Mitch McConnell al Congresso. (Getty Images)
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  • venerdì 12 Febbraio 2021

Non c’è solo Trump a processo

Decidendo se condannare l'ex presidente con l'impeachment, i Repubblicani dovranno fare i conti con l'estremismo che ha travolto il partito e tutti loro, e che ha origini lontane

di Francesco Costa

Mitch McConnell al Congresso. (Getty Images)

Il processo al Senato contro Donald Trump ha un significato che va oltre l’impeachment, ma coinvolge tutto il Partito Repubblicano statunitense. Trump dovrà rispondere di come ha mentito sulla sua sconfitta pur di provare a restare al potere, promuovendo accuse infondate e usando una retorica sempre più aggressiva fino a istigare la rivolta del 6 gennaio, nella quale cinque persone sono morte e moltissime altre hanno rischiato di essere linciate. È evidente però che questa accusa non riguardi solo lui: una gran parte dei parlamentari Repubblicani in quei due mesi si era comportata esattamente come Trump. Per comprendere le implicazioni di questa situazione, che sta già provocando un duro scontro interno al Partito Repubblicano, è necessario fare un passo indietro.

Tra gli anni Novanta e i Duemila, infatti, la politica e gli elettori americani hanno intrapreso un circolo vizioso di reciproca radicalizzazione: gli elettori sono diventati man mano più estremisti, eleggendo quindi anno dopo anno politici sempre più estremisti, e creando quindi incentivi perché diventassero sempre più estremisti anche i personaggi politici che fino a quel punto non lo erano. Questa radicalizzazione non si spiega soltanto con le difficoltà economiche delle persone, essendo avvenuta durante decenni di crescita e in segmenti della popolazione americana che non sono tra i più poveri; e ha avuto origine in fenomeni e tendenze che vanno oltre la politica.

Come gli americani sono diventati estremisti
Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti sono stati investiti da grossi cambiamenti che hanno cambiato la geografia culturale, politica ed economica del paese. Le opportunità economiche si sono distribuite in modo geograficamente sempre più asimmetrico, premiando i grandi centri urbani molto più di quanto avvenisse in passato, e generando un cospicuo movimento di persone dalle aree rurali (sempre più povere) verso le città (sempre più prospere). Stati e regioni che avevano trainato per decenni l’economia americana grazie all’industria, al settore minerario, all’agricoltura e alla manifattura, come il Midwest, sono andati via via impoverendosi quando quei settori hanno smesso di essere rilevanti come in passato.

Com’è andata l’occupazione negli Stati Uniti dal 2000 al 2016, contea per contea.

I cambiamenti demografici hanno accentuato queste trasformazioni. In questi anni la natalità è cresciuta tra i latinoamericani e tra gli afroamericani mentre è diminuita fra i bianchi, con la conseguenza che presto le minoranze etniche non saranno più “minoranze”. Per quanto siano ancora distanti da una vera uguaglianza, in questi vent’anni le persone non bianche hanno guadagnato potere e influenza sul piano politico, culturale e sociale, liberando grandi energie anche sul piano economico: le zone che crescono di più in tutto il paese sono spesso le più multietniche. Dal momento che gli Stati Uniti soffrono ancora eredità e retaggi di quattro secoli di schiavitù e decenni di segregazione razziale, però, molti tra i bianchi più anziani e conservatori hanno vissuto queste trasformazioni – e questa progressiva perdita di centralità e potere – come una minaccia verso la “vera America” e verso di loro, e come un furto di opportunità e ricchezza da parte di immigrati e americani non bianchi.

Questi cambiamenti hanno accentuato la normale separazione presente in moltissimi paesi occidentali – zone urbane e costiere più progressiste, zone rurali più conservatrici – rendendola nel tempo sempre più profonda: dove i Democratici andavano bene, nel tempo sono andati sempre meglio; dove i Repubblicani andavano bene, nel tempo sono andati sempre meglio. Le zone progressiste sono diventate sempre più progressiste, le zone conservatrici sono diventate sempre più conservatrici.

