Un orango durante un'operazione di soccorso dopo che gli incendi avevano distrutto diversi ettari di foresta in un'area del Central Kalimantan, nel Borneo, in Indonesia. 7 gennaio 2016. (AP Photo/ Dita Alangkara, File)
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  • domenica 27 Dicembre 2020

Arriverà l’olio di palma sintetico?

Ci stanno lavorando ricercatori e start-up, per avere un'alternativa a quello naturale: ma c'è ancora un problema di costi

Un orango durante un'operazione di soccorso dopo che gli incendi avevano distrutto diversi ettari di foresta in un'area del Central Kalimantan, nel Borneo, in Indonesia. 7 gennaio 2016. (AP Photo/ Dita Alangkara, File)

Negli ultimi anni si è parlato molto dell’olio di palma: sia per i presunti effetti negativi che un consumo eccessivo di prodotti alimentari che lo contengono può avere sull’organismo (molto presunti), sia a causa degli effetti che la sua produzione ha sull’ambiente (molto dimostrati). Adesso alcune aziende biochimiche stanno sviluppando delle alternative sintetiche all’olio di palma, che potrebbero sostituire almeno in parte quello prodotto in natura e avrebbero l’obiettivo di minimizzare le conseguenze ambientali della sua produzione, riducendo al minimo anche gli scarti.

I prodotti sintetizzati finora non sono in commercio ma hanno già attirato l’interesse di alcune aziende. Tuttavia, ci sono molti aspetti e possibili effetti inattesi da tenere in considerazione: per esempio i costi e il fatto che l’industria dell’olio di palma, per quanto insostenibile, mantenga oggi milioni di persone.

L’olio di palma è un grasso vegetale estratto da alcuni frutti simili alle olive (drupe), che crescono da diverse varietà di palme. È molto versatile ed economico, pertanto viene molto impiegato sia nel settore alimentare che in quello cosmetico, ma anche per produrre biocarburanti. L’aumento della richiesta di olio di palma negli ultimi trent’anni ha portato a una grandissima espansione delle coltivazioni, con problemi notevoli soprattutto in Malesia e Indonesia, dove si trovano le principali piantagioni e dove viene estratto l’85 per cento dell’olio di palma prodotto a livello mondiale.

Per fare spazio alle piantagioni, negli ultimi decenni in Indonesia e in Malesia sono stati rasi al suolo migliaia di chilometri quadrati di foresta tropicale. I coltivatori locali incendiano ampie porzioni di foreste, soprattutto nelle torbiere, liberando nuvole di metano, monossido di carbonio, ozono e gas come il cianuro di ammonio: una cosa che accelera notevolmente i processi di deforestazione e aumenta i problemi legati al riscaldamento globale. Si stima che in alcune aree dell’Indonesia, come quella del Borneo, sia stato abbattuto il 60 per cento di foresta per fare spazio ai campi di palme da olio: una cosa che ha causato seri problemi alla biodiversità e peraltro messo ancora più in pericolo specie a rischio di estinzione, come tigri e oranghi.

È per questi motivi che aziende e ricercatori stanno sviluppando alternative sintetiche all’olio di palma naturale: il loro obiettivo è sintetizzare prodotti più sostenibili, che possano contribuire a far fronte al previsto aumento della richiesta di olio di palma e allo stesso tempo limitino l’enorme impatto ambientale delle coltivazioni.

Una di queste aziende è C16 Biosciences, una start-up nata tre anni fa a New York, che ha ricevuto un finanziamento di 20 milioni di dollari (circa 16,5 milioni di euro) da Breakthrough Energy Ventures, un fondo in cui tra gli altri hanno investito l’imprenditore e filantropo Bill Gates, il capo di Amazon, Jeff Bezos, e l’imprenditore britannico Richard Branson, il fondatore del Virgin Group.

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Sia la C16 Biosciences che i ricercatori dell’Università di Bath (nel Regno Unito) e quelli della start-up californiana Kiverdi partono dallo stesso procedimento: un processo di fermentazione simile a quello che si impiega per la preparazione della birra, che permette di utilizzare dei microbi ingegnerizzati in laboratorio per convertire gli scarti di cibo o gli avanzi industriali in un prodotto molto simile all’olio di palma naturale.

