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Un centro vaccinale a Belgrado, in Serbia, il 20 marzo 2021 (Vladimir Zivojinovic/Getty Images)

Si fa presto a dire “no vax”

Per allargare le campagne vaccinali molti esperti suggeriscono un approccio che tenga conto dell'eterogeneità delle giustificazioni e delle preoccupazioni di chi non ha ancora aderito

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Un centro vaccinale a Belgrado, in Serbia, il 20 marzo 2021 (Vladimir Zivojinovic/Getty Images)
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Tra gli epidemiologi è opinione largamente condivisa che una copertura vaccinale più estesa all’interno della popolazione, in qualsiasi paese, avrebbe limitato e limiterebbe in generale la circolazione del coronavirus, mitigando gli effetti della diffusione della variante delta. I vaccini si sono dimostrati molto efficaci nel proteggere le persone dalle forme gravi della COVID-19, che causano ricoveri in terapia intensiva e decessi. Anche il rischio di infezione viene significativamente ridotto, sebbene i rari casi di infezione da variante delta tra i vaccinati abbiano mostrato – in alcuni studi valutati dai CDC – capacità di diffondere il virus forse analoghe a quelle degli infetti non vaccinati.

A fronte di un recente rallentamento delle campagne vaccinali in diversi paesi, una parte dell’opinione pubblica, della comunità scientifica e della politica – sia in Europa che negli Stati Uniti – si è chiesta nelle ultime settimane quanto dello scenario attuale della pandemia sia più o meno direttamente legato alla persistente riluttanza di molte persone a ricevere un vaccino. Nelle ultime settimane la percentuale di popolazione completamente vaccinata nei paesi dell’Unione Europea ha peraltro superato quella negli Stati Uniti, che erano stati assai più avanti con la campagna nella prima metà del 2021 e dove oggi solo il 50 per cento circa della popolazione risulta completamente vaccinata. «C’è soltanto una cosa che sappiamo per certo: se quei milioni di persone si vaccinassero, ci troveremmo in un mondo molto diverso», ha detto il presidente americano Joe Biden.

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Parallelamente alle preoccupazioni relative alle possibili conseguenze di una insufficiente vaccinazione della popolazione, è cresciuta negli ultimi tempi – più che all’inizio della pandemia – una consapevolezza diffusa della vastità e complessità del fenomeno sociale che porta le persone a rifiutare o rimandare il vaccino. Ed è ormai abbastanza condivisa tra gli addetti ai lavori l’opinione che rivolgersi a quelle persone attraverso comunicazioni generiche formulate pensando ai cosiddetti no vax sia il modo sbagliato di affrontare il problema.

«Ci sono quasi tante ragioni per l’esitazione e il rifiuto del vaccino quanti sono gli americani non vaccinati», ha scritto sul New York Times la giornalista scientifica Apoorva Mandavilli, che ha chiarito la necessità e l’urgenza di coinvolgere quelle persone nella vaccinazione.

Le cose da sapere sul coronavirus

«Ogni persona infetta, in qualsiasi parte del mondo, offre al coronavirus un’altra opportunità di trasformarsi in una nuova variante. Più infezioni ci sono a livello mondiale, più è probabile che si presentino nuove varianti», ha sintetizzato Mandavilli. Questa difformità nella vaccinazione si ripercuote a sua volta sul tipo e sulla quantità di misure che rischiano di rendersi nuovamente necessarie nel tentativo di limitare la circolazione del virus, tra le quali l’obbligo di indossare le mascherine al chiuso o la chiusura dei luoghi di lavoro e delle scuole.

Le divisioni politiche e sociali
Secondo il New York Times, una parte della responsabilità di queste esitazioni negli Stati Uniti è da rintracciare nella ritrosia dei leader conservatori, spesso Repubblicani, a manifestare apertamente il proprio sostegno ai vaccini. Un fenomeno che si è verificato analogamente in Italia, dove i leader dei partiti di destra Lega e Fratelli d’Italia, che secondo i sondaggi hanno insieme circa il 40 per cento dei consensi, non hanno rivolto inviti espliciti a sottoporsi al vaccino, né hanno condiviso pubblicamente i momenti in cui lo hanno ricevuto in prima persona.