Il blu indica i Democratici, il rosso i Repubblicani. L’intensità dei colori indica il vantaggio rispetto al partito opposto.

Questi cambiamenti si sono consolidati anche grazie all’ascesa di testate giornalistiche molto faziose – Fox News su tutte – e al modo in cui i social network hanno favorito nel tempo i messaggi più aggressivi e bellicosi, diventando anche strumenti di radicalizzazione e formando “camere dell’eco” all’interno delle quali le persone vengono esposte soltanto a messaggi e notizie, vere o false, che rafforzano i loro punti di vista.

Le regole della politica americana, pensate oltre due secoli fa, hanno finito per alimentare queste tendenze. Alla luce di quanto sopra, infatti, in moltissime parti del paese i risultati di ogni elezione – cittadina, di contea o della Camera – sono praticamente scontati: uno dei due partiti è certo di vincere prima ancora di conoscere i nomi dei candidati. Le vere elezioni, quindi, sono diventate le primarie con le quali il partito che vincerà sceglie chi candidare: e in un contesto nel quale la persuasione degli elettori dell’altra parte è inutile (tanto si vince comunque) e il livello di conflittualità politica è altissimo, queste primarie hanno visto nel tempo prevalere candidati sempre più “ideologicamente puri”, sempre più ostili ai compromessi, sempre più estremisti.

La spirale del Partito Repubblicano
Per quanto questo fenomeno abbia coinvolto entrambi i partiti – nei Democratici è diventata influentissima una corrente socialista, il programma di Joe Biden è stato il più di sinistra dagli anni Settanta – non c’è dubbio che il Partito Repubblicano ne sia stato investito enormemente di più: forse per l’atteggiamento particolarmente spregiudicato della sua leadership, che spesso ha coccolato e cavalcato l’estremismo sfruttandone l’energia e pensando di poterlo governare; forse per il modo in cui questi epocali cambiamenti economici, demografici e culturali hanno penalizzato le loro roccaforti più di quelle dei Democratici; forse per via di Fox News, da anni di gran lunga il più seguito canale televisivo americano nonostante propagandi quotidianamente messaggi bellicosi e teorie del complotto attraverso i suoi moltissimi opinionisti di estrema destra.

L’ascesa e la vittoria elettorale di un candidato come Donald Trump sono state quindi una conseguenza di questa radicalizzazione, più che una causa. E quando Trump è diventato presidente, l’estremismo ha trovato una fortissima cassa di risonanza al livello più alto della politica americana: ideologi della destra radicale come Steve Bannon hanno avuto incarichi importanti alla Casa Bianca, suprematisti bianchi come Stephen Miller hanno scritto decreti su decreti; neonazisti come Sebastian Gorka sono stati assunti come consiglieri del presidente. Le talk radio più estremiste hanno avuto Trump come ospite e promotore, e hanno sposato la sua causa senza esitazioni e con toni molto aggressivi. L’elenco potrebbe continuare.

Durante tutto il suo mandato alla Casa Bianca, infatti, il presidente Trump ha approfittato di ogni occasione utile per lisciare il pelo all’estrema destra, ispirando un culto personale nelle frange più violente del suo elettorato e facendo tracimare quel culto – con nomine, decisioni ed endorsement – dentro il Partito Repubblicano.

Pochi mesi dopo l’insediamento di Trump, per esempio, un raduno nazionale di gruppi e movimenti di estrema destra a Charlottesville, in Virginia, portò a scontri violenti e alla morte di un’attivista antifascista trentenne, uccisa da un suprematista bianco che si era lanciato sulla folla con la sua auto, ferendo decine di persone. Trump aveva impiegato giorni a condannare le violenze, sostenendo poi che fossero avvenute «da entrambe le parti». I movimenti di estrema destra festeggiarono, Bannon disse che il presidente «si era schierato con la sua gente». Durante un dibattito televisivo nel 2020, quando un giornalista gli chiese se volesse dissociarsi dal gruppo neofascista dei “Proud Boys”, che lo sostiene apertamente, Trump disse: «Proud Boys, state fermi e state pronti. Qualcuno deve fare qualcosa contro l’estrema sinistra».

