I portici di via Po, durante il lockdown (Marco Alpozzi/LaPresse)
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  • domenica 9 Maggio 2021

La pandemia non sembra aver aumentato i suicidi

I dati suggeriscono anzi che siano calati, ma non dicono tutto e non è detto che si mantengano sul medio e lungo periodo

I portici di via Po, durante il lockdown (Marco Alpozzi/LaPresse)

Nei primi due mesi dell’emergenza coronavirus, a marzo e aprile 2020, in Italia il numero di suicidi è diminuito rispetto all’anno precedente e lo stesso è successo in molti altri paesi: i dati non hanno confermato i timori di molti esperti sulle possibili conseguenze dell’isolamento forzato e delle chiusure, ma non dicono tutto. È ancora presto per capire quali saranno gli effetti a lungo termine delle condizioni eccezionali e inedite che il mondo ha affrontato e sta ancora affrontando, e non si può escludere che i dati sui suicidi nei prossimi mesi cambieranno andamento, come molti temevano, anche se al momento non ci sono avvisaglie.

L’analisi del fenomeno è complicata, innanzitutto perché la visione di insieme è influenzata dal contesto economico e sociale di ogni paese, in continuo cambiamento a causa dell’epidemia. Al momento le uniche certezze riguardano i benefici di alcuni interventi che aiutano a prevenire il rischio di suicidi: su tutti, il sostegno economico garantito da molti governi per contrastare le conseguenze economiche dell’epidemia, e poi una maggiore attenzione ai servizi sanitari e ai programmi di prevenzione.

I dati sono un punto di partenza importante per inquadrare il fenomeno. Non ce ne sono molti: i pochi disponibili in Italia sono stati pubblicati dall’ISTAT, mentre alcuni ricercatori hanno analizzato le statistiche di altri paesi in uno studio pubblicato su Lancet lo scorso 13 aprile.

Secondo i dati dell’ISTAT, in Italia nei mesi di marzo e aprile 2020 c’è stato un calo dei suicidi rispetto all’anno precedente in tutte le categorie analizzate: i suicidi nei maschi tra zero e 64 anni sono stati 275 e sono diminuiti del 19 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019; nella stessa fascia d’età, le donne che si sono uccise sono state 68, in calo del 27 per cento rispetto all’anno precedente. Tra le persone con più di 65 anni, i suicidi tra i maschi sono stati 180, in calo del 5 per cento rispetto al 2019, mentre tra le donne sono stati 39, diminuiti del 25 per cento. Al momento, non sono stati pubblicati dati sui mesi successivi. Per dare un’idea più precisa: ogni anno in Italia circa quattromila persone muoiono per suicidio.

Le cose da sapere sul coronavirus

Una prima analisi sul possibile rischio di suicidi legato alla pandemia è stata pubblicata dall’Istituto superiore di sanità (ISS) lo scorso settembre, dopo la prima ondata. I dati parziali a disposizione sono stati analizzati da Silvia Ghirini dell’ISS e da Monica Vichi dell’ISTAT, autrici di un approfondimento sul fenomeno in Italia negli ultimi trent’anni. Secondo Ghirini e Vichi, già in passato le misure di quarantena collettiva sono state associate a un aumento del rischio di suicidi, per esempio durante la pandemia di Spagnola del 1918, e la possibilità che questo avvenga anche a causa dell’attuale crisi sanitaria ed economica è uno scenario ritenuto «molto probabile, ma non ineluttabile».

I principali fattori di rischio individuati dallo studio sono molti e ormai conosciuti: il distanziamento fisico che può aver aumentato la solitudine, i contatti “non intenzionali” e i problemi di salute mentale; il consumo di alcol, che può crescere durante i lockdown negli individui già a rischio; la violenza domestica in aumento durante il confinamento in casa e in seguito all’insorgere di problemi economici; la restrizione delle libertà personali; la paura del contagio, cioè di essere contagiati o di essere veicolo di contagio per gli altri; lo stress, soprattutto per medici e operatori sanitari; il ruolo della comunicazione «che può aver esacerbato paura e ansia»; la riduzione dei servizi dedicati alla prevenzione e alla cura del disagio mentale e del suicidio; la crisi economica con il conseguente aumento della disoccupazione, della precarietà e con la riduzione del reddito.

Ognuno di questi rischi può generare un «forte stato di ansia e preoccupazione per il futuro che si ripercuoterà inevitabilmente sulla salute mentale e rischia di impattare anche sul rischio di suicidio», dice lo studio.

Anche in molti altri paesi il numero di suicidi durante i mesi dell’epidemia è diminuito rispetto allo stesso periodo del 2019. Uno studio pubblicato da Lancet ha analizzato i dati di 21 paesi per confrontare il numero di suicidi tra il primo e il secondo trimestre del 2020. Sono stati utilizzati anche i dati degli ultimi quattro anni, nei paesi in cui erano disponibili, per capire l’andamento nel tempo. Soprattutto nei paesi di ricchezza alta o medio alta, che possono fornire dati complessivamente più attendibili, il numero di suicidi è rimasto invariato oppure è calato rispetto ai livelli del periodo pre pandemico. Il settimanale britannico Economist ha integrato queste statistiche citando anche il calo del 12 per cento di suicidi registrato in Inghilterra tra gennaio e settembre 2020, sempre rispetto all’anno precedente, e un documento del Centers for Disease Control and Prevention degli Stati Uniti che ha rilevato un calo dei suicidi del 5,6 per cento nel 2020.