Ma non esiste una sola ragione per cui così tante persone non sono ancora vaccinate, e la disinformazione – un fenomeno che sui social media segue dinamiche ancora più specifiche e complesse – proviene da più parti del sistema sociale e culturale. Del 39 per cento degli adulti non vaccinati negli Stati Uniti, circa la metà afferma di non essere per niente disposta a fare un vaccino, ma all’interno di quello stesso gruppo c’è chi afferma che alla fine lo farebbe se diventasse obbligatorio.

In Italia, secondo un recente sondaggio condotto dall’istituto di statistica Ipsos per il Corriere della Sera, su un campione di mille persone – vaccinate e non vaccinate – intervistate tra il 27 e il 29 luglio, il 7 per cento delle persone si dichiara contrario al vaccino e il 10 per cento si dice indeciso. A novembre 2020 le persone contrarie erano il 14 per cento e quelle indecise il 42 per cento. Considerando soltanto le persone non vaccinate, la percentuale di quelle che dichiarano che non faranno il vaccino, da novembre, è salita dal 14 al 24 per cento, e quella delle persone che assicurano che lo faranno è scesa dal 38 al 21 per cento.

In un recente sondaggio condotto dalla Kaiser Family Foundation in collaborazione con il New York Times, il 46 per cento degli americani non vaccinati che si considerano nella categoria degli “attendisti” sostiene che smetterebbe di aspettare se potesse farsi fare l’iniezione dal proprio medico di fiducia. E il 41 per cento dice che prenderebbe una decisione nel caso in cui il vaccino diventasse obbligatorio per viaggiare in aereo.

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Un centro vaccinale mobile a Brooklyn, New York, il 30 luglio 2021 (Spencer Platt/Getty Images)

Esistono differenze sostanziali tra vaccinati e non vaccinati determinate anche da fattori socioeconomici, ha spiegato al New York Times Richard Besser, ex direttore ad interim dei Centers for Disease Control nel 2009, durante la presidenza di Barack Obama. In New Jersey, dove Besser vive, il 75 per cento degli adulti di Princeton, un comune formato prevalentemente da residenti bianchi, è vaccinato. A Trenton, che dista una ventina di chilometri da Princeton ed è formato prevalentemente da afroamericani e latini, è vaccinato soltanto il 45 per cento della popolazione adulta. Ed entrambe le aree sono considerate parte dell’elettorato dei Democratici, ha fatto notare Besser, indebolendo in parte la tesi delle motivazioni politiche alla base delle differenze tra persone vaccinate e non vaccinate.

Per quanto riguarda l’Italia, il sondaggio di Ipsos per il Corriere della Sera indica che, sotto il profilo economico, i contrari al vaccino rappresentano l’11 per cento della popolazione con un reddito elevato, il 5 per cento di quella con un reddito medio e l’8 per cento di quella a basso reddito. Sul piano delle preferenze politiche, le percentuali più alte di contrari al vaccino sono tra le persone che si dichiarano elettori della Lega (14 per cento) e di Fratelli d’Italia (10 per cento), mentre le percentuali più alte di indecisi sono tra gli elettori di Forza Italia e dei partiti minori di centrodestra.

Tra i favorevoli al vaccino, secondo Ipsos, prevalgono i laureati, gli elettori di centrosinistra e le persone che si informano attraverso i quotidiani. «Qui si nota una differenza chiara rispetto ai no vax e agli attendisti, che per il 30 per cento si informano sui social, dove il confronto è anzitutto con chi la pensa come te», ha detto il sondaggista e amministratore delegato di Ipsos Italia Nando Pagnoncelli.

Quello dei non vaccinati è un problema che però va oltre la disinformazione e oltre la polarizzazione del dibattito, ha scritto l’Economist in un recente articolo, sostenendo che ci sarebbe meno scetticismo intorno al vaccino se le persone avessero in generale una migliore comprensione delle questioni relative alla salute. «Abbiamo fatto veramente fatica con l’alfabetizzazione sanitaria nel corso degli anni, non è una novità. E questo problema esisteva, nel nostro stato, da molto prima della precedente amministrazione», ha detto la specialista di medicina interna, malattie infettive e geriatria Jennifer Dillaha, a capo del Dipartimento della Salute in Arkansas.

