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  • domenica 22 settembre 2019

“Friends” ha 25 anni, ma non li dimostra

La serie «archetipo della sitcom ottimista anni Novanta» cominciò a essere trasmessa il 22 settembre 1994, ma continua a essere popolarissima ancora oggi

Lo scorso agosto Canal Productions, società di Robert De Niro, fece causa per 6 milioni di dollari a un’ex dipendente accusata di due cose: appropriazione indebita e visione di serie tv sul luogo di lavoro. Canal Production disse che la donna trascorreva «uno smisurato lasso di tempo» guardando Netflix: in quattro giorni, per esempio, aveva guardato 55 episodi di Friends durante l’orario di lavoro. Marta Kauffman, una dei due autori di Friends, ha raccontato che nel 2014, quando la serie arrivò su Netflix, sua figlia adolescente tornò a casa confusa, perché i compagni di scuola parlavano di Friends come di una nuova serie, consigliandosela a vicenda.

Sono due esempi che fanno capire quanto Friends sia una serie ancora attuale e remunerativa, al punto che Warner Bros ha pagato quasi 500 milioni per prenderla da Netflix. Tutto questo nonostante esista ormai da un quarto di secolo: negli Stati Uniti la prima puntata andò in onda il 22 settembre 1994 su NBC.

Friends andò in onda per 236 episodi divisi in 10 stagioni, per un totale di quasi 88 ore complessive. L’ultimo episodio fu trasmesso negli Stati Uniti nel maggio 2004. In Italia arrivò con tre anni di ritardo – tanto allora nessuno andava a scaricarla da Internet – e finì nel 2005: fu trasmessa sulla Rai, prima su Rai Tre e poi su Rai Due, poco prima o poco dopo il tg, in prima o in seconda serata, a seconda delle stagioni.

In Italia ci mise qualche anno a carburare, mentre negli Stati Uniti bastò una stagione: dalla seconda in poi Friends fu costantemente una delle serie più viste, con una media di circa 25 milioni di spettatori a puntata.

Friends è stata descritta come «l’archetipo della sitcom ottimista anni Novanta», come una serie «più sexy di Cheers e meno pungente di Seinfeld, che si ritagliò il suo spazio all’incrocio tra l’intrattenimento per le masse e l’escapismo pop». Insomma, una serie accessibile ma con una sua identità ben precisa, che sapeva inserirsi in un chiaro solco ma che riusciva a differenziarsi da tutto quello che c’era stato o c’era in quel momento.

Ci voleva pochissimo per appassionarsi alla storia di Friends: sei amici tutti benestanti, tra i venti e in trent’anni, nessuno con grandi problemi, che affrontavano insieme quel che la vita presentava loro senza dimenticarsi degli amici con cui passare il tempo, al comune ritrovo o nell’appartamento di alcuni di loro.

Non c’era niente di rivoluzionario, ma c’erano personaggi giovani, autonomi, buoni ma non sdolcinati, simpatici ma mai ridicoli, belli ma comunque “accessibili”. Friends piacque per il motivo per cui piacciono le sitcom migliori: rilassava, svuotava la testa, faceva ridere, appassionava grazie a qualche vicenda d’amore, e aveva personaggi che funzionavano, storie ben scritte, interpretate da attori che le rendevano credibili e accessibili. Insomma: la serie aveva tutto per funzionare, e infatti funzionò. Tra l’altro fino alla fine, senza mai saltare lo squalo e senza che qualcuno andasse in giro dicendo cose come “dalla quinta in poi non fu più la stessa”.

Queste cose, comunque, si possono dire di tante altre serie, in particolare di molte altre sitcom. Friends però è riuscita, anche dopo 25 anni, a rimanere in qualche modo attuale: perché tante persone sanno ancora dire i nomi dei sei protagonisti e si sono dimenticati quelli dei personaggi del film dell’altro ieri? Perché tanti si ricordano ancora di certe frasi, certe gag o certi divani? Perché tanti si ricordano che nessuno ha mai saputo che diavolo di lavoro facesse Chandler Bing? La risposta è che passa il tempo ma Friends continua a essere la serie che guardano sul tablet anche i figli di quelli che la guardavano dal televisore con il tubo catodico.

