Manifestazione di Non Una di Meno a Roma, 25 novembre 2020 (©Vincenzo Livieri/ZUMA Wire)

Le regioni che cercano di limitare l’accesso all’aborto

Negli ultimi mesi Piemonte, Abruzzo, Umbria e Marche, governate dalla destra, sono andate contro le nuove linee guida nazionali sulla RU486

Manifestazione di Non Una di Meno a Roma, 25 novembre 2020 (©Vincenzo Livieri/ZUMA Wire)

Negli ultimi mesi, i movimenti e i gruppi che si oppongono all’aborto e ai diritti riproduttivi delle donne hanno intensificato la loro propaganda con varie (e contestate) campagne comparse in numerose città italiane. Parallelamente, Lega e Fratelli d’Italia – che governano in diverse regioni e che con questi gruppi conservatori e cattolici hanno espliciti legami – ne hanno portato avanti in modo concreto il programma politico: per limitare l’accesso all’aborto farmacologico, andando contro le nuove linee di indirizzo del ministero della Salute, o per sostenere formalmente natalità e maternità attraverso delle precise proposte di legge, portando avanti però implicite finalità antiabortiste.

RU486
Lo scorso dicembre, una campagna antiabortista di ProVita e Famiglia paragonava l’aborto per via farmacologica (RU486) a un «veleno». La senatrice di Fratelli d’Italia Isabella Rauti, tra gli altri, aveva difeso il messaggio dicendo che «il vero scandalo» erano semmai «le decisioni prese dal ministro della Salute Roberto Speranza, nell’agosto scorso» quando, dopo mobilitazioni dal basso portate avanti negli anni da movimenti femministi, associazioni che lavorano per i diritti delle donne e dalle ginecologhe non obiettrici, erano state aggiornate le linee di indirizzo sulla RU486.

La protesta del movimento femminista Non Una di Meno a Genova contro la campagna di ProVita (NUDM Genova)

L’aborto farmacologico prevede l’assunzione di due farmaci a distanza di 48 ore uno dall’altro, il mifepristone in combinazione con il misoprostolo, ed è una pratica sicura, come dimostra la letteratura scientifica internazionale e come afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha incluso i due farmaci abortivi nella lista delle medicine essenziali.

In Italia la possibilità dell’aborto farmacologico era stata introdotta solo nel 2009 (in Francia nel 1988 e nel Regno Unito nel 1990), ma con una serie di ostacoli: con un limite di tempo ridotto (sette settimane) rispetto a quello indicato dal farmaco stesso e adottato dagli altri paesi d’Europa (nove settimane); e con una procedura “all’italiana” che prevedeva il ricovero ordinario in ospedale di tre giorni.

Lo scorso 8 agosto il ministero aveva aggiornato le proprie linee di indirizzo, ferme da dieci anni, annullando l’obbligo di ricovero in ospedale, estendendo a nove settimane di età gestazionale la somministrazione del farmaco, e prevedendone la somministrazione in consultorio o in ambulatorio. Il Consiglio Superiore di Sanità aveva poi espresso il proprio parere favorevole e l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) aveva emanato una determina per modificare le modalità di impiego di quel farmaco.

Le limitazioni esistenti fino a quel momento non avevano avuto l’effetto di ridurre il ricorso all’IVG, come auspicato da chi le aveva pensate e sostenute, bensì quello di rendere l’esperienza più invasiva, traumatica e, in tempi di pandemia, più pericolosa e difficile. Alcune regioni, però, non hanno ancora recepito le linee di indirizzo lasciando la situazione immutata. E altre hanno preso una posizione contraria, in coordinamento con la campagna e propaganda dei movimenti anti-scelta come ProVita.

Piemonte
A fine settembre la regione Piemonte, su iniziativa di un consigliere di Fratelli d’Italia e con il sostegno del presidente Alberto Cirio di Forza Italia, aveva diramato una circolare che non solo mette in discussione le nuove modalità di accesso alla pillola abortiva RU486 nei consultori (la vieta), ma finanzia e rafforza l’ingresso delle associazioni anti-abortiste negli ospedali pubblici. Prevede infatti l’attivazione di sportelli informativi all’interno degli ospedali da parte di «idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita». La delibera cita, a titolo esemplificativo, il Movimento per la vita e i Centri di aiuto alla vita (CAV) ad esso collegati. Queste e altre associazioni simili si inseriscono al momento dei colloqui per l’IVG, quelli dopo i quali è rilasciato il certificato medico per recarsi in ospedale, tentando di dissuadere le donne in procinto di abortire.

