Mario Draghi (AP Photo/Michael Probst)

Chi è Mario Draghi

È stato governatore della Banca d'Italia e della BCE, è considerato il salvatore dell'euro, e adesso proverà a formare un governo

Mario Draghi (AP Photo/Michael Probst)

Mario Draghi, l’ex presidente della Banca centrale europea (BCE) che ha accettato l’incarico di provare a formare un governo ricevuto mercoledì dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è uno degli italiani più noti e probabilmente stimati nel mondo, che negli ultimi trent’anni ha avuto un ruolo fondamentale nel determinare la politica economica e finanziaria dapprima dell’Italia, come governatore della Banca d’Italia, e poi dell’Europa, come presidente della BCE. In quest’ultimo ruolo, Draghi è stato celebrato come il salvatore dell’euro dalla grande crisi del debito sovrano, che a partire dal 2010 aveva messo a rischio la moneta unica europea.

Economista di formazione, nel 2015 Draghi si autodefinì un «socialista liberale», termine che cerca di tenere assieme l’attenzione per i problemi della società e l’adesione all’economia di mercato. Grazie al suo prestigio, fin dalla fine del suo mandato di otto anni alla guida della BCE, nell’ottobre del 2019, è stato indicato dai giornali e da molti politici come possibile candidato a numerose cariche importanti nelle istituzioni italiane, da successore di Mattarella alla presidenza della Repubblica, quando il mandato di quest’ultimo scadrà nel 2022, a ministro dell’Economia e infine a presidente del Consiglio, carica che potrebbe assumere nei prossimi giorni.

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Draghi è nato nel 1947 a Roma da una famiglia benestante. Il padre era un dirigente della Banca d’Italia, la madre una farmacista. Orfano di entrambi i genitori da quando aveva 15 anni, si laureò in Economia nel 1970 all’Università La Sapienza di Roma avendo come relatore Federico Caffè, uno dei più importanti e influenti economisti italiani della seconda metà del Novecento. Si trasferì poi negli Stati Uniti per frequentare il Massachusetts Institute of Technology (MIT), una delle università più prestigiose del mondo, dove nel 1977 ottenne un dottorato sotto la supervisione di Franco Modigliani, un economista italiano vincitore del premio Nobel, e Robert Solow, un altro premio Nobel.

Dopo aver trascorso qualche anno a insegnare economia in alcune università italiane, tra cui Trento, Padova, Venezia e Firenze, nel 1982 cominciò una brillante carriera pubblica come consigliere del ministro del Tesoro Giovanni Goria, che qualche anno dopo, per un breve periodo, sarebbe diventato presidente del Consiglio. Negli anni Ottanta, Draghi era il rampollo più promettente di una nuova generazione di tecnici che in quegli anni stava crescendo all’ombra dell’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, un gruppo a cui erano vicini tra gli altri i futuri commissari europei e presidenti del Consiglio Romano Prodi e Mario Monti.

Mario Draghi, allora direttore generale del Ministero del Tesoro, e Guido Carli, ministro del Tesoro, a Roma nel 1991 (@Marco Lanni/ArchiviFarabola/ansa)

Draghi divenne direttore generale del Tesoro nel 1991, nominato dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti su proposta del ministro del Tesoro Guido Carli. Grazie a lui, l’incarico di direttore generale guadagnò grandissima importanza nella gestione della politica economica italiana. Negli anni Novanta Draghi fu protagonista di un lungo periodo di manovre economiche di grande impatto, caratterizzato dalla liberalizzazione dei mercati finanziari e dalla privatizzazione di circa il 15 per cento dell’economia italiana, oltre che dalle manovre di rigore e di riduzione del debito pubblico che furono fondamentali per consentire l’ingresso dell’Italia nell’euro. Tra le altre cose, a Draghi si deve la principale norma che regola il funzionamento del mercato finanziario italiano, e che ancora oggi è conosciuta come “legge Draghi”.

Rimase direttore generale del Tesoro per dieci anni, fino al 2001, poi, a partire dal gennaio del 2002, trascorse tre anni nel settore privato, come vicepresidente per l’Europa della banca d’affari Goldman Sachs, una delle più prestigiose del mondo.

Nel gennaio del 2005 fu nominato governatore della Banca d’Italia. In quel periodo, la banca centrale italiana era in grave crisi. Antonio Fazio, il governatore uscente, si era dimesso perché coinvolto in un grosso scandalo finanziario che i giornali dell’epoca chiamarono “Bancopoli”: in particolare, fu accusato di aver influito in maniera impropria sulle operazioni di mercato per favorire l’acquisto di Banca Antonveneta da parte della Banca Popolare di Lodi (poi Banca Popolare Italiana).

L’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi accoglie Mario Draghi, nuovo governatore della Banca d’Italia, al Quirinale, 30 dicembre 2005 (Enrico Oliverio-Uficio Stampa della Presidenza della Repubblica)

La crisi fu tale da cambiare anche le caratteristiche del ruolo di governatore, il cui mandato fino a quel momento era vitalizio. A partire da Draghi, invece, si decise che il governatore sarebbe rimasto in carica soltanto sei anni, rinnovabili una volta.