In questi anni, domande simili se le sono fatte in molti: tra gli altri il New York Times, Quartz, Vulture, The WeekLink.

Qualcuno ha parlato dei personaggi: di come erano bilanciati – ognuno con i suoi spazi, le sue battute, le sue debolezze, i suoi momenti migliori e peggiori – e di come fosse difficile identificarsi sempre e solo in uno. Qualcuno ha parlato di una certa freschezza della scrittura, con storie sempre credibili. A ben vedere, anche i tormentoni più tormentoni, non divennero mai preponderanti.

In quasi ogni analisi si parla però di come Friends fosse più di ogni altra cosa una serie rassicurante, la cui principale qualità era di essere per certi versi fuori dal tempo.

Friends si svolgeva in un mondo riconoscibile, non lontano e obsoleto come quello, per dirne una, di Happy Days. Però era un mondo semplice, ridotto all’essenziale di due appartamenti, un bar e pochissimi altri luoghi. Joey, Rachel, Phoebe, Chandler, Monica, e Ross avevano problemi e ostacoli da superare, ma non erano quasi mai dei veri e grandi drammi. Erano sempre cose su cui un po’ gli altri amici scherzavano e un po’ si dimostravano presenti – tutti con tantissimo tempo libero per chiacchierare e cazzeggiare attorno a qualche divano.

Nel bel mezzo di Friends, ambientata a New York, ci furono gli attacchi dell’11 settembre 2001. Nell’episodio andato in onda dopo l’attacco si decise di fare solo piccoli riferimenti indiretti all’evento, perché il mondo reale e tutto quello che succedeva non entrava praticamente mai in Friends. Come ha scritto Quartz, «Friends ha luogo in un universo completamente isolato dagli orrori del mondo esterno».

Inoltre, Friends finì prima che arrivasse Facebook. Nella serie internet esisteva ma non se ne parlava praticamente mai, come se non fosse importante. Internet è comunque servita molto, perché ha contribuito a rendere accessibile Friends anche dopo la sua fine, nel 2004.

Negli anni successivi, a causa della nostalgia, si continuò a discutere della serie nei forum online, negli articoli sui tagli di capelli di Rachel, su quale coppia aveva avuto più scene (Chandler e Monica) e quale più battute (Ross e Rachel); sugli errori di cui nessuno si era accorto, su come tante persone avessero imparato l’inglese grazie a Friends, sulle approfondite analisi dei singoli episodi (come quello del quiz a tema che portavaa a uno scambio di appartamenti), su quanto costerebbe oggi quell’appartamento, su quanto la serie non fosse poi così fuori dal tempo perché, a vederla oggi, ci sono momenti a loro modo problematici.

Per esempio si prendeva in giro una protagonista perché era grassa, perché due amici e coinquilini sembravano molto spaventati dal fatto che qualcuno potesse pensarli gay, perché probabilmente non vi verrebbe in mente nessun attore nero che ebbe un ruolo di primo piano (anche se cose di questo tipo si possono dire della maggior parte delle serie di venti o trent’anni fa, oltre che di alcune di oggi).

E comunque, ancora una volta, Friends sembra aver avuto così successo perché era pochissimo interessata a raccontare cose che non riguardassero i suoi sei protagonisti, e perché le cose che riguardavano i suoi sei protagonisti finivano sempre per rassicurare. Un paio di anni fa una giovane donna intervistata da The Week a proposito della sua passione per Friends, disse: «Guardo serie come Girls e sembra proprio che raccontino la verità nuda e cruda. Friends invece è la versione sitcom della realtà».

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