(La casa di carta)

Gli americani stanno scoprendo il doppiaggio

Per decenni non ne hanno avuto bisogno e lo hanno spesso deriso, ma ora qualcosa sta cambiando: ovviamente c'entra Netflix

(La casa di carta)

Storicamente, gli spettatori statunitensi non hanno mai avuto molto a che fare con i doppiaggi perché la maggior parte dei film che guardano sono in inglese e perché, perlomeno nei cinema, sono abituati a guardare in lingua originale e con i sottotitoli i pochi film stranieri che arrivavano. Al punto che, sempre storicamente, per gli americani è tendenzialmente strano e alle volte persino offensivo che qualcuno possa parlare in inglese sostituendosi alle voci originali di Brigitte Bardot, Roberto Benigni o Marlene Dietrich. Ma le cose stanno cambiando. In parte perché ormai, anche negli Stati Uniti, serie e film si guardano a casa, su schermi piccoli o piccolissimi e spesso facendo altro. E in gran parte perché, soprattutto grazie a Netflix, sempre più contenuti audiovisivi di successo – anche negli Stati Uniti – arrivano da paesi in cui non si parla inglese.

Breve storia del doppiaggio in inglese
La prima cosa da fare, pensando alla storia di film e serie doppiati in inglese, è cambiare prospettiva. Perché, come dice con grande sintesi la pagina inglese di Wikipedia dedicata all’argomento, «in Italia il doppiaggio è sistematico». Se l’Italia con la sua “grande scuola del doppiaggio” (come viene spesso definita dagli stessi italiani) è a un estremo, gli Stati Uniti – e in generale i paesi in cui si parla inglese – sono all’altro. Per molti spettatori anglofoni, in genere poco abituati a vedere le labbra muoversi in una lingua e le parole arrivare in un’altra, l’effetto – noto come lip-flapping – è di certo più straniante, forse pure fastidioso.

Per decenni, soprattutto nella seconda metà del Novecento, ci si era abituati al fatto che i grandi film stranieri e spesso europei, per esempio di Federico Fellini o Jean-Luc Godard, andavano visti al cinema e andavano visti con i sottotitoli. Sicché il doppiaggio cinematografico fu per la gran parte relegato all’animazione e a pochi altri contesti.

Quando si parla della non particolarmente lunga e non particolarmente fortunata storia del doppiaggio negli Stati Uniti, si cita spesso il caso di U-Boot 96, film di guerra tedesco del 1981 con velleità da blockbuster internazionale. Nei cinema statunitensi U-Boot 96, che parla dell’equipaggio di un sottomarino tedesco durante la Seconda guerra mondiale, arrivò in due versioni: una doppiata (in molti casi dagli stessi attori del film) e una con i sottotitoli. Quest’ultima andò molto meglio e finì quindi per essere usata per molti anni come prova del fatto che il doppiaggio non fosse cosa per gli Stati Uniti.

Oltre che nei contenuti di animazione, il doppiaggio trovò certi spazi nei film pensati per saltare i cinema e andare direttamente su videocassetta o DVD, dove comunque gli spettatori potevano scegliere anche la versione con i sottotitoli. Un altro caso peculiare riguarda invece il film Trainspotting, che era parlato in un inglese ricco di inflessioni ed espressioni scozzesi, e che quindi prima di arrivare negli Stati Uniti fu ridoppiato dagli attori stessi con un linguaggio che si pensava potesse essere più semplice per spettatori non britannici. «Gli attori all’inizio esitarono al pensiero di dover cambiare le loro interpretazioni originali ma poi il produttore Andrew Macdonald li convinse che la cosa avrebbe fatto bene agli incassi del film» scrisse il britannico Independent in un articolo dal titolo “Trainspotting fatto semplice per gli americani”.

Un altro e più recente caso di film straniero doppiato in inglese riguarda La vita è bella. Dopo il successo anche statunitense del film, la Miramax di Harvey Weinstein (uno dei produttori che più insistette con il doppiaggio) ne fece uscire una versione doppiata, che però non ebbe successo e ricevette anche una serie di critiche.

Su IndieWire, in un articolo dal titolo “La vita non è più bella, è doppiata” il critico cinematografico Anthony Kaufman scrisse:

Prima che vi parli di quella stranezza che è la versione doppiata della Vita è bella, guardiamo a cosa il doppiaggio fa all’esperienza cinematografica. La voce originale degli attori è sostituita con quella di qualcun altro, spesso da un altro paese. A parte il fatto che spesso la voce originale è sostituita con una di livello inferiore, rovinando così l’intera recitazione (immaginatevi il doppiaggio a teatro), è soprattutto molto strano che le labbra non si muovano al ritmo delle parole.

Dopo queste considerazioni, evidentemente piuttosto scontate se lette dall’Italia, Kaufman scrisse:

Ora, è ovvio che in Germania abbiano il loro doppiatore per Woody Allen, in Italia la loro voce per Harrison Ford e in Spagna la loro doppiatrice per Sharon Stone (in Francia, invece, hanno spesso il buonsenso di non doppiare i film), ma gli spettatori di questi paesi sono cresciuti dando per scontate quelle voci e quella stranezza che è il doppiaggio. Per fortuna noi no, e non dovremmo lasciare che succeda.

Nel 1996, il New York Times scrisse: «i distributori cinematografici statunitensi sembrano pensare che i loro connazionali siano disposti a guardare film doppiati tanto quanto i francesi potrebbero esserlo nel rinunciare ai loro croissant per iniziare a fare colazione con i cornflakes».

Anche nel caso delle serie tv, il problema quasi non si pose. Tutte le più costose, più apprezzate e meglio recensite erano in inglese.

– Leggi anche: Il “doppiese”, la lingua irreale delle traduzioni

E poi Netflix (e gli altri)
Da qualche anno, però, molte cose sono cambiate. Prima Netflix, poi Amazon Prime Video e dopo ancora tutti gli altri, hanno indirizzato le loro strategie commerciali in modo da diventare servizi globali. Che vuol dire soprattutto due cose: essere presenti in tutto il mondo, se possibile rendendo subito disponibile ovunque ogni grande novità; ma anche produrre contenuti in tutto il mondo, con l’ambizione di far sì che una serie spagnola possa andare benissimo in Spagna, ma magari anche in Giappone, e che una docuserie italiana possa interessare a qualcuno in Indonesia.

Netflix, per esempio, è presente da ormai un paio di anni in oltre 190 paesi e offre molti dei suoi contenuti in oltre 30 lingue diverse, grazie alla collaborazione con oltre 170 studi di doppiaggio in giro per il mondo. Oltre il 60 per cento degli abbonati di Netflix è in paesi diversi dagli Stati Uniti, e da quei paesi è arrivato anche l’83 per cento dei nuovi abbonati del 2020. Questo implica una grande opera di coordinamento tra nazioni diverse, tra l’altro con le dovute attenzioni e precauzioni per evitare che, condividendo un contenuto per farlo doppiare prima che esca, quel contenuto finisca illegalmente online. Ma anche un lavoro e un investimento senza precedenti: «nessuno mai a Hollywood si era dedicato al doppiaggio tanto quanto Netflix», ha scritto Bloomberg.

Già nel 2019, l’Hollywood Reporter spiegò che negli Stati Uniti i contenuti “localizzati” (un termine più tecnico, usato alle volte in riferimento al doppiaggio) «erano stati presi in giro o comunque trascurati» e che sebbene continuassero a essere «associati soprattutto a quei doppiaggi fatti male dei film di arti marziali o degli spaghetti western», qualcosa si stava muovendo. In relazione a Netflix, l’Hollywood Reporter parlò di investimenti sul doppiaggio che già da tempo crescevano di almeno il 25 per cento l’anno, e di una visione di contenuti doppiati con crescita percentuale a tre cifre percentuali.

Kelly Luegenbiehl, vicepresidente responsabile delle produzioni originali dell’area EMEA, che comprende Europa, Africa e Medio Oriente, disse: «Gli utenti dicono di preferire i contenuti in lingua originale, ma i dati a nostra disposizione mostrano che preferiscono invece quelli doppiati».

E visto che molti tra i contenuti più di successo di Netflix non sono girati in inglese, sembra che anche gli spettatori statunitensi ci stiano prendendo gusto. Secondo dati Netflix (quindi da prendere un po’ con le pinze) citati da Bloomberg, «lo spettatore medio statunitense oggi guarda il triplo dei contenuti doppiati rispetto al 2018». E già in quell’anno Denise Kreeger, a capo dell’area di Netflix esclusivamente dedita ai doppiaggi, disse a Variety che, negli Stati Uniti, la serie tedesca Dark e la brasiliana 3% erano state viste per la maggior parte in versione doppiata.

Un altro caso interessante ha riguardato l’interesse internazionale per una serie spagnola come La casa di carta, ma secondo Bloomberg, «nessuna serie manifesta il successo del doppiaggio meglio di Lupin», girata in francese e disponibile su Netflix dal gennaio 2021. L’86 per cento circa degli spettatori che hanno visto Lupin, ha scritto Bloomberg, lo ha fatto usando sottotitoli o con il doppiaggio. E, come abbiamo detto, c’è da pensare che molti abbiano preferito il doppiaggio, anche quelli che magari nei sondaggi dicono invece di preferire i contenuti in lingua originale.

«La cosa potrebbe sorprendere molta gente dalle parti di Hollywood» ha detto Brian Pearson, vicepresidente di Netflix «ma solo circa il 5 per cento della popolazione mondiale è madrelingua inglese». Sempre Pearson ha detto: «e c’è anche un numero sempre più grande di persone che vogliono il doppiaggio in inglese. Magari stanno facendo il bucato, o stanno facendo qualcos’altro mentre guardano Netflix, e non vogliono perdersi qualche parte della trama» (cosa che può succedere, se ci si distrae dai sottotitoli).

Tra chi più potrà beneficiare della crescita del doppiaggio negli Stati Uniti ci sono evidentemente i doppiatori. Il 56enne Pete Dobson è uno di loro, e a Bloomberg ha raccontato che arrivò a Hollywood con il sogno di fare l’attore e diventare il nuovo Paul Newman o il nuovo James Stewart. Non ci riuscì, ma fu comunque in grado di trovare piccole parti qua e là: è, per esempio, l’Elvis Presley di Forrest Gump.

Qualche anno fa Dobson diede voce inglese ad Arturo Roman, uno dei protagonisti di La casa di carta, e da lì iniziò una piuttosto proficua carriera di doppiatore, della quale ha detto: «Gli orari sono ottimi, e poi puoi venire vestito come vuoi, tanto non ti deve vedere nessuno».

– Leggi anche: Il dibattito americano sul doppiaggio