Abruzzo
A inizio febbraio, la regione Abruzzo – governata da Marco Marsilio di Fratelli d’Italia – ha inviato una circolare alle Aziende sanitarie locali «affinché l’interruzione farmacologica di gravidanza con utilizzo di mefipristone e prostaglandine sia effettuata preferibilmente in ambito ospedaliero e non presso i consultori familiari». La circolare è stata firmata dall’assessora alla Sanità Nicoletta Verì (Lega) e dal Direttore generale della Sanità della Regione Abruzzo Claudio D’Amario.

Umbria
Nel 2019, durante la campagna elettorale per il rinnovo del presidente e della giunta regionale, la candidata del centrodestra Donatella Tesei, esponente della Lega, aveva firmato un “Manifesto valoriale” promosso da sette associazioni antiabortiste per sostenere «la famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna» e «la vita, dal concepimento fino alla morte naturale».

Una volta eletta, e coerentemente con quanto sottoscritto, Tesei aveva abrogato una legge regionale approvata dalla precedente amministrazione di centrosinistra che prevedeva l’assunzione della RU486 in day hospital. Ne erano seguite proteste e manifestazioni di piazza a livello nazionale e, a quel punto, il ministero aveva deciso di aggiornare le linee di indirizzo. La giunta regionale aveva deciso di accoglierle con una nuova delibera, ma nei fatti la procedura farmacologica non è mai stata introdotta nei due ospedali più grandi della regione, quelli di Perugia e di Terni.

La decisione di Tesei di adeguarsi alle linee di indirizzo era stata molto criticata dalle associazioni del “Manifesto valoriale”, che hanno ora trovato un’altra strada per cercare di limitare l’accesso all’interruzione di gravidanza. A fine novembre, la consigliera della Lega Paola Fioroni aveva presentato un progetto di legge regionale che modificava il “Testo unico in materia di sanità e servizi sociali” e introduceva una serie di iniziative promosse dal “Manifesto” stesso. Prevede per esempio che per favorire la natalità e lottare contro «l’inverno demografico» i cosiddetti movimenti per la vita possano entrare nei consultori pubblici e guadagnare ampio spazio nella gestione delle politiche familiari. Si parla di promozione di un welfare specifico per la cosiddetta famiglia tradizionale, di regolazione della fertilità «mediante metodi naturali», e di tutela e protezione «della vita umana dal concepimento».

Come hanno denunciato le decine di associazioni e movimenti riuniti sotto il nome di RU2020-Rete Umbra per l’Autodeterminazione, «si parla di interventi a sostegno della natalità, ma non si fa alcun riferimento a politiche del lavoro, a un rafforzamento del welfare pubblico, mentre si torna all’idea di istituire un assegno prenatale per le madri che decidono di portare avanti la gravidanza: siamo alla monetizzazione della maternità». Chi contesta la propaganda antiabortista non mette in discussione il principio dell’aiuto alle persone in difficoltà, ma sostiene che l’attenzione vada spostata verso una responsabilizzazione a una sessualità e a una maternità consapevole e desiderata. Le proposte per prevenire le gravidanze indesiderate, con l’obiettivo di ridurre gli aborti, coinvolgono maggiori finanziamenti per i consultori pubblici e laici, la contraccezione gratuita e la promozione di veri corsi di educazione sessuale nelle scuole.

Nel nuovo progetto di legge in Umbria si ripropongono poi alcune delle misure che erano contenute nel ddl Pillon, al tempo molto criticato da associazioni di avvocati, psicologi e operatori che si occupano di famiglia e minori, giuristi (anche cattolici), giudici minorili, centri antiviolenza, movimenti femministi e anche dalle relatrici speciali delle Nazioni Unite sulla violenza e la discriminazione contro le donne. La proposta umbra, sulla traccia del ddl Pillon, promuove una bigenitorialità coatta e favorisce (per prevenirle) il ricorso alla mediazione familiare nelle separazioni, senza fare alcun riferimento a quelle legate a violenza e abusi.