La logica conseguenza finale: QAnon
Trump ha espresso posizioni come minimo ambigue anche quando è stato interpellato a proposito di QAnon, il movimento estremista secondo cui i leader del Partito Democratico sarebbero parte di un potentissimo gruppo segreto di satanisti, pedofili e cannibali che sequestrano bambini in giro per il mondo. QAnon non è la classica teoria del complotto: l’FBI la considera una potenziale minaccia terroristica, i giornali americani la chiamano “delirio collettivo” o “setta”, i suoi adepti hanno già compiuto vari crimini violenti e diversi assaltatori del 6 gennaio sfoggiavano simboli e slogan del movimento.

I seguaci di QAnon adorano Trump e sostengono che durante la sua presidenza abbia combattuto in segreto contro questo potentissimo gruppo di satanisti e pedofili. Ovviamente non esiste alcuna prova di tutto questo, ma l’adesione alla setta si basa sul riconoscimento di segni, simboli e messaggi in codice che secondo gli adepti confermano questa tesi e che sia Trump che le persone più vicine a lui farebbero uscire di tanto in tanto (per esempio: il fatto che a Trump sia capitato di parlare da un palco con diciassette bandiere americane, e la diciassettesima lettera dell’alfabeto sia la Q).

Per quanto quello degli adepti di QAnon sia evidentemente un delirio, però, le strizzatine d’occhio dell’establishment Repubblicano sono arrivate davvero. L’ex generale Michael Flynn, per esempio, scelto da Trump come consigliere per la sicurezza nazionale e caduto in disgrazia quando emerse che non aveva comunicato all’FBI di essere a libro paga del governo turco, dichiaratosi colpevole e poi graziato, è un esplicito sostenitore di QAnon. Diciassette deputati Repubblicani si sono rifiutati di votare una mozione di condanna di QAnon. E lo stesso Trump, interpellato su QAnon, si è limitato a dire: «Non so molto di questo movimento ma so che io gli piaccio molto, e gliene sono grato. Ho sentito che sono persone che amano il nostro paese e so che sono contrari alla pedofilia: sono d’accordo. Se posso salvare il mondo, lo faccio volentieri».

Alle ultime elezioni sono state elette due deputate del Partito Repubblicano che sostengono apertamente QAnon, tra le loro molte posizioni estremiste: Lauren Boebert e Marjorie Taylor Greene, su cui torneremo tra poco.

E quindi i parlamentari Repubblicani sono diventati tutti estremisti?
La risposta breve sarebbe “quasi tutti”, ma è il caso di conoscere la risposta lunga.

Sicuramente sono stati eletti sempre più deputati e senatori particolarmente estremisti, rispetto al passato: pochi ricordano che alle primarie del Partito Repubblicano del 2016 gli sfidanti di Trump avevano in gran parte le medesime sue posizioni, solo espresse in modo meno irruento e fuori dagli schemi; e già nel 2008 il fortissimo desiderio di radicalità nella base del partito aveva spinto John McCain a scegliere Sarah Palin come sua candidata alla vicepresidenza. Il Partito Repubblicano insomma si è molto spostato a destra, tanto che oggi le sue posizioni politiche sono più vicine a quelle dei partiti europei di estrema destra che ai tradizionali partiti europei di centrodestra. Ma non finisce qui.

Tanti parlamentari Repubblicani moderati – almeno in base a questi standard – negli ultimi anni hanno deciso di non ricandidarsi e hanno lasciato la politica, nonostante avessero avuto fino a quel punto carriere e incarichi importanti: i casi più famosi sono quelli degli ultimi due speaker Repubblicani della Camera, John Boehner ma soprattutto Paul Ryan, che nel 2012 era considerato così promettente e talentuoso che Mitt Romney lo scelse come candidato alla vicepresidenza. Soltanto nel 2018 il numero di deputati del Partito Repubblicano che ha deciso di non ricandidarsi è stato senza precedenti. Molti altri lo avevano già fatto prima o lo avrebbero fatto dopo.

E questo è quello che è successo prima dell’arrivo di Donald Trump.

