proteste no vax
Manifestanti no vax a Sydney, Australia, il 20 febbraio 2021 (Brook Mitchell/Getty Images)

Breve storia dei no vax

L'antivaccinismo non è nato con i social network ma oltre un secolo prima, e capirne le evoluzioni può aiutare la comunicazione scientifica e politica

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Manifestanti no vax a Sydney, Australia, il 20 febbraio 2021 (Brook Mitchell/Getty Images)

Negli ultimi anni la proliferazione di epidemie in varie parti del mondo, anche prima della diffusione del coronavirus, ha portato esperti e autorità sanitarie a interrogarsi sugli effetti di un ciclico ed esteso scetticismo alimentato da alcune parti della popolazione nei confronti delle vaccinazioni. Per esempio il morbillo, una malattia per cui esiste un vaccino dagli anni Settanta, ha causato nel 2019 un numero di morti (207.500) superiore a quello registrato in ciascuno dei precedenti 23 anni, secondo molti a causa di una copertura vaccinale insufficiente.

Una tendenza piuttosto diffusa tra gli analisti delle dinamiche di Internet è quella di associare i sentimenti dei gruppi di persone contrarie ai vaccini – spesso sintetizzati dall’espressione giornalistica no vax – alla diffusione della disinformazione sui social network e all’accresciuta disponibilità di strumenti digitali. Benché sostenuta da numerose prove, questa spiegazione del fenomeno dei no vax sembra ignorarne la dimensione storica, e risulta parziale e poco utile quando si tratta di analizzarne le ragioni profonde, al di là delle condizioni che oggi ne rendono certamente possibile la diffusione su scala più larga e in tempi più brevi rispetto a quanto avvenisse più di un secolo fa.

È oggetto di dibattito e attenzioni recenti tra gli studiosi di comunicazione scientifica l’idea che una piena comprensione dei sentimenti dei gruppi contrari ai vaccini – sentimenti storicamente radicati ma anche molto diversificati – possa contribuire a rafforzare o in qualche caso migliorare la comunicazione dei benefici delle vaccinazioni di massa.

Le origini dei no vax
Tra gli studiosi e gli storici della medicina è un fatto noto che i sentimenti di contrarietà alle vaccinazioni siano antichi quanto i vaccini stessi. Se ne hanno tracce fin da quando il medico britannico Edward Jenner, alla fine del Settecento, infettò un bambino di 8 anni per verificare l’efficacia della sua soluzione contro il vaiolo. Jenner, considerato oggi l’inventore dei vaccini, utilizzò sul figlio del suo giardiniere del liquido infetto prelevato da lesioni di una persona malata di vaiolo bovino. Le pratiche che sviluppò con successo a partire da quella intuizione radicalmente innovativa sollevarono, prevedibilmente, critiche immediate e trasversali, basate su argomenti di carattere sanitario, religioso, politico e scientifico.

Le cose da sapere sul coronavirus

Per certe persone e per il clero locale il problema del vaccino di Jenner era la sua origine animale, che lo rendeva “non cristiano”. In altri casi l’avversità era il riflesso di una più ampia sfiducia nella medicina e nelle idee di Jenner. E per altre persone ancora, il problema era la limitazione della libertà, opinione ancora più diffusa quando nei decenni successivi il governo adottò progressivamente politiche di vaccinazione obbligatoria.

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Una serie di leggi approvate nella seconda metà dell’Ottocento in Inghilterra rese obbligatorio per i bambini il vaccino contro il vaiolo, prevedendo sanzioni in caso di rifiuto da parte dei genitori. In risposta alle decisioni del governo cominciarono a circolare diverse pubblicazioni periodiche ostili ai vaccini e si formarono i primi due movimenti no vax (la Anti Vaccination League e la Anti-Compulsory Vaccination League). Nei cortei promossi da questi gruppi, particolarmente frequenti e affollati nella zona di Leicester, i manifestanti – in alcuni casi decine di migliaia di persone – marciavano reggendo striscioni, bare di bambini ed effigi di Jenner.