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L’Arkansas è uno degli stati americani con la più bassa percentuale di popolazione vaccinata e tra i più interessati da una recente ondata di contagi. Dillaha esclude che la «colpa» sia un concetto utile, per affrontare il problema delle persone che non si vaccinano. Ritiene piuttosto che siano l’istruzione e l’assistenza sanitaria i fattori fondamentali da tenere in considerazione per superare la disinformazione e migliorare la salute generale degli Stati Uniti. «Nessuno sceglie di non farsi vaccinare perché vuole prendere una decisione sbagliata per sé stesso», ha detto.

Gli stati americani con più infezioni da COVID-19, fa notare l’Economist, sono anche quelli con le popolazioni meno sane in generale. Secondo dati dei CDC, circa due americani adulti su cinque sono obesi, le malattie cardiache sono la causa di una morte su quattro, e circa una persona su dieci soffre di diabete di tipo 2. Gli stati americani con le più alte incidenze di queste malattie sono tendenzialmente anche quelli con gli attuali tassi di vaccinazioni più bassi. A questi problemi, prosegue l’Economist, se ne aggiunge uno più ampio relativo all’accesso all’assistenza sanitaria: un americano adulto su otto dichiara di non essere andato da un medico l’anno scorso a causa del costo della visita.

L’esitazione nei paesi meno ricchi
Mentre decine di paesi per lo più ricchi, inclusi gli Stati Uniti e la maggior parte dei paesi europei, hanno somministrato oltre 100 dosi di vaccino ogni 100 abitanti, molti altri paesi – principalmente in Africa – sono al di sotto della soglia delle 5. «I governi ricchi non dovrebbero dare priorità alla somministrazione di terze dosi quando gran parte del mondo in via di sviluppo non ha ancora avuto la possibilità di ricevere i primi vaccini contro la COVID-19», ha detto Kate Elder, consulente per le politiche sui vaccini dell’organizzazione non governativa Medici Senza Frontiere.

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Secondo uno studio pubblicato di recente sulla rivista scientifica Nature Medicine e condotto da un gruppo di ricercatori provenienti da vari e autorevoli istituti e università del mondo, la predisposizione ad accettare il vaccino contro la COVID-19 è significativamente più alta nei paesi a basso e medio reddito che in quelli più ricchi. La ricerca è basata su sondaggi telefonici condotti tra giugno 2020 e gennaio 2021– quindi in un periodo precedente la distribuzione massiccia di vaccini – su oltre 44 mila persone negli Stati Uniti, in Russia e in dieci paesi a basso e medio reddito in Asia, Africa e Sudamerica (Low-to-Middle-Income Country, LMIC). I ricercatori hanno chiesto alle persone intervistate della loro disponibilità a ricevere un vaccino, quali fossero le loro eventuali preoccupazioni e quali ritenessero le fonti più affidabili di informazione sui vaccini.

Ragionando sui dati provenienti da diversi paesi del mondo, la speranza è di passare «da politiche basate su intuizioni a politiche basate sulle prove di fatto», ha detto l’epidemiologo Saad Omer, direttore dello Yale Institute for Global Health e uno degli autori dello studio. Le risposte hanno rivelato atteggiamenti estremamente differenti, da paese a paese. L’80,3 per cento delle persone nei paesi LMIC ha espresso la propria volontà di ottenere il vaccino una volta disponibile, contro il 64,4 per cento degli americani e il 30,4 per cento dei russi, ritenuta dai ricercatori una percentuale estremamente bassa e preoccupante (meno del 18 per cento della popolazione in Russia ha ricevuto la vaccinazione completa).

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Persone in attesa del vaccino fuori dall’ospedale Enfermera Isabel Zendal, a Madrid, il 7 luglio 2021 (AP Photo/Olmo Calvo, File)

I risultati dello studio pubblicato su Nature Medicine suggeriscono che dare la priorità nella distribuzione dei vaccini ai paesi in via di sviluppo, dove è maggiore la disponibilità della popolazione a farsi vaccinare, potrebbe salvare un maggior numero di vite umane e ridurre le possibilità di nuove varianti. «Se l’obiettivo è massimizzare la copertura vaccinale mondiale, distribuire vaccini a paesi in Asia e Africa che attualmente non li hanno sarebbe molto più facile ed economico che cercare di convincere l’ultimo 30 per cento degli americani a farsi vaccinare», ha aggiunto un altro degli autori dello studio, l’economista dell’Università di Yale Mushfiq Mobarak.