Se questi sono quelli che si sono adeguati al nuovo corso con le buone, ci sono anche quelli che si sono adeguati con le cattive. In questi anni i parlamentari Repubblicani moderati, quelli che hanno criticato il presidente Trump e la sua retorica, sono stati frequentemente insultati, minacciati e verbalmente aggrediti dalla base del Partito Repubblicano, sia online che dal vivo. Dopo gli attacchi del 6 gennaio il deputato Jason Crow del Partito Democratico ha raccontato che molti suoi colleghi erano «paralizzati dalla paura» e che oggi «temono per la loro vita e per la vita delle loro famiglie» se dovessero votare a favore dell’impeachment di Trump. Lo stesso ha detto Peter Meijer, deputato del Partito Repubblicano, aggiungendo di andare in giro ormai con un giubbotto antiproiettile.

Ma non ci sono solo racconti. La deputata Nancy Mace del Partito Repubblicano, che ha criticato le manovre di Donald Trump per restare al potere dopo la sconfitta, ha ricevuto così tante minacce di morte da aver deciso di comprare un’arma e non portare più i suoi figli a Washington DC. Il deputato Al Green del Partito Democratico nelle ultime settimane ha dovuto chiamare la polizia per due volte, per farsi difendere da attivisti conservatori che lo stavano aggredendo. Il senatore Mitt Romney del Partito Repubblicano è stato aggredito verbalmente in aeroporto. Persino il senatore Lindsay Graham, grande sostenitore di Trump che ha difeso persino i tentativi di ribaltare l’esito del voto, si è preso la sua dose di insulti e minacciose contestazioni per non aver fatto di più.

È utile qui ricordare quanto sia seria oggi la minaccia dell’estrema destra nei confronti dei politici americani: lo scorso ottobre sei persone sono state arrestate per aver preparato un ampio piano allo scopo di sequestrare la governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer. Secondo l’FBI il gruppo si era incontrato diverse volte per compiere addestramenti militari, tentare di costruire esplosivi e sorvegliare la casa dove Whitmer stava trascorrendo le vacanze estive. Il piano era rapirla prima delle elezioni presidenziali di novembre e portarla in un “luogo sicuro” in Wisconsin per sottoporla a un “processo”. Gli assaltatori del Congresso scrivevano e urlavano di voler “impiccare Pence”, il vicepresidente.

Assolvendo Trump, assolvono se stessi
Nei due mesi che sono passati tra le elezioni presidenziali e l’insediamento di Joe Biden, gli argomenti di Trump sono stati gli argomenti della grande maggioranza del Partito Repubblicano.

Ben 147 deputati del Partito Repubblicano, la stragrande maggioranza, hanno espresso ufficialmente – con un voto – la loro volontà di non ratificare l’elezione di Joe Biden. Diversi senatori hanno fatto lo stesso, alcuni addirittura dopo la rivolta armata al Congresso. Il capo dei Repubblicani alla Camera ha detto più volte che «Donald Trump ha vinto le elezioni». I media conservatori per giorni hanno parlato del 6 gennaio accostandolo alla guerra di liberazione americana dell’Ottocento, parlando apertamente della necessità di «combattere» per «la sopravvivenza del paese».

Insomma: decidendo se condannare o assolvere Trump per la sua retorica violenta e bellicosa, per i suoi argomenti infondati e irrazionali, per la promozione delle teorie del complotto, per le posizioni sempre più estremiste nonché per il tentativo di restare al potere nonostante la sconfitta elettorale, la maggioranza dei parlamentari del Partito Repubblicano – e in generale del movimento conservatore statunitense, con poche eccezioni – deve decidere se condannare o assolvere se stesso.

Ed è per questo che dentro il partito sta già avvenendo un durissimo scontro ideologico non tanto e non solo su Trump, quanto sulla direzione del conservatorismo americano. I pochi parlamentari che in questi anni si sono opposti a Trump o ne hanno denunciato gli eccessi, dopo i fatti del 6 gennaio hanno alzato il livello delle critiche. Altri, soprattutto i più estremisti, sono diventati più difficili da difendere. Ma la corrente più radicale resta la più numerosa e influente, come hanno mostrato alcuni fatti di questi giorni.

