(Daniel Pockett/Getty Images)
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  • sabato 30 Gennaio 2021

Cosa possiamo aspettarci

Scenari e ipotesi su come saranno le nostre vite tra sei mesi o un anno dipendono ancora da molte variabili e incertezze, ma qualcosa possiamo prevederlo

(Daniel Pockett/Getty Images)

A quasi un anno dal suo inizio, continua a essere estremamente difficile prevedere quando finirà la pandemia da coronavirus e quando potremo tornare a una vita normale, o per lo meno simile a com’era prima del 2020. Fare previsioni accurate sul futuro è sempre difficile, e lo è ancora di più se il presente è fortemente incerto come l’attuale. Periodicamente ci provano epidemiologi, virologi, ricercatori, politici ed economisti – di fronte alla richiesta molto estesa e comprensibile di poter immaginare prospettive e scenari – ma le loro risposte sono inevitabilmente incomplete e insoddisfacenti, anche se non è sempre facile ammetterlo.

Il 2020 ci ha del resto dimostrato quanto siano poco prevedibili gli effetti della diffusione del contagio, non solo sul piano sanitario, ma anche su quello economico e sociale. Per esempio, dopo due mesi di rigido lockdown in primavera e complice l’inizio della stagione calda, in Italia abbiamo avuto mesi meno difficili, con una drastica riduzione dei nuovi casi positivi e dei decessi. Un cambiamento sensibile della situazione e che per molti era impensabile nel mezzo dell’emergenza sanitaria di marzo e aprile.

A fine estate la situazione era invece talmente migliorata (in termini relativi, naturalmente), da far pensare che il nostro paese avesse contenuto meglio di altri la diffusione dei contagi, e fosse meno esposto a nuovi rischi. Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno avremmo però scoperto di essere semplicemente in ritardo di qualche settimana rispetto ad altri paesi europei, che a loro volta erano parsi più virtuosi all’inizio della primavera, e avremmo iniziato a fare i conti con una difficile, lunga e dolorosa “seconda ondata” della pandemia.

Senza nulla togliere agli esperti che a fine estate avevano invitato ad applicare maggiori cautele proprio per ridurre i rischi di un nuovo aumento dei contagi, la prevedibilità della “seconda ondata” è parsa più chiara quando ormai i nuovi casi positivi avevano ripreso ad aumentare in modo significante. Molte valutazioni su cosa si sarebbe potuto fare di diverso sono state formulate appunto con il senno di poi, con elementi che non erano evidenti allo stesso modo mentre le cose succedevano.

Insomma, fare previsioni continua a essere difficile, anche se il 2020 può essere usato da esempio e come punto di riferimento, entro certi limiti, per provare a farsi un’idea su che cosa ci attende.

Le cose da sapere sul coronavirus

Vaccini
La novità più importante degli ultimi mesi e che potrebbe rivelarsi determinante nel contenimento della pandemia sono i vaccini contro il coronavirus. La loro somministrazione è iniziata poco più di un mese fa negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e in alcuni altri paesi, seppure con difficoltà organizzative molto discusse in questi giorni. I vaccini finora autorizzati sono pochi e la domanda è altissima, condizione che sta mettendo sotto forte pressione i loro produttori, che non riescono a soddisfare le richieste e le promesse che avevano fatto al momento della chiusura dei contratti la scorsa estate.

A causa dei ritardi e delle minori consegne, nell’Unione Europea le campagne vaccinali di massa stanno subendo sensibili rallentamenti, tali da rendere più difficile il raggiungimento degli obiettivi molto ambiziosi posti dai governi. Dopo l’approvazione dei primi vaccini era stato ipotizzato di arrivare al 70 per cento circa della popolazione vaccinata entro il prossimo autunno, circa 300 milioni di cittadini europei. Gli Stati Uniti si erano dati obiettivi simili, ma faticano a mantenere un buon ritmo sempre a causa dei rallentamenti nella produzione.

I problemi logistici dovrebbero via via risolversi nel corso dell’anno, non solo grazie al potenziamento degli impianti ora sotto forte stress, ma anche in seguito all’autorizzazione di altri vaccini che faranno aumentare l’offerta. I singoli paesi dovranno comunque gestire in breve tempo vaccinazioni di massa senza precedenti, investendo enormi risorse e avviando iniziative per convincere il maggior numero possibile di persone a vaccinarsi.

Per quanto riguarda l’Italia, prendendo per buono il piano vaccinale finora comunicato dal governo (e che richiederà nuovi aggiustamenti), entro la fine di giugno potrebbe essere vaccinato almeno il 15 per cento della popolazione. Dopo il personale sociosanitario, gli ospiti delle case di cura e le persone con più di 80 anni, nel secondo trimestre la vaccinazione spetterà alle persone con più di 60 anni, agli individui a rischio per altre malattie, agli insegnanti e al personale scolastico. La campagna vaccinale entrerebbe poi nella fase più intensa nella seconda metà dell’anno, con l’accesso al vaccino per il resto della popolazione.