I risultati del sondaggio non spiegano perché nei paesi più sviluppati ci sia maggiore esitazione rispetto al vaccino, ma alcuni ricercatori hanno comunque provato a formulare qualche ipotesi. «In molti paesi a basso e medio reddito, la risposta alla pandemia, buona o cattiva, è stata una risposta nazionale. Purtroppo, in molti paesi ad alto reddito, è stata una risposta politica. E questo fa parte del gioco. Se politicizzi una risposta, perdi metà del paese in un modo o nell’altro», ha detto Omer. Nei paesi LMIC è inoltre più solida e storicamente più recente la memoria dei fondamentali benefici tratti dalla popolazione in occasione delle campagne di vaccinazione contro il morbillo e la poliomelite. «La gente sa quali problemi può causare la mancata vaccinazione», ha detto Mobarak.

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I ricercatori hanno infine fornito indicazioni tutto sommato rassicuranti in merito al genere di ragioni più frequentemente addotte dalle persone riluttanti a vaccinarsi, ragioni che non sembrerebbero particolarmente radicate bensì relative a preoccupazioni specifiche riguardo agli effetti collaterali o all’efficacia dei vaccini. Secondo Mobarak, «sono preoccupazioni razionali, non cose irrazionali del tipo “qualcuno sta usando il vaccino per impiantarmi un chip”». «Non che le teorie del complotto non siano importanti, né questo significa che non avranno un ruolo in futuro. Ma sono le caratteristiche di base dei vaccini, a questo punto, le cose di cui la gente sta parlando», ha aggiunto Omer.

La maggior parte delle persone intervistate, sia nei paesi LMIC che in quelli più ricchi, ha poi riferito di ritenere gli operatori sanitari la fonte più affidabile di informazioni sui vaccini, seguiti dal governo in alcuni paesi e da amici e familiari in altri paesi. Ai personaggi famosi è stato invece generalmente attribuito un minore potere di persuasione.

Le ragioni dei non vaccinati
Rhea Boyd, una pediatra della Bay Area a San Francisco e studiosa del rapporto tra razzismo strutturale, iniquità e salute pubblica, ha sviluppato in collaborazione con altre organizzazioni una campagna nazionale di informazione chiamata The Conversation in cui operatori sanitari neri e ispanici provano a rispondere alle domande più comuni riguardo ai vaccini contro la COVID-19. In una recente intervista con l’Atlantic, Boyd ha contestato l’idea che le persone non vaccinate siano persone avverse al vaccino. Ha detto anzi che diverse domande poste da quel gruppo, estremamente eterogeneo, sono le stesse domande che circolano tra le persone vaccinate e riguardano principalmente la sicurezza dei vaccini.

«Se hai sentito di un grave effetto collaterale del vaccino e sei preoccupato di correre quel rischio, probabilmente non stai incoraggiando le persone intorno a te a farsi vaccinare», ha detto Boyd a proposito di un paziente che aveva già ricevuto un vaccino Johnson & Johnson e le aveva chiesto se fosse sicuro. Nei mesi scorsi, le segnalazioni di problemi circolatori o neurologici, seppure rarissimi, in persone che avevano fatto un vaccino J&J o AstraZeneca – entrambi basati sugli adenovirus – avevano ricevuto una vasta copertura mediatica, spesso prima che le agenzie incaricate potessero stabilire possibili legami tra quei problemi e i vaccini.

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In un centro vaccinale a Roma, a fine luglio, come riportato dal Washington Post, molte persone in attesa di ricevere il vaccino si descrivevano come persone precedentemente indecise. Tra le motivazioni riferite c’era la paura per i possibili effetti collaterali a lungo termine, non abbastanza chiariti dagli studi sui vaccini secondo quelle persone («non vogliono essere cavie da laboratorio», ha detto uno dei medici del centro). C’erano anche l’incertezza riguardo alla rapidità delle procedure di autorizzazione dei vaccini, i dubbi derivanti dai racconti aneddotici riferiti da amici e conoscenti, e la confusione generata dai messaggi dei politici e dai titoli delle testate giornalistiche.

«Molte informazioni sui vaccini non sono di dominio pubblico. Non tutti hanno accesso a Google. Questo illustra le linee di frattura preesistenti nel nostro sistema sanitario, in cui le risorse, comprese le informazioni credibili, non arrivano a tutti. Il divario informativo guida quello vaccinale, e il linguaggio che incolpa “i non vaccinati” perde completamente di vista questo punto cruciale», ha detto Boyd parlando del contesto americano. C’è poi un problema di disponibilità a vaccinarsi più legato a contingenze strutturali che non a volontà esplicite di non farlo. È il caso di persone che non hanno a chi lasciare i figli o di altre che non hanno flessibilità con gli orari al lavoro né congedi pagati, e secondo Boyd «queste barriere esistono anche per le cure di base».