Il caso Greene
La più estremista e complottista deputata del Partito Repubblicano è sicuramente Marjorie Taylor Greene, 46 anni, eletta in Georgia e con un vasto seguito sui social network ottenuto pubblicando quotidianamente post incendiari. Greene è un’aperta sostenitrice di QAnon, sostiene che le sparatorie nelle scuole siano una messinscena, che gli attentati dell’11 settembre siano stati orchestrati dal governo, che Nancy Pelosi vada fucilata, che gli incendi in California siano stati causati da un “laser spaziale” operato dalla lobby ebraica e molte altre assurdità.

Dopo i fatti del 6 gennaio le dichiarazioni di Greene sono state contestate con ancora più forza dai parlamentari Democratici, che hanno chiesto ai Repubblicani di rimuoverla dalle commissioni di cui fa parte. I Repubblicani non lo hanno fatto, e anzi durante una riunione a porte chiuse hanno riservato a Greene – che ha espresso delle generiche scuse – una serie di standing ovation. Sono stati i Democratici, quindi, che alla Camera hanno la maggioranza, a espellerla da tutte le commissioni di cui faceva parte, per ridurre la sua influenza sui lavori parlamentari.

Il caso Sasse
Nel frattempo i parlamentari Repubblicani che hanno criticato Trump stanno ricevendo sanzioni dalle sezioni locali del partito, che stanno approvando mozioni di censura e in alcuni casi stanno provando a espellerli dal partito. Uno di questi è Ben Sasse, ex rettore universitario e senatore del Nebraska, sul piano ideologico uno dei senatori più conservatori ma che ha sempre contestato politicamente Trump considerandolo un’aberrazione per la storia del partito. «Non ho intenzione di perdere tempo cercando di convincervi a non approvare questa mozione di censura», ha detto Sasse al suo partito. Il video del suo discorso è diventato virale: sintetizza bene la portata dello scontro ideologico che sta avvenendo dentro il Partito Repubblicano, e mostra quanto vada oltre la semplice questione dell’impeachment contro Trump.

«Io ascolto i cittadini del Nebraska ogni giorno, e vi garantisco che pochissimi di loro sono arrabbiati con la vita come alcune delle persone di questo comitato. I drogati di politica non rappresentano la maggioranza dei cittadini conservatori del Nebraska. […]

Voglio essere chiaro. Questa rabbia che c’è nel partito non ha mai avuto niente a che fare col mio non essere abbastanza fedele ai principi e alle politiche conservatrici. Sono uno dei senatori più conservatori in assoluto, lo mostrano i miei voti. Questa rabbia si deve al solo fatto che non ho voluto inginocchiarmi davanti a una persona. Ma i miei disaccordi con il presidente Trump non sono mai stati personali. Sono sempre stati mossi dalla mia sincera devozione all’ordine costituzionale, un sentimento che tutti gli americani dovrebbero avere, a prescindere dal loro partito.

I fatti del 6 gennaio lasceranno una cicatrice. Per 220 anni una delle cose più belle dell’America è stato il nostro trasferimento pacifico dei poteri. Ma quello che gli americani hanno visto tre settimane fa è stato orribile. La vergognosa violenza di un branco che voleva fermare una seduta del Congresso imposta dalla Costituzione proprio allo scopo di realizzare quel pacifico trasferimento dei poteri.

È successo perché il presidente vi ha mentito. Vi ha mentito sui risultati elettorali per 60 giorni, nonostante abbia perso 60 ricorsi consecutivi: molti dei quali tra l’altro rigettati da ottimi giudici nominati dallo stesso Trump. Vi ha mentito quando ha detto che il vicepresidente avrebbe potuto violare la Costituzione e dichiarare un vincitore alternativo. Non era vero. Poi ha istigato il branco che ha attaccato il Congresso, con molte persone che urlavano “impicchiamo Pence”. Se questo presidente fosse stato un Democratico, sappiamo entrambi quale sarebbe stata la vostra reazione. Ma siccome è un Repubblicano, lo avete difeso. Sicuramente qualcosa è cambiato negli ultimi quattro anni, ma non io.