Le proteste sempre più numerose portarono nel 1896 all’istituzione di una commissione incaricata di condurre nuovi studi sulla vaccinazione. L’esito delle indagini confermò l’efficacia del vaccino contro il vaiolo ma portò anche alla rimozione delle sanzioni previste in caso di rifiuto. In una legge del 1898 fu infatti introdotta una clausola di “obiezione di coscienza”, espressione che all’epoca – prima della Prima guerra mondiale – non era tanto associata al servizio militare quanto appunto ai genitori che potevano ottenere un certificato di esenzione dalla vaccinazione per i propri figli.

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Movimenti simili a quelli nati in Inghilterra si erano intanto diffusi anche negli Stati Uniti e in Canada, in alcuni casi proprio a seguito dei viaggi intrapresi dai leader dei gruppi no vax britannici, tra i quali l’imprenditore William Tebb. Le tensioni tra gli attivisti americani e le autorità portarono in diversi stati a prolungate contese giudiziarie per l’abrogazione delle leggi sul vaccino obbligatorio contro il vaiolo.

Uno dei casi più citati è quello di Henning Jacobson, un parroco di origini svedesi della città di Cambridge, in Massachusetts, che nel 1905 fece appello alla Corte Suprema degli Stati Uniti dopo aver perso una causa per violazione delle leggi sul vaccino. Sulla base di alcune reazioni avverse sperimentate da lui e da alcuni suoi figli, Jacobson si era convinto che una qualche condizione ereditaria potesse rendere il vaccino particolarmente pericoloso per la sua famiglia. Rivendicò pertanto il diritto di prendersi cura del proprio corpo e della propria famiglia senza ingerenze da parte dello stato.

La Corte diede ragione allo stato del Massachusetts e dichiarò legittima la possibilità di imporre l’obbligo della vaccinazione per proteggere le persone in caso di malattie trasmissibili.

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Manifestanti contrari alla vaccinazione contro il virus Dengue, a Manila, nelle Filippine, il 18 dicembre 2017 (AP Photo/Aaron Favila)

Le preoccupazioni delle persone riguardo ai vaccini nel corso di tutto il Diciannovesimo secolo, e anche dopo, erano in parte sostenute dal fatto che la vaccinazione – benché avesse prodotto fin da subito benefici di gran lunga maggiori rispetto ai rischi – fu per lungo tempo un’operazione meno sicura di quanto lo sia oggi. La presenza di condizioni igieniche non sempre idonee aumentava le possibilità di infezioni secondarie. E gli effetti avversi potevano essere particolarmente spiacevoli e prolungati, problematici soprattutto per quei lavoratori costretti a prendersi giorni di riposo e, in molti casi, a rischiare di perdere la loro unica fonte di reddito.

In questo contesto le leggi che imponevano la vaccinazione contribuirono, un po’ dappertutto, a creare una situazione di profonda conflittualità e polarizzazione del dibattito.

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La disponibilità di un vaccino per un numero crescente di malattie portò nel corso del Novecento, soprattutto nella seconda metà, alla moltiplicazione delle campagne di immunizzazione. Non fu sempre un progresso lineare. Alcune battute di arresto, da un lato, fornirono ai gruppi no vax nuovi argomenti per contestare il lavoro delle autorità sanitarie. Dall’altro, permisero di rafforzare le procedure di controllo e migliorare gli standard igienici.

Nel 1929 un lotto contaminato di vaccini contro la tubercolosi giunto a Lubecca, in Germania, portò alla morte di 72 bambini, seguite da numerose azioni legali. Il rinvigorimento di sentimenti di contrarietà ai vaccini nella popolazione portò a sua volta a un rallentamento significativo delle campagne vaccinali contro la tubercolosi, poi riprese più diffusamente soltanto dagli anni Cinquanta e Sessanta in poi, e affiancate dalla produzione di efficaci farmaci antitubercolari. Il vaccino (BCG) – bacillo di Calmette e Guérin, dal nome dei due microbiologi francesi che lo svilupparono nel 1921 – è ancora oggi l’unico efficace nella prevenzione delle forme gravi infantili, nei paesi con un’elevata incidenza di tubercolosi.