In Italia uno dei comuni con il più basso tasso di vaccinati è Fiumedinisi, in provincia di Messina: solo il 38 per cento dei suoi circa 1.300 abitanti è vaccinato, ma oltre a una parte di popolazione che lo stesso sindaco ha definito «scettica» ci sono altre difficoltà: l’hub vaccinale più vicino dista oltre un’ora di auto, su strade peraltro poco agevoli. Secondo il sindaco poi circa 200 persone sono guarite da poco – il comune era stato zona rossa tra aprile e maggio per i molti casi – e quindi non possono ricevere per ora il vaccino, visto che occorre aspettare almeno tre mesi.

Boyd ritiene in definitiva che un’eccessiva parte della comunicazione pubblica, anche da parte dei funzionari di governo, si sia concentrata sui non vaccinati in termini di demonizzazione del loro presunto antivaccinismo. Ritiene che in alcuni gruppi e minoranze della popolazione la percentuale dei cosiddetti no vax sia irrilevante: «le persone che stiamo davvero cercando di smuovere non lo sono». E critica i discorsi che si riferiscono a quelle persone sottintendendo che se non sono vaccinate, a questo punto, è in ogni caso per una loro scelta deliberata, e che le descrivono come la ragione che allontana «il resto di noi dalla normalità».

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Manifestanti contrari alle limitazioni per i non vaccinati, a Parigi, il 17 luglio 2021 (Kiran Ridley/Getty Images)

Anche nei casi in cui si abbia a che fare con degli antivaccinisti, prosegue Boyd, il modo migliore per affrontarli probabilmente non è quello di «sfidarli in uno contro uno», ma piuttosto provare a cambiare quello che si può cambiare in ciò di cui parlano le persone intorno a loro. «Se ascolti attraverso il tuo Facebook o da estranei in un negozio abbastanza storie che rafforzano la scienza, questo renderà quello che stai dicendo meno ragionevole e meno utile per te, e dimenticherai quelle convinzioni una volta che non avrai bisogno di conservarle», ha detto Boyd.

Riguardo alle ragioni del suo ottimismo, Boyd ha suggerito di non trarre conclusioni basate sulla valutazione del tipo di conversazioni e contenuti che circolano sui social. All’Atlantic ha detto di aver tratto indicazioni molto più incoraggianti dai suoi incontri faccia a faccia con persone riluttanti o indecise sul vaccino. «La gente viene. Le persone arrivano in gruppi. Sono disposte a essere vulnerabili. Hanno domande. E le loro domande sono tutte domande per le quali abbiamo risposte», ha detto.

Quanto al principio di reintrodurre restrizioni e altre misure di contrasto della pandemia, come il distanziamento fisico e le mascherine, Boyd la ritiene una necessaria strategia di attenuazione dei contagi, l’unica che dia il tempo e la possibilità alle persone non ancora vaccinate di ricevere le risposte che cercano, limitando nel frattempo la circolazione del virus. «E possiamo andare veloci soltanto quanto le persone sono disposte ad andare veloci», ha chiarito.

Le limitazioni per i non vaccinati
Altri analisti e commentatori credono che lo stato attuale della pandemia, con una parte significativa della popolazione già vaccinata e un’altra non ancora, richieda di adottare restrizioni specifiche e diverse rispetto a quelle introdotte nelle prime fasi. E contestano le opinioni troppo indulgenti ed empatiche nei confronti dei non vaccinati, ritenendo controproducente quel tipo di lettura del fenomeno.

In un articolo sull’Atlantic molto critico verso alcuni governatori sostenitori di Donald Trump, intitolato “L’America vaccinata ne ha abbastanza”, il giornalista conservatore ed ex collaboratore di George W. Bush David Frum ha scritto che il governo federale dovrebbe usare i propri poteri normativi e le proprie risorse per incoraggiare la vaccinazione nello stesso modo in cui alcuni politici come Ron DeSantis, governatore repubblicano della Florida, usano i loro poteri esecutivi per scoraggiarla. Parte del problema, secondo Frum, è che molti legislatori statali si adoperano per fornire protezioni e tutele ai non vaccinati, impedendo per esempio che gli imprenditori possano richiedere ai loro clienti di esibire un certificato di vaccinazione.

