Il caso Antonveneta

La storia delle scalate bancarie del 2005 che ha portato alla condanna di Antonio Fazio, ex governatore della Banca d'Italia

Ieri Antonio Fazio, ex governatore della Banca d’Italia, è stato condannato per aggiotaggio a quattro anni di reclusione e a pagare una multa da un milione e mezzo di euro, nel processo sulla tentata scalata ad Antonveneta da parte della Banca Popolare di Lodi. Sono fatti che si riferiscono al cosiddetto caso Bancopoli, che coinvolse diverse banche italiane lungo l’estate del 2005 con molte ripercussioni anche sulla politica. È una storia intricata e complessa, difficile da leggere e da spiegare: ne facciamo una sintesi, privilegiando gli aspetti direttamente collegati al caso Antonveneta, oggetto delle sentenze di ieri.

Di cosa parliamo
Tra il 2004 e il 2005 il sistema bancario italiano fu coinvolto da una serie di significativi movimenti, collegati soprattutto al tentativo di alcuni grossi gruppi stranieri di assumere il controllo di alcune banche italiane. È questo il periodo in cui circola molto sui giornali e nel dibattito pubblico la formula “italianità delle banche” o “delle aziende”, volta a indicare proprio il presunto valore nel fatto che una banca o un’azienda fondata in Italia e operante in Italia resti in mano ad azionisti o gruppi economici italiani. I principali movimenti di quei mesi vedevano al centro la Banca Antonveneta, oggetto delle attenzioni della banca olandese ABN Amro, e la Banca Nazionale del Lavoro (BNL) oggetto delle attenzioni della banca spagnola Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (BBVA). Allo stesso tempo, queste due banche italiane erano oggetto di interesse anche da parte di due altre banche italiane: la Banca Popolare di Lodi (BPL), poi Banca Popolare Italiana (BPI), guidata da Gianpiero Fiorani, e Unipol, guidata da Giovanni Consorte. Siamo nella primavera del 2005: ABN Amro e BPL lanciano un’offerta pubblica di acquisto su Antonveneta, BBVA e Unipol lanciano un’offerta pubblica di acquisto su BNL. Tutte e quattro le offerte falliscono. Ma il modo in cui si arriva a questo scenario è oggetto delle inchieste e delle condanne emesse ieri.

Il ruolo della Banca d’Italia
Prima di emettere l’OPA verso Antonveneta, la banca di Fiorani aveva aumentato la sua quota di partecipazione nella banca. ABN Amro aveva fatto lo stesso. Questo genere di operazioni necessitano dell’autorizzazione della Banca d’Italia. Secondo la tesi dell’accusa, l’allora governatore Fazio avrebbe favorito più volte la banca di Fiorani ai danni della banca olandese, accelerando alcune autorizzazioni e rallentandone altre. A febbraio Fiorani diventa amministratore delegato di Antonveneta alleandosi con altri soci – tra cui Unipol e Magiste, la società di Stefano Ricucci – e formando una sorta di “patto di sindacato occulto”. Fiorani elimina dal cda tutti i membri facenti riferimento ad ABN Amro, che intanto aveva già presentato la sua OPA e aspettava il via libera dalla Banca d’Italia. Soltanto la CONSOB obbligherà Fiorani a fare un’OPA su Antonveneta, visto che di concerto con i suoi soci aveva superato la quota del 30 per cento oltre la quale la legge obbliga a lanciare un’offerta di acquisto sul totale del capitale della società scalata. La Banca d’Italia alla fine darà il via libera all’OPA di Fiorani, facendo fuori gli olandesi.

L’inchiesta
Passano poche settimane e la procura apre un’inchiesta contro ignoti, ipotizzando il reato di aggiotaggio. Poi arrivano pure gli indagati: sono ventitré e tra questi ci sono l’amministratore delegato della BPI Gianpiero Fiorani, il finanziere Emilio Gnutti insieme a diciotto imprenditori bresciani suoi amici e sodali dell’operazione Antonveneta, gli immobiliaristi Danilo Coppola e Stefano Ricucci. La procura sostiene che siano state messe in circolazione delle notizie false per modificare il prezzo delle azioni di Antonveneta e ostacolare così l’OPA di ABN Amro, e che gli imprenditori bresciani siano stati finanziati dalla BNL per rastrellare azioni Antonveneta per conto di Fiorani. Nel frattempo apre un’indagine anche la procura di Roma e il caso si allarga: tra gli indagati finiscono anche il responsabile della vigilanza all’interno della Banca d’Italia, Francesco Frasca, e aumentano i capi d’accusa per Fiorani: falso in prospetto, abuso d’ufficio e falso in bilancio. Vengono fuori anche alcune intercettazioni telefoniche tra Fazio e Fiorani e in una di queste l’allora governatore della Banca d’Italia annuncia privatamente a Fiorani il via libera alla sua OPA riguardo Antonveneta, prima di annunciarla ai mercati. Fiorani risponde mandando a Fazio “un bacio in fronte”, a dimostrazione del loro rapporto confidenziale.

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