Gli argomenti retorici immutati nel tempo
Ogni sforzo compiuto dalle autorità sanitarie per aumentare la copertura vaccinale nel corso del Diciannovesimo e del Ventesimo secolo, con l’obiettivo di prevenire o contrastare le epidemie, è stato accompagnato da preoccupazioni e da avversità espresse in gradi e forme differenti da una parte della popolazione. Un aspetto piuttosto noto agli storici della medicina è la presenza di strategie retoriche standard nella comunicazione di alcune persone, magari più carismatiche di altre, che cercano di incanalare le varie espressioni popolari di avversità ai vaccini in una forma univoca di contestazione.

Uno degli esempi più noti agli addetti è un pamphlet pubblicato a Montréal, nel 1885, dal dottore canadese Alexander Milton Ross, leader di un movimento di opposizione al vaccino contro il vaiolo. Era un periodo storico di scontri anche violenti su questo tema, nonostante esistessero ormai da circa un secolo prove della protezione garantita dal vaccino, che il consiglio comunale di Montréal rese quindi obbligatorio proprio nell’estate del 1885, a fronte di una grave e incontrollata epidemia di vaiolo.

Molte persone, soprattutto nelle zone francofone più povere della città, opposero una tenace resistenza.

Ross approfittò delle circostanze per cercare di accrescere la sua popolarità e la sua autorevolezza, descrivendo sé stesso come «l’unico dottore che aveva osato mettere in dubbio il feticcio» della vaccinazione. La pretestuosità del suo comportamento fu in seguito clamorosamente svelata quando in autunno le autorità scoprirono i segni del vaccino sul suo braccio, durante un’ispezione sanitaria, e i giornali locali ne diedero notizia.

Il pamphlet è ritenuto un modello piuttosto esemplare degli argomenti capziosi che tendono a ripetersi nella storia dei movimenti no vax. Uno dei più costanti è la minimizzazione del rischio di rimanere contagiati e l’affermazione che la diffusione della malattia non sia tale da poter generare un’epidemia. Sappiamo oggi che il vaiolo è in realtà associato ad alcune delle più devastanti epidemie della storia, con tassi di mortalità tra il 30 e il 40 per cento.

Di conseguenza un altro degli argomenti storici più utilizzati dai gruppi contrari al vaccino è che sia il vaccino stesso a produrre la malattia che dovrebbe debellare o altre malattie (sifilide, tubercolosi, colera, tifo e altre). Questi argomenti furono per lungo tempo in parte sostenuti, come detto, dalle conseguenze di pratiche cliniche imperfette e dell’utilizzo di strumenti non sterili. Ma queste conseguenze erano già all’epoca artatamente sovrastimate nelle comunicazioni degli attivisti, elemento che contribuì d’altra parte a rendere molto precocemente sentito all’interno delle comunità il bisogno di istituire commissioni per la verifica e la supervisione degli standard di produzione dei vaccini.

Era poi molto popolare già nel 1885 un argomento complottista che ipotizzava l’esistenza di una volontà superiore e condivisa di limitare la libertà delle persone, soprattutto quella delle classi più povere, per ricavarne profitti favorendo l’occupazione e la ricerca nel settore medico. «E non venite a parlarmi della dittatura russa», scriveva Ross: «nessuno è formidabile come i funzionari sanitari di Montréal».

Infine era già frequente tra i no vax di oltre un secolo fa la tendenza ad appellarsi a presunti esperti e autorità per accreditare determinate credenze. Apportare come “prove” le testimonianze di persone a cui erano attribuiti falsi titoli – persone i cui nomi erano preceduti da appellativi come «sir», «dottor» o «professor» – era una pratica piuttosto comune.

Nel Ventesimo secolo e ancora in anni più recenti un intenso e sostanzialmente incessante dibattito sui vaccini ha permesso ad alcune cerchie ristrette di medici, poi confutati dalla comunità scientifica, di continuare a ottenere credito e attenzioni.

Ad accrescere la loro popolarità in certi ambienti contribuì in parte la loro stessa condizione di medici “estromessi”, condizione in grado di procurare loro prestigio in una narrazione che li descriveva come casi isolati di scienziati non mossi dai presunti interessi economici della classe a cui appartenevano. Le indagini su almeno uno dei casi più celebri e clamorosi, quello dell’ex medico Andrew Wakefield, dimostrarono esattamente il contrario: l’esistenza di un conflitto di interessi dalla parte del medico isolato dalla comunità scientifica.

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Manifestanti no vax e contrari alle misure di restrizione a Berlino, il 25 ottobre 2020 (Sean Gallup/Getty Images)

Strategie di comunicazione
Gli addetti alle vaccinazioni tendono a descrivere le persone riluttanti a ricevere un vaccino utilizzando termini come “esitazione”, che copre uno spettro piuttosto ampio di indecisione tra i due estremi “sì” e “no”. Rispetto alla possibilità di essere vaccinate, ci sono persone che hanno qualche dubbio molto specifico e circoscritto, e altre che pongono qualche semplice domanda, il che evidentemente non rende queste persone parte del gruppo compatto dei no vax più convinti. Una parte più o meno consistente di quella esitazione è infatti spesso destinata a sparire.

Nei primi mesi della pandemia la Francia era spesso descritta come uno dei paesi la cui popolazione mostrava nei sondaggi le percentuali più alte di esitazione riguardo all’idea di fare un vaccino contro la COVID-19.

Ma secondo diversi medici, il momento in cui l’opinione viene raccolta nei sondaggi è un fattore da tenere molto in considerazione, quando si fanno valutazioni. All’epoca non esisteva ancora alcun vaccino per il coronavirus, e nel vuoto di dati l’atteggiamento scettico delle persone era in un certo senso relativamente prevedibile. «Se mi chiedeste ora se io sia disposto a fare un vaccino anti COVID-19, la mia risposta sarebbe “no finché non avrò visto i dati”», diceva ad agosto Paul Allan Offit, direttore del Centro di vaccinazione dell’ospedale pediatrico di Philadelphia.

Secondo un nuovo sondaggio, a gennaio scorso la percentuale di persone che in Francia si dichiarava pronta a essere vaccinata era passata dal 37 al 51 per cento, in un mese. E tendenze simili sono state riscontrate in sondaggi condotti anche in altri paesi.

È anche una questione di scelte linguistiche, sosteneva Offit ad agosto. Sebbene la maggior parte dei gruppi di ricerca lavorasse con rigore e senza frettolosità, molte espressioni utilizzate allora da alcuni media – a cominciare da “corsa al vaccino” – sembravano sottintendere una realtà opposta. Vale anche per certe parole scelte dalle autorità, come ad esempio “Warp Speed” (“velocità di curvatura”), il nome del progetto statunitense dedicato ad accelerare lo sviluppo di vaccini e farmaci contro la pandemia. O anche per il nome commerciale scelto per il vaccino russo Gam-COVID-Vac, noto come Sputnik V, che rievoca scenari da piena Guerra fredda.

Espressioni del genere «fanno sembrare come se le scadenze venissero soppresse o i problemi di sicurezza ignorati», secondo Offit.

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Un manifestante no vax durante una protesta contro l’obbligo di vaccinazione a Sydney, Australia, il 20 febbraio 2021 (Brook Mitchell/Getty Images)

Il lungo e irrisolto dibattito sulla disinformazione è certamente pertinente quando serve a inquadrare la tendenza dei no vax a condividere dati parziali o ricavati da fonti inattendibili, su cui in genere ancorano le loro posizioni. Ma uno dei passaggi fondamentali per valutare in modo appropriato e completo la ritrosia mostrata da molte persone – non necessariamente no vax – quando si parla di vaccino è comprendere che spesso a generare quell’esitazione non è un problema di informazione ma di fiducia. Ne è convinta Bernice Hausman, a capo del Dipartimento di scienze sociali al Penn State College of Medicine, in Pennsylvania, e autrice del recente libro Anti/Vax: Reframing the Vaccination Controversy.

Una parte della comunicazione degli esperti della sanità pubblica si concentra sui benefici della vaccinazione per la popolazione, spiega Hausman, «ma le persone non sperimentano un danno derivato dal vaccino a livello di popolazione, lo sperimentano personalmente». Per questo motivo è importante comprendere le ragioni profonde e specifiche delle preoccupazioni. L’esitazione di una persona afroamericana in un determinato quartiere degli Stati Uniti – esitazione legata magari a una particolare situazione sanitaria, in un particolare contesto sociale e politico – potrebbe avere motivazioni, anche complesse, totalmente diverse rispetto all’esitazione di un soggetto allergico che ha appena letto di certi casi di gravi reazioni avverse dopo il vaccino.