(Ministero della Salute)

Il vaccino per ora più utilizzato, quello di Pfizer-BioNTech, ha dato effetti incoraggianti in Israele, dove la campagna vaccinale procede velocemente. Dai dati preliminari, quindi da prendere con cautela, il vaccino ha confermato una buona efficacia nel proteggere dalla COVID-19, mentre non è ancora chiaro se prevenga (e in che misura) il rischio di nuovi contagi.

Se il vaccino di Pfizer-BioNTech e gli altri confermassero la loro efficacia nel prevenire la COVID-19, la quantità di individui con sintomi tali da rendere necessario un ricovero in ospedale inizierebbe a diminuire, riducendo la pressione sui sistemi sanitari. Si ridurrebbe la letalità del coronavirus e al tempo stesso la malattia diventerebbe meno rischiosa per gli anziani, o per chi ha altri problemi di salute. La famosa “convivenza con il virus”, raggiunte le condizioni in cui i decessi e i malati gravi siano sensibilmente di meno, sarebbe infine più facile e tollerabile.

Per capire se questa condizione si stia verificando o meno sarà necessario attendere almeno il prossimo giugno, sempre a patto che le campagne vaccinali proseguano senza particolari intoppi. Per allora non solo avremo un’idea più chiara sui vaccini, ma potremmo anche sperare in un nuovo periodo di tregua.

Estate
Con la stagione calda tendiamo a trascorrere molto più tempo all’aperto, dove il rischio di contagio è più basso. La minore frequentazione di ambienti chiusi dove c’è uno scarso ricambio d’aria è considerata uno dei fattori che hanno portato alla riduzione dei contagi la scorsa estate, unita al contributo determinante del lungo, rigido e largamente rispettato lockdown primaverile che aveva drasticamente abbassato la circolazione del coronavirus.

La prossima estate potrebbe succedere qualcosa di analogo. Rispetto all’anno scorso, una maggiore quantità di individui sarà stata esposta al coronavirus e avrà sviluppato un’immunità naturale, o avrà ricevuto il vaccino. Non sappiamo però quanto duri l’immunizzazione naturale né quella indotta con la vaccinazione: basandosi su come funzionano le infezioni con altri virus, i ricercatori ritengono che si rimanga protetti per almeno qualche mese. Di solito, in queste circostanze, eventuali successive infezioni si rivelano meno rischiose e aiutano comunque l’organismo a mantenere una memoria immunitaria, evitando che il coronavirus possa fare particolari danni.

All’aumentare degli esposti e dei vaccini, la situazione dovrebbe quindi migliorare a patto di mantenere le precauzioni.

Mascherine
Continueremo a utilizzare ancora a lungo le mascherine e a praticare il distanziamento fisico, come minimo fino alla fine di quest’anno. Queste e le altre precauzioni, come incentivare il lavoro da casa per ridurre le occasioni in cui si condividono gli stessi spazi con più individui, si sono rivelate importanti per rallentare la diffusione del coronavirus ed evitare il collasso dei sistemi sanitari.

Fino a quando non avremo dati più chiari sulla capacità dei vaccini di prevenire i contagi, proseguire con queste pratiche sarà necessario e inevitabile, e qualunque scenario immaginiamo le comprenderà senz’altro.

Italia e colori
A oggi non ci sono elementi per immaginare che la soluzione delle aree di rischio adottata dal governo possa essere abbandonata a breve. Il sistema – seppure con mancanze e ambiguità nell’applicazione di alcune regole – ha consentito di evitare nuovi lockdown generalizzati, con limitazioni solo nelle aree in cui l’incidenza dei nuovi contagi è più alta: e comunque con limitazioni assai inferiori rispetto al lockdown di un anno fa.

Salvo approcci diversi del prossimo governo che entrerà in carica, le Regioni continueranno a essere periodicamente assegnate alle aree bianca, gialla, arancione o rossa a seconda delle valutazioni tecniche sull’andamento dei contagi. Il meccanismo riprende, in una versione all’italiana, quanto avevano ipotizzato diversi epidemiologi nel 2020 circa una gestione a intermittenza della pandemia: periodi di limitazioni alternati a periodi con minori restrizioni, per ridurre gli effetti negativi sull’economia e dare un po’ di tregua alla popolazione.

Terapie
In un anno di pandemia e con oltre 100 milioni di casi positivi, più di 2 milioni di morti e decine di milioni di individui ricoverati in tutto il mondo, medici e ricercatori hanno imparato diverse cose sulla COVID-19 e sugli effetti del coronavirus sul nostro organismo. All’inizio del 2020 le terapie da impiegare erano poche, con protocolli difficili da definire e dagli esiti incerti. La malattia nelle sue forme gravi continua a essere molto rischiosa, ma nel complesso le conoscenze acquisite hanno permesso di migliorare le terapie.

Come abbiamo visto, i vaccini dovrebbero ridurre l’incidenza di COVID-19 con sintomi gravi, sicuramente più difficili da trattare rispetto alla malattia nelle sue forme lievi. Una minore quantità di ricoveri rende inoltre possibile una migliore assistenza sanitaria, perché il rapporto tra i pazienti e il personale sanitario è più equilibrato e non si lavora in condizioni di grave emergenza come accaduto nella primavera e in parte dell’autunno dello scorso anno.

Varianti
La diffusione di nuove varianti del coronavirus potrebbe influire sensibilmente sull’andamento della pandemia e sui tempi per superarla. Negli ultimi mesi hanno iniziato a circolare varianti, come quella “inglese” e quella “sudafricana”, che rendono più contagioso il coronavirus e ne fanno quindi aumentare la circolazione.

In Israele, dove come abbiamo visto iniziano a esserci dati preliminari sui vaccini, la diffusione di alcune nuove varianti sembra abbia attenuato in parte gli effetti positivi della vaccinazione. Il coronavirus ha iniziato a diffondersi più velocemente e a causare la COVID-19 negli individui più giovani, non ancora vaccinati, lasciando comunque sotto pressione gli ospedali.

Epidemiologi e virologi hanno più volte invitato a non sottovalutare i rischi di una variante più contagiosa, che potrebbe comportare un nuovo aumento dei casi positivi, come accaduto nel Regno Unito nelle ultime settimane. Se dovessero affermarsi una o più varianti di questo tipo, i nuovi contagi potrebbero mantenersi alti anche dopo l’arrivo della primavera e l’ingresso nella stagione calda. Il loro effetto potrebbe essere mitigato in parte dai vaccini, ma solo se ampiamente diffusi tra la popolazione, che dovrebbe comunque continuare a impiegare i dispositivi di protezione individuale e sarebbe probabilmente sottoposta a nuove limitazioni (se non lockdown generalizzati nel caso di una forte incidenza della variante).

Fine?
Tra le numerose incertezze, le cautele e i condizionali inevitabili nel provare a fare previsioni, c’è comunque un elemento fermo: di sicuro la pandemia non finirà a giugno, né alla fine del 2021.

Non ci sarà un giorno in cui c’è il coronavirus e il giorno dopo in cui non c’è più: cominciammo a capirlo già dopo le prime settimane del lockdown del 2020, e oggi sappiamo che eventuali “ritorni a una normalità” si sono comunque spostati molto più avanti.

Vaccini, limitazioni e mascherine potranno rallentare la diffusione del virus, ma non potranno arrestarla completamente. È opinione diffusa tra i virologi che l’attuale coronavirus diventi endemico, cioè in costante circolazione tra la popolazione, ma con una bassa incidenza e raramente causa di sintomi gravi. Potrebbero essere necessari da pochi anni ad alcuni decenni prima che si verifichi questa condizione, ma ciò non vuol dire che dovremo affrontare per così tanto tempo le difficoltà vissute nell’ultimo anno.

Se dovessimo scoprire che la protezione indotta dai vaccini diminuisce con il passare del tempo, si potrebbe aggiungere una dose di richiamo da somministrare insieme al vaccino contro l’influenza stagionale. I vaccini stessi potrebbero essere migliorati nel corso del tempo, con versioni sviluppate per offrire una protezione che duri più a lungo, basate sulle esperienze maturate con le prime vaccinazioni di massa.

Posto che siano efficaci a sufficienza, con l’inizio delle campagne vaccinali stiamo mettendo le basi per creare un’immunità di comunità più velocemente, e in modo più sicuro, rispetto alla sola esposizione al coronavirus. Gli immunologi segnalano inoltre che le successive infezioni da coronavirus saranno importanti per mantenere una protezione, come ha anche spiegato l’epidemiologo Michael Mina dell’Università di Harvard (Stati Uniti):

Nel tempo, ci sarà una quantità sufficiente di persone con un po’ di immunità, derivata dal vaccino o da un’infezione diretta. La volta successiva in cui sarai esposto al virus, ti servirà come “richiamo” naturale. Darà una spinta al tuo sistema immunitario, invece di fare danni.

Ipotizziamo che una persona compia 60 anni tra cinque anni. Ora ha 55 anni. Riceve un vaccino e poi viene esposta al virus. Per quando avrà compiuto 60 anni, potrà essere stata esposta due o tre volte. Ciò farà sì che a 60 anni non sia a rischio come gli attuali sessantenni, perché disporrà di una memoria immunitaria adeguata.

Nei prossimi anni, inoltre, centinaia di milioni di bambini saranno esposti al coronavirus – di norma innocuo per loro – o riceveranno il vaccino, iniziando da subito a produrre una riposta immunitaria che avrà diversi “richiami” con successive esposizioni al virus. Quando avranno 50 anni non saranno nella stessa fascia di rischio degli attuali cinquantenni, che non erano mai entrati prima a contatto con il coronavirus.

Il coronavirus non sarà quindi eradicato, ma potremo tenerlo meglio sotto controllo e temerne meno gli effetti. E le sue ricadute sulla vita quotidiana di tutti potranno essere più contenute di oggi: ma è uno scenario tuttora non molto definito e in direzione del quale ci sono ancora molti sviluppi, variabili e imprevisti da tenere in considerazione e che governano qualunque ipotesi di risposta alle domande su come vivremo a giugno, a settembre, a dicembre, e oltre.