Il culto della personalità non è essere conservatori. Credere nelle teorie del complotto non è essere conservatori. Mentire sostenendo che un’elezione sia stata rubata: non è essere conservatori. Comportarsi come se la politica fosse una religione: non è da conservatori. […] Gli abitanti del Nebraska non sono dipendenti dalla rabbia come voi. Approvate pure questa nuova mozione di condanna, siete i benvenuti. Ma è meglio dirci le cose come stanno su quali siano le vostre ragioni. Mi condannate perché credo ancora, come facevamo una volta, che la politica non sia la bizzarra venerazione di una persona. Potete pure cacciare dal partito tutti quelli che non sostengono Trump, ma mi piacerebbe convincervi che tutto questo non rappresenta solo un cancro per la nostra nazione: è terribile per il nostro partito. […] Possiamo guidare ancora il paese. Ma solo se il nostro partito è disposto a cambiare. Dobbiamo scegliere tra il pensiero conservatore e la follia».

Alla fine le sanzioni stanno arrivando comunque: Sasse è accusato dal suo partito di non aver tenuto fede alla Costituzione, dal momento che non si è battuto perché Trump fosse riconosciuto come il vincitore delle elezioni presidenziali.

Chi lo vincerà questo scontro?
Il Partito Repubblicano in questo momento è spaccato in tre. C’è una piccola minoranza moderata che ha contestato l’estremismo del partito e l’operato del presidente Trump, rappresentata da parlamentari come Mitt Romney: nel gergo della politica americana sono diventati noti come i “Never Trump”. C’è un’altra minoranza, ma più grande, che ha posizioni apertamente autoritarie ed estremiste, come la deputata Greene o i senatori Josh Hawley e Ted Cruz. E poi c’è il corpaccione di mezzo.

Quel corpaccione è composto da politici dalle carriere ed estrazioni tradizionali, lontane dal brodo di coltura delle teorie del complotto e di movimenti come QAnon, ma che in questi anni hanno usato e cavalcato l’estremismo della base per mantenere i propri seggi e per avanzare i propri obiettivi politici, dal taglio delle tasse alle nomine di giudici conservatori. Tra questi ci sono alcuni dei più importanti dirigenti del partito, come il senatore Mitch McConnell, il deputato Kevin McCarthy e lo stesso ex vicepresidente Mike Pence. Alcuni sostengono che il loro ruolo sia stato salvifico, perché senza di loro sarebbero arrivati al potere politici ancora più estremisti; altri sostengono che non avrebbe fatto alcuna differenza, dato che hanno assecondato la radicalizzazione. Sarà innanzitutto l’orientamento di questo corpaccione a determinare se Trump verrà condannato al termine di questo secondo processo di impeachment.

La partita più importante – e l’unica veramente decisiva – avverrà però fuori dal partito: perché anche questi parlamentari, dovessero voltare le spalle a Trump e condannare l’estremismo, potrebbero essere battuti dai candidati più radicali alle primarie di partito a cui tutti i parlamentari sono sottoposti quando cercano la rielezione.

Dato che, come abbiamo visto, le cause di questa radicalizzazione sono in buona parte da cercare in fenomeni sociali, economici e culturali che gli Stati Uniti hanno attraversato negli ultimi decenni, c’è una conseguenza paradossale: le sorti del Partito Repubblicano dipenderanno – in una parte non esclusiva ma allo stesso modo non insignificante – da quanto il nuovo presidente Joe Biden riuscirà nel suo intento di pacificare il paese affrontando alcuni di quei problemi concreti, portando a termine obiettivi come l’aumento del salario minimo, un maggiore sostegno agli americani in difficoltà, una riforma sensata dell’immigrazione, una durissima repressione dei gruppi più estremisti. Tutte riforme che i Repubblicani stessi in questi anni hanno contestato, e che contesteranno ancora: ma da qualche parte bisognerà interrompere questo circolo vizioso, e il partito che fu di Abraham Lincoln oggi non sembra in grado di farlo da solo.