Alle autorità locali non resta quindi altra strada se non quella di reintrodurre restrizioni rivolte a tutti, e Frum definisce questa situazione un caso in cui la popolazione responsabile subisce le conseguenze di decisioni sbagliate prese da altre persone, gran parte delle quali si trovano in questo caso in stati repubblicani pro Trump.

Con l’obiettivo esplicito di evitare questo genere di situazione – quella in cui le misure di restrizione contro la pandemia sono estese indiscriminatamente a tutta la popolazione – i governi di diversi paesi europei discutono da tempo e stanno progressivamente introducendo una serie di limitazioni per le persone non vaccinate. In Italia, dal 6 agosto, è necessario essere in possesso del cosiddetto “green pass” – il certificato che attesta di aver ricevuto almeno una dose del vaccino, o di essere risultati negativi a un test nelle 48 ore precedenti o di essere guariti dalla COVID-19 da meno di sei mesi – per poter accedere in diversi luoghi pubblici e privati al chiuso, tra cui ristoranti, cinema, teatri, palestre e musei, e anche per poter accedere a stadi, sagre, congressi e grandi eventi. «Non è un arbitrio, ma una condizione per tenere aperte le attività economiche», ha commentato il presidente del Consiglio Mario Draghi.

In Francia, dove il vaccino è stato reso obbligatorio per alcune categorie, sono state introdotte restrizioni per i non vaccinati simili a quelle introdotte in Italia. La decisione è stata preceduta e seguita da una serie di riflessioni sulle implicazioni etiche, politiche e sociali di tali misure, e in particolare sul tipo di disparità che rischierebbero di replicare e amplificare a partire da disparità già esistenti nell’accesso alle cure. Ad alimentare il dibattito, al netto degli estremismi, è il dubbio che allo stato attuale non siano garantite nella società le condizioni affinché tutta la popolazione possa compiere quella che le norme inquadrano come una scelta individuale ritenuta responsabile.

Negli Stati Uniti, un’attenzione specifica nel dibattito si è recentemente concentrata sul bisogno o meno di rendere obbligatoria la presentazione di un certificato di vaccinazione per viaggiare in aereo. Misure di questo tipo «sarebbero realizzabili e legali, e diffonderebbero il messaggio riguardo a ciò che le persone dovrebbero fare, allo stesso modo in cui lo fanno le sanzioni contro la guida in stato di ebbrezza, l’evasione fiscale e le ingiuste discriminazioni sul posto di lavoro», ha scritto Frum, autore dell’articolo sull’Atlantic, sostenendo la necessità di introdurre particolari limitazioni per i non vaccinati.

Ne ha scritto anche l’analista Juliette Kayyem, ex editorialista del Boston Globe ed esperta di sicurezza nazionale con incarichi di governo durante la presidenza di Barack Obama, che descrive il governo federale come l’unico ente che possa regolamentare i termini e le condizioni della sicurezza delle compagnie aeree. Impedire alle persone non vaccinate di prendere un aereo, secondo Kayyem, contribuirebbe prima di tutto a limitare il rischio di trasmissione del virus nelle destinazioni in cui viaggiano quelle persone. Inoltre, nella misura in cui questa norma determinerebbe privilegi per le persone vaccinate, potrebbe contribuire a incrementare i tassi di vaccinazione stagnanti.

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In Italia, l’annuncio del governo sull’introduzione del “green pass”, giovedì 22 luglio, è stato seguito da un incremento rilevante delle richieste di prenotazione dell’appuntamento per il vaccino nei giorni successivi alla conferenza del presidente Draghi. «Oggi abbiamo registrato un incremento delle prenotazioni che va da un +15 a un +200 per cento a seconda delle regioni. In Friuli Venezia Giulia abbiamo registrato un +6.000 per cento», aveva detto venerdì 23 luglio il commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Francesco Figliuolo.

Commentando questi effetti dell’introduzione dei pass vaccinali, il Washington Post ha sottolineato il fatto che queste misure aggirino la discussione riguardo all’obbligatorietà del vaccino, dal momento che prevedono anche la possibilità di avere un certificato attraverso l’esito di un test o la dimostrazione di un’avvenuta guarigione.