Il progetto di legge era stato presentato durante una conferenza stampa proprio dal senatore della Lega Simone Pillon, uno degli organizzatori del Family Day e uno dei portavoce delle principali battaglie dell’integralismo cattolico, che vive in Umbria e che a Perugia ha uno studio che promuove la mediazione familiare.

Un progetto simile a quello umbro era già stato approvato in Veneto il 28 maggio del 2020. Si chiama “Interventi a sostegno della famiglia e della natalità”: apre la strada alla presenza nelle strutture pubbliche di associazioni con finalità contrarie alla legge 194, si rivolge alla famiglia nella sua composizione cosiddetta tradizionale, svuota i consultori e moltiplica gli sportelli informativi senza chiarirne le finalità, introduce la mediazione familiare e parla di “nascituro”. Il primo articolo del codice civile italiano afferma invece che la capacità giuridica si acquista al momento della nascita e che i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati appunto all’evento della nascita stessa.

Marche
A fine gennaio, la maggioranza di centrodestra delle Marche guidata da Francesco Acquaroli, di Fratelli d’Italia, aveva deciso di opporsi all’aborto farmacologico e alle nuove linee di indirizzo ministeriali respingendo una mozione presentata da Manuela Bora, del PD, per la piena applicazione della 194 in una regione dove su 137 ginecologi ospedalieri, 100 sono obiettori di coscienza. Il capogruppo al consiglio regionale di Fratelli d’Italia Carlo Ciccioli, per giustificare le limitazioni all’uso della pillola abortiva, aveva citato l’imminente pericolo di una «sostituzione etnica», sostenendo che in loro assenza aumenterebbero i bambini con genitori “stranieri” e diminuirebbero invece quelli italiani.

A metà febbraio, Ciccioli ha presentato una proposta di legge a «sostegno di famiglia, genitorialità e natalità», molto simile a quella umbra. Gli interventi sono pensati per le cosiddette coppie tradizionali, favoriscono il lavoro anche all’interno delle strutture pubbliche delle associazioni antiabortiste che si occupano di famiglia e di natalità, fanno riferimento a un «welfare generativo», alla prevenzione dell’interruzione di gravidanza e alla tutela della bigenitorialià a tutti i costi.

Della proposta si è parlato soprattutto per le dichiarazioni di Ciccioli sulla cosiddetta famiglia naturale e i ruoli che donne e uomini dovrebbero avere al suo interno: «Non possono esistere alternative al nucleo familiare naturale, composto da un padre, da una madre e dai figli che hanno il diritto ad avere una famiglia così. Ne va del concetto di educazione: al padre sono demandate le regole, alla madre l’accudimento, non ci possono essere alternative». Sulle dichiarazioni aveva preso posizione critica anche l’Ordine degli Psicologi delle Marche, e ci sono state proteste e manifestazioni che proseguiranno anche nelle prossime settimane.

Il Lazio, invece
A fine gennaio la regione Lazio ha recepito le linee di indirizzo ministeriali e ha approvato un protocollo operativo per l’interruzione volontaria di gravidanza con RU486 in regime ambulatoriale o di day hospital. Il documento pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione dice che il Lazio si impegna a «rimuovere gli ostacoli all’accesso alla metodica farmacologica, nell’ottica di assicurare a tutte le donne che richiedono l’interruzione volontaria di gravidanza un servizio che tenga conto dei dati basati sulle evidenze scientifiche, di alta qualità e rispettoso dei loro diritti».

Infine, come è stato notato su Quotidiano Sanità, il documento precisa che «il metodo farmacologico è sicuro ed efficace, e può essere utilizzato, oltre che per l’interruzione volontaria, anche nel trattamento di varie condizioni cliniche quali l’aborto spontaneo, l’aborto incompleto, la morte fetale intrauterina».

Si tratta di un’indicazione importante, «dal momento che libera una procedura che ha costituito una rivoluzione nel campo della medicina riproduttiva dal giudizio morale che la legava esclusivamente all’aborto volontario. Estendere le indicazioni ad altre condizioni ostetriche include necessariamente anche quegli operatori che finora non hanno mai applicato il metodo farmacologico». Un aspetto rilevante del provvedimento è infatti l’importanza data alla formazione degli operatori in questo ambito: tale aggiornamento riguarda cioè anche tutti i ginecologi ospedalieri, compresi gli obiettori di coscienza, per assicurare un trattamento adeguato in caso di eventuali complicazioni.