Un manifestante di Hezbollah e sullo sfondo un soldato a bordo di un mezzo dell'esercito libanese, durante gli scontri di giovedì (AP Photo/Bilal Hussein)
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  • venerdì 15 Ottobre 2021

Una giornata di violenze a Beirut

Una manifestazione di due gruppi radicali sciiti è finita con sei persone uccise, in un clima che ha ricordato gli anni tragici della guerra civile libanese

Un manifestante di Hezbollah e sullo sfondo un soldato a bordo di un mezzo dell'esercito libanese, durante gli scontri di giovedì (AP Photo/Bilal Hussein)

«Le armi non possono tornare a essere un mezzo di comunicazione tra i partiti libanesi, perché siamo stati tutti d’accordo nel voltare quella pagina oscura della nostra storia». Il presidente libanese Michel Aoun ha commentato così la giornata di scontri e violenze avvenuta giovedì a Beirut, che a molti ha ricordato i momenti più tragici della guerra civile combattuta nel paese tra il 1975 e il 1990 e legata a profonde divisioni tra le componenti religiose del Libano.

Le violenze sono state compiute durante una manifestazione organizzata dai partiti radicali sciiti Hezbollah e Amal. A un certo punto sono stati sparati diversi colpi di arma da fuoco dagli edifici dell’area dove si stava tenendo la manifestazione, che hanno ucciso sei persone e ne hanno ferite altre 30. Non si sa ancora chi abbia sparato, ma l’attacco ha provocato la reazione dei manifestanti, che a loro volta hanno sparato verso gli edifici cercando di colpire i cecchini.

Sul luogo della manifestazione, a cui stavano partecipando centinaia di persone, è intervenuto anche l’esercito: al termine della giornata sono state arrestate 9 persone, tra cui una di nazionalità siriana.

Le violenze di giovedì sono avvenute in un momento drammatico per il Libano, che da due anni sta vivendo una gravissima crisi economica, e che da appena un mese ha un nuovo governo.

Una manifestante spara contro i palazzi in cui si trovavano i "cecchini" (AP Photo/Hassan Ammar)

Un manifestante spara contro i palazzi in cui si trovavano i cecchini (AP Photo/Hassan Ammar)

La manifestazione era stata organizzata dai due gruppi sciiti davanti al Palazzo di Giustizia di Beirut per protestare contro il giudice che sta indagando sull’esplosione al porto di Beirut, che il 4 agosto 2020 aveva provocato la morte di più di 200 persone. Il giudice si chiama Tarek Bitar: è stato accusato dai manifestanti di non essere imparziale e di aver politicizzato l’inchiesta prendendo di mira soprattutto politici di Hezbollah e Amal.

I colpi d’arma da fuoco sono stati sparati quando il corteo si è spostato verso sud, nei pressi della rotonda Tayouneh. Gli spari sono arrivati da alcuni palazzi del quartiere Ain El Remmaneh, dove abitano molti cristiani maroniti, che la rotonda separa dal quartiere Chiyah, dove invece risiede soprattutto la comunità sciita.

Proprio quel luogo fu al centro dell’evento che diede inizio alla guerra civile libanese: il 13 aprile 1975, mentre si stava svolgendo una cerimonia di consacrazione di una chiesa maronita a Ain El Remmaneh, da un’automobile partirono raffiche di mitra sparate da profughi palestinesi. Ore dopo alcuni militanti del partito cristiano maronita delle Falangi Libanesi spararono contro un autobus che stava passando nel quartiere a bordo del quale c’erano 27 palestinesi, che vennero tutti uccisi.

L’attacco di giovedì non è stato rivendicato, ma Hezbollah ha accusato i membri del partito cristiano maronita delle Forze Libanesi di esserne responsabile. Il capo delle Forze Libanesi, Samir Geagea, ha invece condannato le violenze dicendo che gli scontri sono stati causati dalla «diffusione incontrollata delle armi nel paese», facendo riferimento al vasto arsenale di cui dispone Hezbollah, che oltre a essere un partito politico molto potente ha anche un’ala militare (la milizia di Hezbollah è stata spesso descritta come più forte dello stesso esercito libanese).

Antoine Zahra, un dirigente delle Forze Libanesi, ha invece duramente criticato la manifestazione organizzata da Hezbollah, accusando il partito sciita di voler bloccare il lavoro del giudice Tarek Bitar.

Bitar, che ha 46 anni, è il secondo giudice a occuparsi delle indagini sull’esplosione nel porto di Beirut. Inizialmente le indagini erano state affidate a Fadi Sawan, che aveva incriminato l’ex primo ministro Hassan Diab e tre ex ministri con l’accusa di negligenza nella gestione della grande quantità di nitrato di ammonio depositato vicino al porto. Nei confronti di Diab e dei tre ministri non era però stato avviato alcun processo e i quattro non erano mai stati interrogati, grazie all’immunità di cui godono i parlamentari libanesi.

Un uomo fugge durante la sparatoria (AP Photo/Hassan Ammar)

Un uomo fugge durante la sparatoria (AP Photo/Hassan Ammar)

Sawan era stato accusato da due dei ministri incriminati di non essere neutrale, dato che la sua nomina era stata fatta dalla Corte Suprema libanese, che è composta da 7 membri scelti dal parlamento e 8 giudici, e quindi fortemente dipendente dai partiti politici. I due ministri avevano fatto ricorso alla Cassazione che aveva accolto la richiesta di rimuovere Sawan sostenendo che non potesse condurre l’indagine oggettivamente poiché residente in un appartamento danneggiato dall’esplosione.

Bitar ha continuato le indagini sulla linea tracciata da Sawan, cercando di interrogare senza successo Diab e i tre ministri.

Lunedì uno di loro, l’ex ministro delle Finanze Ali Hassan Khalil, che fa parte del partito Amal, si era rifiutato di farsi interrogare. Era stato spiccato un mandato d’arresto nei suoi confronti, che aveva spinto Amal ed Hezbollah a organizzare la manifestazione contro la decisione del tribunale.

Un manifestante sciita con un lanciarazzi durante gli scontri di giovedì (Marwan Tahtah/Getty Images)

Un manifestante sciita con un lanciarazzi durante gli scontri di giovedì (Marwan Tahtah/Getty Images)

Khalil è deputato e uno degli esponenti più importanti di Amal dopo il leader Nabih Berri, presidente del parlamento libanese. Sia Amal che Hezbollah hanno poi minacciato di ritirare l’appoggio al governo del primo ministro Najib Mikati, nominato lo scorso 10 settembre dopo che per quasi un anno il Libano era stato guidato da un governo provvisorio con poteri limitati.