Lo studio sottolinea l’importanza degli interventi dei governi: in molti paesi c’è stata una risposta rapida all’aumento del rischio suicidi con il rafforzamento dei servizi di sostegno alla salute mentale attraverso una più tempestiva assistenza sanitaria, inoltre sono state studiate misure di sostegno economico che hanno ridotto uno dei potenziali fattori di rischio, cioè le conseguenze dell’epidemia sull’occupazione.

Il principale limite di questo studio è rappresentato dalla qualità dei dati, che sono parziali e non consentono di analizzare nel dettaglio il contesto di ogni paese. Così come l’epidemia può influenzare l’andamento dei suicidi, infatti, ci sono anche altri possibili rischi come la qualità della sanità pubblica, la presenza di programmi di prevenzione del suicidio, la condizione economica, politica e sociale preesistente: sono tutti fattori che possono avere effetti indipendentemente dalla pandemia, e diversi da paese a paese.

Una delle ricercatrici che hanno lavorato allo studio, la professoressa Jane Pirkis, direttrice del centro di salute mentale dell’università di Melbourne, in Australia, ha spiegato che sarà molto importante continuare a monitorare questi dati per controllare ogni possibile segnale di aumento dei suicidi, in particolare quando emergeranno con più chiarezza le conseguenze economiche dell’epidemia da coronavirus. «I politici dovrebbero riconoscere l’importanza di dati tempestivi e di alta qualità per sostenere gli sforzi di prevenzione dei suicidi e dovrebbero promuovere progetti per mitigare fattori di rischio associati alla COVID-19 come elevati livelli di stress e le difficoltà finanziarie», ha detto Pirkis.

Anche le ricercatrici Ghirini e Vichi spiegano che la prevenzione è essenziale, anche se spesso sottovalutata. «Nonostante sia stata individuata come un obiettivo prioritario dai maggiori organi internazionali, solo pochi paesi nel mondo hanno sviluppato una strategia nazionale per la prevenzione del suicidio e l’Italia non è tra questi» si legge nel report pubblicato dall’Istituto superiore di sanità. Una politica di prevenzione efficace dovrebbe prevedere un approccio che interessa il contesto sociale, economico e relazionale, anche con un’individuazione dei possibili fattori di rischio a livello locale e, ancora più nel dettaglio, all’interno di una comunità ristretta di persone.

Una delle associazioni che in Italia sono impegnate in modo specifico sulla prevenzione dei suicidi è Samaritans Onlus. Nata in Inghilterra nel 1953, è arrivata in Italia nel 1980 e la sua funzione principale è l’ascolto delle persone in difficoltà. Chiunque può chiamare il numero 06 77208977 a cui rispondono i volontari dell’associazione, che prima di prestare servizio partecipano a un corso specifico per capire come interloquire con le persone a cui serve aiuto psicologico. Il servizio è attivo tutti i giorni dalle 13 alle 22. Non vengono richiesti dati o informazioni: chi chiama può mantenere l’anonimato.

Anche le statistiche fornite da Samaritans confermano che non c’è stato un sensibile aumento delle richieste di aiuto, come temuto da molti. La presidente di Samaritans, Donatella Calvi, spiega che nel 2020 i volontari hanno risposto a 3.100 chiamate (1.540 uomini e 1.560 donne), un numero in linea con le 3.040 (1.500 uomini, 1.540 donne) ricevute nel 2019. «Il nostro compito è ascoltare: dedichiamo il nostro tempo alle persone, senza limiti. Spesso le telefonate durano tra cinquanta minuti e un’ora», spiega Calvi. «Non sappiamo cosa succede quando riagganciamo, ma quando sentiamo una persona che aveva già chiamato sappiamo di aver raggiunto l’obiettivo».

Anche i dati forniti dall’associazione Samaritans non dicono tutto. L’andamento può essere stato influenzato dall’attivazione di molti altri numeri di sostegno psicologico operativi a livello regionale, inoltre non è possibile sapere l’età delle persone chiamanti. Calvi sostiene che nel 2020 sembra esserci stato un aumento delle chiamate di giovani e adolescenti rispetto agli anni precedenti. «Molti ragazzi dicono di essere stressati a causa della didattica a distanza», spiega.

Con numeri così contenuti, però, è difficile capire se ci siano altre spiegazioni oltre all’impatto dell’epidemia. Già qualche anno fa, dopo l’uscita della serie televisiva Tredici, che in una scena della prima stagione – poi rimossa – mostrava il suicidio di un’adolescente, Samaritans ricevette molte più chiamate di giovani perché nei titoli di coda veniva mostrato il numero dell’associazione. Fu una misura di prevenzione semplice e allo stesso tempo efficace. Anche secondo Calvi la prevenzione sarà sempre più importante «perché anche nella disperazione molte persone si lasciano sempre uno spiraglio».

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Dove chiedere aiuto
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il numero 112. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 02 2327 2327 oppure via internet da qui, tutti i giorni dalle 10 alle 24.

Puoi anche chiamare l’associazione Samaritans al numero 06 77208977, tutti i giorni dalle 13 alle 22.