera per presidiare meglio il mercato europeo), ma senza perdere l’anima: sviluppare e produrre in modo veloce i migliori prodotti del mondo.

Lo sviluppo della tecnologia – secondo Lorusso – a volte non si può prevedere, né si può programmare a lungo termine un piano, se è legato alla ricerca.

«Abbiamo certamente una road map tecnologica, ma in certi momenti prendiamo dei rischi andando fuori dalla nostra programmazione. Capita di pensare che quello che abbiamo scoperto abbia le potenzialità di cambiare le nostre sorti. agiamo di conseguenza. Dal punto di vista industriale e di crescita abbiamo le idee molto chiare e un piano aggressivo. Da tre esercizi, ogni anno, raddoppiamo il fatturato e vogliamo continuare ad andare così veloci».

Per questo a Roboze si guarda all’Asia e si prevede l’apertura di una nuova sede nel 2023 per presidiare il mercato in questa area del mondo.

La prima stampante Lorusso l’ha venduta a 2000 euro, oggi Argo 500, il prodotto di punta della società barese, ha un prezzo di listino di 250 mila euro.

Alla domanda: “Quante ne vendete?” Alessio Lorusso sorride e risponde: «Ne vendiamo tante».

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