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  • sabato 13 Marzo 2021

Come ha fatto un proiettile italiano ad arrivare in Myanmar?

Le esportazioni di armi sono teoricamente vietate, ma probabilmente c'entra il fenomeno della "triangolazione"

Una settimana fa, durante una delle manifestazioni di protesta che stanno avvenendo in Myanmar contro il recente colpo di stato compiuto dall’esercito, la polizia della città di Yangon ha preso di mira un’ambulanza che con tutta probabilità si trovava in zona per soccorrere i manifestanti. I poliziotti hanno picchiato i soccorritori e sparato contro i vetri del veicolo. Poco dopo l’aggressione una persona ha sollevato il bossolo lasciato dall’arma da fuoco della polizia e l’ha mostrato a un fotografo. Sul bossolo si legge chiaramente la parola Cheddite, il nome di una nota azienda livornese che produce soprattutto armi e munizioni da caccia. Come ci è arrivato?

(Irrawadaddy)

Dal 1991 in Myanmar è in vigore un embargo sulla vendita di armi imposto dall’Unione Europea, che nel 2000 è stato esteso e reso ancora più severo. Da tre decenni il timore dei paesi europei è che le armi possano finire alle forze di sicurezza e ai militari, che in Myanmar hanno una lunga storia di ingerenza nella vita politica: anche dopo l’inizio della fase di transizione verso la democrazia, nel 2011, i militari hanno continuato a esercitare molto controllo sulla politica nazionale, non lasciando mai davvero il potere. Negli ultimi anni, inoltre, si sono resi responsabili delle terribili persecuzioni nei confronti della minoranza etnica dei rohingya, che alcuni hanno definito «genocidio».

Già in passato però era successo che armi e munizioni europee, anche italiane, finissero in Myanmar: nel 2015 ci fu il caso di una partita di cannoni navali prodotti dall’azienda italiana Oto Melara che arrivò alla marina militare birmana.

Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL) di Brescia, ha spiegato che allora come oggi l’ipotesi più probabile è che le munizioni italiane trovate in Myanmar – che a prima vista appartengono a un proiettile per fucili a pompa – siano arrivate attraverso la cosiddetta “triangolazione”, cioè passando da un paese in cui teoricamente l’Italia può esportare armi e munizioni.

Per quanto riguarda le armi e le munizioni militari, sia l’esportazione sia la triangolazione sono vietate dalla legge italiana e monitorate dal ministero degli Esteri, e le aziende tendono a rispettarla. Cheddite, inoltre, possiede una licenza per esportare munizioni militari dal 2014, ma secondo l’analisi dell’OPAL fino al 2019 non l’ha mai utilizzata: segno che non è solita vendere all’estero prodotti del genere. Contattato dal Post, il ministero degli Esteri italiano ha fatto sapere che la Cheddite non ha usato la sua licenza nemmeno nel 2020.

Per armi e munizioni “comuni”, cioè più leggere di quelle militari, la triangolazione è più facile: la legge 110 del 1975 permette infatti di esportarle dietro il permesso del questore della provincia dove ha sede l’azienda e una certificazione dell’Agenzia delle dogane, mentre per l’acquirente non prevede alcun vincolo alla rivendita.

Irrawadaddy, il sito di news del Myanmar che per primo ha parlato del bossolo italiano trovato a Yangon, sostiene di avere individuato in un database gestito dall’ONU un carico di munizioni per fucili a pompa venduto al Myanmar dalla Thailandia, e che due anni fa un carico simile era stato venduto dall’Italia a Singapore e quindi da Singapore alla Thailandia. Non ci sono prove però che si tratti delle stesse munizioni.

Un gruppo di poliziotti si prepara ad attaccare i manifestanti a Yangon, Myanmar (Hkun Lat/Getty Images)

Contattato dal Post, l’autore dell’articolo su Irrawadaddy ha spiegato che «a giudicare dalle informazioni pubbliche è impossibile al momento stabilire esattamente come i proiettili siano arrivati in Myanmar».

– Leggi anche: Chi è il legittimo ambasciatore del Myanmar all’ONU?

In un comunicato pubblicato da Irawadaddy, Cheddite ha detto di non aver mai esportato i propri prodotti in Myanmar. Contattata dal Post con ulteriori domande sulla provenienza del proiettile e sui passaggi che l’hanno portato in Myanmar, l’azienda non ha replicato, così come non ha risposto a domande di chiarimento la questura di Livorno. Un funzionario dell’Agenzia delle dogane ha invece spiegato che dati di questo genere sono «pubblici ma non pubblici», specificando che difficilmente potranno essere recuperati.

Le manifestazioni di protesta in Myanmar vanno avanti ormai da settimane. In diverse città le proteste sono state represse con la violenza dall’esercito e dalle forze dell’ordine: nella sola giornata di mercoledì 3 marzo almeno 38 persone sono morte durante le manifestazioni. Tra le richieste dei manifestanti c’è la liberazione di Aung San Suu Kyi, la ex leader di fatto del Myanmar, che era stata arrestata dai militari durante il colpo di stato. Il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (NLD), aveva vinto nettamente le elezioni dello scorso novembre, nonostante i militari sostengano senza prova che i risultati siano frutto di brogli.