Secondo l’antropologa americana Heidi Larson, direttrice del Vaccine Confidence Project, un progetto di contrasto della disinformazione sui vaccini, il successo dei piani vaccinali è in larga parte fondato sulla solidità di un «contratto sociale» tra le persone. Un contratto sociale a volte dato per scontato, scrive Larson nel libro Stuck: How Vaccine Rumors Start ― and Why They Don’t Go Away, e in base al quale fare un vaccino sarebbe normale come lavarsi i denti. Non è così, prosegue Larson, perché quel contratto è oggi logorato in un contesto più ampio dominato da sentimenti di anti-globalizzazione, nazionalismo e populismo.

In questo senso, la vaccinazione è «uno dei più grandi esperimenti sociali mondiali di cooperazione nei tempi moderni», o quantomeno un tentativo di mantenere viva una diplomazia indispensabile a garantire un livello base di cooperazione. Ma provarci basando la comunicazione soltanto sui fatti non è sufficiente. I dati che dimostrino il valore e l’efficacia dei vaccini abbondano, eppure le informazioni pubbliche disponibili sui vaccini formano oggi, nel complesso, un insieme più ambiguo che mai. Prove scientifiche si sovrappongono a elenchi più o meno dettagliati di rischi reali o percepiti, aneddotica varia ed esperienze personali o riferite.

«I fatti non vengono rifiutati perché sono considerati sbagliati, ma perché sono ritenuti irrilevanti» sostiene Larson, citando l’epidemiologo australiano Stephen Leeder. Anche per questo motivo le persone che si occupano di informazione sui vaccini – Larson lavora da oltre vent’anni con UNICEF sui programmi di vaccinazione – cercano di privilegiare più le storie che le statistiche.

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Questo approccio è per esempio sostenuto da Stacy Wood, docente di marketing alla Business School dell’Università statale del North Carolina. In un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine (NEJM) si è recentemente occupata di strumenti e tecniche di persuasione delle persone in merito al piano vaccinale anti COVID-19 negli Stati Uniti. Wood crede, tra le altre cose, che le comunicazioni sulla vaccinazione dovrebbero tenere conto delle differenze tra i gruppi a cui sono rivolte.

«Alla gente non piace essere ammassata nella “media”», ha detto alla rivista scientifica Science, sostenendo inoltre che il racconto sia una modalità generalmente più efficace e convincente per diffondere le informazioni tra le persone. Spiega Wood:

Mettiamo che una tua paziente ti dica: “ehi, la signora in fondo alla strada mi ha detto che sua nipote ha avuto una reazione avversa. E io ho la stessa età di sua nipote. Sono molto preoccupata”. La risposta importante non è “ok, lascia che ti mostri un grafico che ti chiarirà esattamente quanto sia rara quella reazione”. La risposta importante è “Ho una paziente esattamente della tua età che è stata qui la settimana scorsa, ed è stata una tra le prime persone a fare il vaccino, ed è andata benissimo”»

Non tutti la pensano come Wood o come Larson, che pure ha avuto modo di sperimentare e valutare questo approccio per anni nel campo delle vaccinazioni infantili. Secondo il controverso giornalista britannico Toby Young, che scrive per il magazine conservatore The Spectator, fare appello alle emozioni e utilizzare aneddoti per rassicurare le persone che hanno riserve sul vaccino è un’operazione controproducente. «È proprio questo atteggiamento – considerare i proletari come una sottospecie che sia perfettamente giusto manipolare – che ha portato a una mancanza di fiducia nella scienza», sostiene Young.

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Nelle interpretazioni più condivise e correnti della divulgazione scientifica, per esempio, la comunicazione della scienza non è quasi mai intesa come un contrappunto all’aneddotica da sostenere tramite narrazioni alternative, formalmente indistinguibili da quelle pseudoscientifiche. Uno degli obiettivi ritenuti più importanti dai divulgatori stessi è piuttosto quello di diffondere un metodo, sviluppare il senso critico, fornire al pubblico non specializzato gli strumenti per interpretare correttamente le informazioni che circolano sui media.