Quello che sta accadendo, secondo Kayyem, è che le istituzioni stanno progressivamente spostando gli oneri sulle persone non vaccinate, negando loro l’accesso a determinati spazi, chiedendo loro di sottoporsi regolarmente ai test sul coronavirus e addebitando loro il costo di quei test, anziché imporre oneri a tutti. In questo modo viene ancora data la possibilità di non vaccinarsi, ma questo comporta la rinuncia a determinati benefici. «Nessuno ha il diritto costituzionale di andare a vedere Il Re Leone a Broadway o di lavorare alla Disney o al Walmart», sostiene Kayyem, aggiungendo che «in mezzo a una crisi sanitaria mondiale, le persone che sfidano le linee guida della sanità pubblica non sono, né meritano di essere, una classe protetta».

La politica degli incentivi
Per convincere le persone a vaccinarsi esistono poi – e sono già praticate in diversi paesi del mondo – misure che si concentrano sugli incentivi, da alcuni ritenuti strumenti più efficaci per modificare il comportamento individuale rispetto alle sanzioni. Adottandole, scrive l’edizione europea di Politico, i governi sperano che queste misure rappresentino una «piccola spinta» decisiva per quel gruppo di persone per le quali il rischio di prendere la COVID-19 e di morire non è sufficiente a indurle a prendere un appuntamento per farsi vaccinare.

Il presidente Biden ha chiesto agli stati di offrire alle persone che decidono di vaccinarsi un incentivo di 100 dollari (circa 85 euro). E non sarebbe una misura retroattiva, fa notare Politico rivolgendosi a tutti quelli che si sono vaccinati senza ricevere soldi. In Serbia, per convincere le persone, lo stato offre 25 euro. In Svezia è stato fatto uno studio su quanto un incentivo di 200 corone (circa 20 euro) spingesse le persone a vaccinarsi. Il governo di Hong Kong permette alle persone che si vaccinano di partecipare a una lotteria il cui primo premio è un appartamento di lusso da 10 milioni di dollari. La partecipazione a una lotteria con premi in denaro è prevista anche in altri paesi tra cui Canada, Lettonia e Polonia.

Nel Regno Unito, dove nei prossimi giorni dovrebbero essere introdotte anche restrizioni specifiche per i non vaccinati, alle persone che si vaccinano sono offerti servizi gratuiti come corse con Uber e Bolt, biglietti per andare al cinema e consegne di pasti a domicilio con Deliveroo. In Grecia lo stato distribuisce buoni da 150 euro – per viaggi, concerti, eventi culturali e pernottamenti in alberghi e altre strutture – alle persone di età compresa tra 18 e 25 anni dopo che hanno ricevuto la prima dose del vaccino.

In alcune città, distretti e quartieri della Germania, della Romania e di Israele, viene offerto cibo gratuito – salsicce e altre specialità locali – alle persone che si vaccinano. Una libreria a Oradea, in Romania, offre caffè e libri gratis alle persone vaccinate. E a Berlino il governo sta programmando l’assunzione di un DJ in uno dei suoi centri, per invogliare i giovani a partecipare alle sessioni serali di vaccinazione.

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Quella di offrire incentivi di questo tipo per il vaccino è ritenuta però da una parte degli analisti una misura sostanzialmente inefficace. Secondo Brooke Harrington, sociologa del Dartmouth College di Hanover, in New Hampshire, il rifiuto del vaccino non è un problema individuale ma sociale. «Le pandemie, per definizione, sono problemi collettivi. Si diffondono e uccidono perché le persone vivono in comunità. Di conseguenza, affrontare le pandemie richiede la comprensione delle dinamiche interpersonali», ha scritto Harrington in un articolo sull’Atlantic partendo dalla particolare ritrosia di alcune persone a vaccinarsi pubblicamente.

In Missouri, dove è in corso una delle peggiori ondate di COVID-19 degli Stati Uniti, un ospedale ha creato un “ambiente privato” per i pazienti che temono di essere visti mentre ricevono il vaccino. Tra i non vaccinati, secondo Harrington, ci sono persone che fanno molto affidamento sui legami sociali all’interno dei loro «gruppi di riferimento»: quartieri, chiese, luoghi di lavoro e reti di amicizie che aiutano quelle persone a ottenere altre risorse per loro essenziali.