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Nei suoi sei anni Draghi riformò e modernizzò la Banca d’Italia, rinnovando la dirigenza e chiudendo diverse filiali. Favorì inoltre molte acquisizioni che resero meno frammentato (ma non necessariamente più solido) il sistema bancario italiano, tra cui l’acquisto di Capitalia da parte di Unicredit e quello di Sanpaolo IMI da parte di Intesa. Approvò anche l’acquisto di Banca Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena nel 2008: questo è considerato uno degli aspetti più problematici del suo mandato da governatore, perché quell’acquisizione fu una delle ragioni principali della crisi della banca, che portò al suo fallimento e a una serie di gravi scandali.

Nei suoi discorsi pubblici Draghi si mantenne piuttosto aderente all’ortodossia economica di quegli anni, e continuò a esortare il governo a ridurre il debito pubblico, tenere a freno l’inflazione, riformare il mercato del lavoro e innalzare l’età pensionabile.

Questa sua ortodossia lo rese benvoluto in gran parte dei circoli finanziari europei, e favorì la sua ascesa a presidente della BCE, nel novembre del 2011.

Mario Draghi a una conferenza stampa dopo la sua prima riunione del consiglio direttivo della Banca centrale europea da presidente, Francoforte sul Meno, 3 novembre 2011 (Ralph Orlowski/Getty Images)

Anche all’inizio del suo mandato alla BCE, Draghi si trovò a fronteggiare un’emergenza gravissima. La crisi finanziaria del 2008, cominciata negli Stati Uniti con il fallimento della banca Lehman Brothers, aveva provocato nell’Unione Europea una grave recessione e, a partire dal 2010, la cosiddetta crisi del debito sovrano: per semplificare molto, in quegli anni il debito di alcuni paesi (anzitutto la Grecia, ma anche il Portogallo, la Spagna e l’Italia) era aumentato così tanto da far temere il loro fallimento, e questo aveva provocato difficoltà finanziarie enormi, rappresentate dall’aumento dello spread dei paesi più deboli. Queste difficoltà avevano fatto temere che l’area euro fosse a rischio di una serie di default a catena e che l’unione monetaria si sarebbe potuta rompere, e avevano innescato una grave speculazione sui mercati.

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Fu in questo contesto, nel luglio del 2012, pochi mesi dopo la sua entrata in carica, che Draghi pronunciò il discorso più importante della sua carriera, e uno dei più importanti della storia recente dell’Europa. Durante un forum di investitori a Londra annunciò che la BCE avrebbe fatto «whatever it takes» per salvare l’euro: «All’interno del nostro mandato, la BCE è pronta a fare tutto quel che è necessario per preservare l’euro», disse, e poi aggiunse, dopo una pausa: «E credetemi, sarà abbastanza».

Le sue parole ebbero un effetto immediato: i banchieri e i finanzieri che fino a quel momento avevano scommesso contro la tenuta dell’euro capirono che se avessero continuato Draghi avrebbe messo in campo la capacità della BCE di creare infinite quantità di denaro. Non si può scommettere contro una banca centrale e così, dal giorno dopo, gli spread iniziarono a calare e da allora non sono più tornati ai livelli che avevano raggiunto in quei giorni.

Draghi attuò una serie di misure per dare forza al suo «whatever it takes»: abbassò in maniera massiccia i tassi d’interesse, approvò un piano di rifinanziamento a basso costo delle banche europee (LTRO) e soprattutto, nel 2014 annunciò un piano di “Quantitative Easing” (QE), cioè un piano di acquisto di titoli di stato e di altro tipo dalle banche per immettere nuovo denaro nell’economia europea, incentivare i prestiti bancari verso le imprese e stimolare l’economia. Il QE, cominciato nel 2015 e ribattezzato dai giornalisti economici come “bazooka”, portò la BCE a immettere nell’economia europea 60 miliardi di euro al mese per quattro anni (altre forme di QE sono ancora attive).

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Nonostante grosse critiche, soprattutto da parte degli economisti tedeschi, queste misure sono considerate come la ragione principale per cui l’Unione Europea è riuscita a superare la crisi del debito senza la rottura dell’unione monetaria e i probabili default a catena che ne sarebbero seguiti.

Dopo la fine del suo mandato, il 31 ottobre del 2019, Draghi ha in gran parte evitato la scena pubblica. Quando nella sua ultima conferenza stampa da presidente della BCE i giornalisti gli chiesero se avesse progetti per il futuro, lui rispose: «Non lo so, dovreste chiedere a mia moglie». Nell’ultimo anno, però, i giornali e la politica hanno iniziato a considerarlo come un candidato perenne a praticamente ogni carica di alta responsabilità dello stato italiano.

Nel 2020 sono stati soltanto due i suoi interventi pubblici di un certo rilievo, ed entrambi potrebbero dare un’idea, per quanto vaga, di quali potrebbero essere le sue priorità in caso di formazione di un governo. Alla fine di marzo pubblicò un articolo sul Financial Times (tradotto in italiano dal Corriere della Sera) in cui scrisse che per impedire che la recessione provocata dalla pandemia da coronavirus «si trasformi in una depressione duratura» i sussidi e le misure di protezione dell’occupazione, per quanto necessari, devono essere accompagnati da «un approccio su scala assai più vasta», che richiede un intervento forte dello stato e un aumento inevitabile del debito (parte di queste cose da marzo a oggi si sono già verificate).

Il secondo intervento pubblico l’ha fatto ad agosto al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, in cui in particolare ha parlato dell’esigenza di investire nella scuola, nell’istruzione, nella formazione dei giovani: «Il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani» ha detto. «È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre».