Lavoratrici del settore tessile del Myanmar chiedono alle aziende internazionali per cui lavorano di sostenere chi protesta per la democrazia, 24 febbraio 2021 (Pagina Facebook della Federazione generale dei lavoratori del Myamar)
  • Moda
  • sabato 13 Marzo 2021

In Myanmar le lavoratrici del tessile chiedono il sostegno di H&M e Zara

E delle altre aziende di fast fashion per cui lavorano, ricordando che stanno scioperando per la democrazia

Lavoratrici del settore tessile del Myanmar chiedono alle aziende internazionali per cui lavorano di sostenere chi protesta per la democrazia, 24 febbraio 2021 (Pagina Facebook della Federazione generale dei lavoratori del Myamar)

Quando il primo febbraio l’esercito del Myanmar ha fatto un colpo di stato e bloccato internet, molte lavoratrici delle fabbriche tessili del paese si sono riunite negli uffici dei loro sindacati. Nel corso di varie riunioni hanno deciso di scioperare e di unirsi alle grandi manifestazioni di protesta che vanno avanti da più di un mese e che vengono duramente represse dalle autorità: solo oggi, sabato 13 marzo, almeno 8 persone sono morte negli scontri con la polizia. Le lavoratrici del tessile stanno chiedendo alle grandi aziende internazionali per cui lavorano – come H&M, Primark, Inditex (la società del marchio Zara) e l’italiana OVS – di sostenere la loro lotta per la democrazia, impedendo i licenziamenti dei lavoratori che scioperano.

Il Myanmar è uno dei paesi del sud-est asiatico dove vengono prodotti molti dei vestiti dei grandi marchi di fast fashion, cioè di moda economica. Fino al 2016 il settore non era sviluppato per via delle sanzioni internazionali imposte al paese a causa del regime militare allora al potere, ma negli ultimi cinque anni le cose sono cambiate: secondo la Camera di commercio europea in Myanmar, il 31 per cento delle merci esportate dal paese nel 2018 era abbigliamento. Le aziende di abbigliamento internazionale si accordano perlopiù con fabbriche locali per appaltare la produzione di parte dei loro prodotti. I lavoratori del settore – che per il 90 per cento sono lavoratrici – sono circa 700mila e per la maggior parte non sono sindacalizzati: tuttavia, le associazioni di lavoratori sono molto attive e già dal 2015 era stato introdotto il salario minimo.

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Molte persone che lavorano nel settore hanno raccontato al New York Times che l’esperienza maturata creando i sindacati negli ultimi anni si è rivelata molto utile per organizzare le proteste contro i militari. E che rivolgersi alle grandi aziende straniere per cui lavorano è anche un modo per attrarre l’attenzione del resto del mondo sulla situazione del Myanmar.

Alla fine di febbraio era stato indetto uno sciopero generale, dopo il quale la polizia aveva emesso dei mandati di arresto per i capi dei sindacati di vari settori. Le lavoratrici del tessile hanno organizzato quindi dei sit-in fuori dalle fabbriche e nei cartelli preparati per l’occasione hanno chiesto a H&M, Inditex e ad altre società per cui lavorano di non far licenziare gli scioperanti. Una richiesta simile era stata rivolta ai marchi internazionali il 4 marzo, con una lettera della Federazione generale dei lavoratori del Myanmar (FGWM) che diceva: «Ci rivolgiamo ai marchi di abbigliamento che usano fornitori del Myanmar di diffondere immediatamente una dichiarazione per chiedere che nessun lavoratore sia licenziato, sanzionato [ci sono stati tagli agli stipendi, ndr] o scoraggiato dal prendere parte al movimento di disobbedienza civile».

Molte lavoratrici infatti vengono minacciate dai datori di lavoro affinché riprendano a lavorare, visto che lo sciopero generale sta bloccando l’economia del Myanmar, che poi è lo scopo per cui è stato organizzato. Gli imprenditori temono però le conseguenze economiche dell’interruzione del lavoro, oltre che le possibili ripercussioni da parte della polizia. Temono inoltre che la comunità internazionale possa reintrodurre le sanzioni sulle merci prodotte in Myanmar e che le aziende internazionali con cui lavorano smettano di fare affari nel paese.

Ma Moe Sandar Myint, una dei capi della Federazione dei lavoratori dell’abbigliamento del Myanmar, uno dei più grandi sindacati del settore, ha detto al New York Times: «Ogni fabbrica ha la sua situazione, ma abbiamo tutti bisogno che i brand internazionali si facciano avanti per dire ai proprietari delle fabbriche di rispettare il diritto dei lavoratori di riunirsi e la libertà d’espressione». Moe Sandar Myint vive nascosta da quando il 6 febbraio la polizia ha fatto irruzione in casa sua; da allora non vede la sua famiglia.

Il 19 febbraio i firmatari di Action, Collaboration, Transformation (ACT), un accordo tra sindacati e grandi aziende internazionali dell’abbigliamento per permettere ai lavoratori di contrattare stipendi adeguati, hanno diffuso un comunicato per dire che stavano seguendo gli eventi in Myanmar e dichiarare la propria adesione agli standard democratici. Tra i membri di ACT ci sono H&M, Inditex e Primark.

Questa settimana H&M è stata la prima grande società a dire che per il momento smetterà di fare nuovi ordini ai suoi fornitori del Myanmar, che sono 45. Le ragioni sono le «difficoltà pratiche e una situazione imprevedibile che limita la possibilità di lavorare nel paese». Serkan Tanka, dirigente dell’azienda in Myanmar, ha detto al New York Times che H&M è «estremamente preoccupata per la situazione».

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