«Il prezzo per l’accesso a tali risorse è la conformità alle norme di gruppo. Ecco perché nessuno si sforza di ottenere la buona opinione di tutti; la maggior parte delle persone cerca principalmente l’approvazione delle persone nel proprio gruppo di riferimento», sostiene Harrington. In Missouri e in altri stati repubblicani, spiega, il rifiuto del vaccino è diventato un indicatore di appartenenza alla comunità, un’attestazione del rifiuto di cooperare con la campagna di sanità pubblica dell’amministrazione di Biden. E chi nega questa appartenenza accettando di vaccinarsi può legittimamente temere di perdere il lavoro o di essere rimproverato dai propri familiari o da altri membri del proprio gruppo di riferimento.

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Manifestanti contrari all’introduzione del Green Pass, a Roma, il 27 luglio 2021 (AP Photo/Riccardo De Luca)

Molte delle persone che rifiutano il vaccino, secondo Harrington, sono coinvolte in un tipo particolare di relazione nota ai sociologi e da tempo studiata e osservata nelle dinamiche sociali delle truffe. «I truffatori ottengono un vantaggio sociale o finanziario convincendo le loro vittime a credere ad affermazioni altamente dubbie e a respingere tutte le informazioni contrarie», scrive Harrington, spiegando che da questo punto di vista la COVID-19 è diventata un grande affare. Lo è stato non soltanto per i media di estrema destra, che hanno ottenuto maggiore seguito distribuendo disinformazione, scrive Harrington, ma anche per molti piccoli truffatori sui social media e per professionisti intraprendenti e privi di scrupoli.

Il New York Times ha recentemente definito «il più influente diffusore di disinformazione sul coronavirus» un osteopata della Florida già condannato quattro anni fa dalla Federal Trade Commission a pagare circa 3 milioni di dollari di risarcimento per pubblicità ingannevole riguardo a certi lettini abbronzanti da interno che aveva venduto. A febbraio scorso, aveva scritto ai suoi milioni di follower che il vaccino avrebbe «alterato il tuo codice genetico, trasformandoti in un’inarrestabile fabbrica di proteine virali». Retoriche analoghe sono diffuse anche in Italia.

Sebbene le persone che restano coinvolte in queste truffe possano sembrare autolesioniste e «francamente incapaci», scrive Harrington, i loro comportamenti seguono logiche prevedibili. Quando arrivano a capire di essere state defraudate, raramente quelle persone si lamentano o denunciano la truffa alle autorità. Piuttosto la nascondono, perché ammettere di essere stati truffati è qualcosa che procura vergogna e rischia di provocare una «morte sociale». Il bersaglio della truffa si era in precedenza «definito in possesso di un certo insieme di qualità e ha poi dimostrato a sé stesso di esserne miseramente carente», osserva Harrington citando il famoso e influente sociologo Erving Goffman.

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Ed è proprio questa tendenza dei truffati a nascondere il loro «fallimento», prosegue Harrington, a permettere alle truffe di continuare a esistere senza controllo. In genere, quando la truffa diventa evidente, il truffatore ricorre a particolari tecniche e approcci – definiti in sociologia “dispositivi di raffreddamento” (“cooler”) – per attenuare la rabbia, indurre i truffati a incolpare sé stessi, senza pretendere risarcimenti dall’autore della truffa, e per indurli a ricostruire la loro identità sociale mantenendo il rispetto e le affiliazioni all’interno del gruppo di riferimento. Subentra quindi una serie di razionalizzazioni che permettono ai truffati di contenere la frustrazione entro dimensioni gestibili. E la comprensione di queste dinamiche, secondo Harrington, potrebbe servire a interpretare diversamente e meglio alcune fasi della pandemia.

Harrington sostiene che i repentini, e a volte sospetti, ripensamenti pubblici di politici che in precedenza si erano mostrati scettici o ambigui riguardo ai vaccini dovrebbero essere visti con ottimismo da tutti quelli che sperano di assistere presto alla fine della pandemia. Avere espresso dubbi sulla vaccinazione o su altre misure di contenimento dei contagi, secondo Harrington, probabilmente rende quei politici e quelle persone più efficaci nel persuadere altri che la pensano allo stesso modo. «Le loro precedenti posizioni significano autenticità e lealtà all’interno del gruppo, e li rendono più affidabili, non meno», conclude Harrington.