I “cliffhanger” spiegati da chi li fa

Vulture ha chiesto ad alcuni sceneggiatori storie e trucchi di un meccanismo narrativo che richiede mestiere e un po' di azzardo

Che si tratti di telenovelas vecchie di quarant’anni, prestigiose serie tv di fine anni Novanta o recentissime serie true crime di cui fare binge watching su Netflix, quasi sempre a un certo punto arriva un cliffhanger. Cioè quel meccanismo della narrazione seriale che alla fine di una stagione – ma a volte anche di ogni singolo episodio – fa succedere qualcosa di sorprendente e spiazzante, senza però mostrarne gli esiti e le conseguenze. Lasciando gli spettatori “appesi a una scogliera”, come suggerisce il nome inglese (cliff + hanger).

Per una sua recente serie di articoli dedicata a come finiscono le storie del cinema e della televisione, Vulture ha chiesto a sceneggiatrici e sceneggiatori televisivi di raccontare il loro rapporto e la loro esperienza con i cliffhanger, un’arma che con l’arrivo delle serie i cui episodi sono disponibili tutti-e-subito sembrava essersi fatta meno affilata, e che invece continua a risultare utilissima e quindi usatissima.

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A ben vedere, comunque, il meccanismo è narrativo ancora prima che televisivo: esisteva già da millenni e già nell’Ottocento si iniziò a parlare di cliffhanger in ambito letterario, dato che un capitolo di Due occhi azzurri, un romanzo di Thomas Hardy, finiva proprio con un personaggio letteralmente appeso a una roccia.

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Bruce Miller – sceneggiatore di E.R. – Medici in prima linea e creatore della serie The Handmaid’s Tale – ha ammesso che «i cliffhanger alla fine di una stagione sono sempre difficili» perché per far sì che risultino poi soddisfacenti «c’è da pensare fin da subito a cosa ci sarà dopo». In altre parole, «per scrivere quell’ultima scena devi già prefigurarti tutta la stagione successiva». Tutto questo quando in molti casi chi scrive ancora non sa se la serie sarà rinnovata per una nuova stagione.

Non sempre, ha spiegato Miller, quella cosa di pensare già alla stagione successiva quando si fa un cliffhanger funziona davvero bene: «capita di ritrovarsi a dover scrivere una nuova stagione e di chiedersi “Chi sono quegli idioti che hanno fatto finire così questa serie?». Evidentemente, in molti casi “quegli idioti” sono le stesse persone che si fanno la domanda.

Miller ha detto anche che tra chi scrive di serialità televisiva, spesso ci si dice: «Devi solo immaginarti che a occuparsi della prossima stagione ci saranno persone molto astute che risolveranno ogni problema». Anche in questo caso, tuttavia, «molto spesso quelle persone saranno le stesse della stagione precedente, ma non bisogna preoccuparsene prima del tempo».

Ted Cohen, tra le altre cose sceneggiatore di alcune decine di episodi di Friends, ha detto che sebbene fosse una sitcom che poteva anche fare a meno di cliffhanger, col tempo divennero importanti anche lì. Cohen, che divenne uno degli sceneggiatori di Friends a partire dalla terza stagione della serie, ha detto:

Dal momento in cui arrivai già ci dicevamo: “ok, qual è il nostro cliffhanger?”.
E più ci avvicinavamo alla fine di una stagione e più si faceva pressante la necessità di trovarne uno. Ormai era diventato uno dei nostri punti di forza.

Cohen ha spiegato che mentre si iniziava a scrivere una stagione nessuno, tra i tanti sceneggiatori, sapeva quale sarebbe stato il cliffhanger finale. E che anche quando il cliffhanger veniva trovato, scritto e approvato spesso non si sapeva cosa si sarebbe fatto succedere dopo. Alla fine della quarta stagione, per esempio, succede che Chandler e Monica vadano a letto insieme.

«La nostra idea era che sarebbe stata una cosa da una notte e basta, di cui poi i due personaggi si sarebbero pentiti senza che dovessimo preoccuparcene». Come sa bene chi ha visto Friends, le cose vanno diversamente. Cohen ha spiegato che successe perché quando si trovarono a scrivere la quinta stagione gli sceneggiatori decisero di provare a dare fiducia alla coppia.

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Cohen è convinto che, in particolar modo nelle serie con molte stagioni, il fatto che ogni cliffhanger debba essere migliore del precedente aiuta a guidare la narrazione. Ma ha aggiunto: «mentirei se negassi che spesso si improvvisa».

Carolina Rivera – autrice e sceneggiatrice di telenovelas e della serie Jane the Virgin – ha detto a Vulture: «Le telenovelas sono fatte da almeno 121 episodi da un’ora ciascuno, e c’è chi le guarda tutti i giorni. Scrivendole, non pensiamo per stagioni, quindi non mettiamo i cliffhanger alla fine delle stagioni. Cerchiamo però di metterne uno alla fine di ogni episodio, così che la gente abbia voglia di guardarci anche il giorno dopo». Rivera ha anche candidamente confessato che sì, scrivendo una telenovela ci si dice spesso che la morte di un personaggio non per forza è qualcosa di irreversibile, e facendo credere che sia morto qualcuno per poi farlo sorprendentemente tornare si risolvono due episodi in un colpo solo.

Rivera, che ha collaborato anche con Netflix, spiega che in quel caso i cliffhanger sono determinanti perché tra i dati a cui la società dà più peso ci sono quelli sul tempo medio con cui gli spettatori finiscono una serie. Quindi più un episodio spinge alla visione del successivo, meglio è.

Ormai, comunque, i cliffhanger si mettono in molti posti diversi: per esempio alla fine di film che fanno parte di saghe come Star Wars o l’Universo Cinematografico Marvel, o anche tra un episodio e l’altro di miniserie documentarie che raccontano storie vere. Heidi Ewing, coautrice e coregista di Love Fraud, ha detto: «Era la mia prima docuserie e quindi il mio primo approccio con la necessità di mettere un cliffhanger in una storia di quel tipo». Il problema, con le storie vere, è che non sempre e non per forza c’è un grande finale, e quindi può risultare difficile continuare a promettere clamorosi sconvolgimenti se poi, alla fine, non si possono mantenere tutte le promesse fatte. «Vedo moltissime serie» ha detto Ewing «che vanno avanti per dieci episodi senza far succedere niente alla fine: sono ripetitive e piene di cliffhanger intermedi, ma alla fine non svelano e non concludono nulla. Non lo sopporto».

Julie Plec – creatrice della serie fantasy Legacies e coautrice della serie Girls on the Bus, in arrivo su Netflix nei prossimi mesi – ha raccontato di avere un brutto rapporto con i cliffhanger. Perché secondo lei sono qualcosa su cui si impunta chi trasmette la serie quando quella serie va male, e perché spesso agli sceneggiatori viene chiesto di fare qualcosa «che non si addice al tipo di serie che stai facendo». Con riferimento ai cliffhanger “su richiesta”, Plec ha detto: «Aggiungere qualcosa di grande senza aver avuto il tempo di prepararlo e farlo maturare a dovere non è mai una ricetta per il successo».

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