La fondatrice di C16 Biosciences, Shara Ticku, ha spiegato a BBC che si tratta per lo più di lieviti che vengono nutriti con zuccheri e a cui, per semplificare, viene “insegnato” come produrre molecole che servono a scopi specifici, per esempio quelle necessarie per produrre margarina oppure dentifricio; quando il lievito cresce, le sue cellule producono una grande quantità di olio che poi viene spremuto ed estratto, in un processo di laboratorio che solitamente richiede da alcuni giorni ad alcune settimane.

Processi come questi sono piuttosto diffusi nel settore delle biotecnologie, e il grosso sforzo delle aziende che si stanno occupando di cercare soluzioni alternative all’olio di palma è quello di poter utilizzare avanzi di qualunque tipo, compresi gli scarti agricoli come quelli della molitura di grano o riso, con l’obiettivo primario di ridurre il più possibile gli sprechi. Al momento i ricercatori stanno lavorando su prototipi che non sono commercializzati, ma stanno iniziando a destare l’interesse di grosse società che potrebbero utilizzare i loro prodotti in futuro: una di queste è l’azienda tedesca della grande distribuzione Metro Group.

Il professore dell’Università di Bath, Chris Chuck, ha spiegato che malgrado le «soluzioni tecnologiche» per realizzare alternative sintetiche siano note, «il problema reale contro cui si deve combattere» è il costo, e per questa ragione è difficile pensare che l’olio di palma sintetico possa rimpiazzare completamente quello naturale.

L’olio di palma è poco costoso, è inodore e si conserva facilmente, e per questo motivo è il grasso più diffuso per la preparazione dei dolci a livello industriale. È anche così versatile da essere impiegato per la produzione di biocarburanti, nell’industria dei cosmetici e per realizzare shampoo, saponi e detergenti, perché facilita la produzione della schiuma. Un’alternativa sintetica dovrebbe essere altrettanto versatile, ma presumibilmente non potrebbe essere altrettanto economica.

I ricercatori di Bath hanno stimato che nel migliore dei casi il costo dell’olio di palma sintetico sarebbe dalle due alle tre volte più alto rispetto a quello naturale. Secondo Chuck le alternative sintetiche potrebbero pertanto essere impiegate in settori in cui il prodotto ad alto valore aggiunto giustifica i prezzi più alti, come quello della cosmesi. Al contrario, potrebbero avere grossi problemi a inserirsi in settori in cui invece il prezzo è un elemento chiave, come quello dei carburanti e quello alimentare. Da questo punto di vista le alternative sintetiche all’olio di palma potrebbero essere una soluzione soltanto in minima parte: secondo quanto ha ricostruito il WWF, infatti, il 70 per cento delle 75 milioni di tonnellate che vengono consumate ogni anno a livello globale è impiegato per produrre olio da cucina e come ingrediente nei prodotti alimentari industriali.

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Per promuovere una coltivazione della palma da olio che sia sostenibile dal punto di vista ambientale, nel 2004 fu creata la Tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile (RSPO), un’organizzazione non profit che ha il compito di tenere sotto controllo i produttori di olio di palma, emettendo certificati che attestino il loro utilizzo di buone pratiche dal punto di vista ambientale e sociale. Negli ultimi anni le cose sono leggermente migliorate, ma secondo Anita Neville di Golden Agri-Resources, una delle più grandi società di piantagioni di palme da olio indonesiana, per il momento il prodotto sintetico «non è un’alternativa realistica» in termini di produzione su larga scala e non sarebbe nemmeno economicamente vantaggioso.

Uno degli aspetti di cui si parla di meno, oltretutto, è quello che riguarda le condizioni di lavoro degli agricoltori nelle piantagioni, tra cui ci sono molte donne e anche bambini, che spesso sono sfruttati e subiscono varie forme di abusi. Per quanto la situazione dei lavoratori nei campi di palme da olio sia dura, però, l’economia di molte zone del Sud-Est asiatico e il sostentamento di milioni di persone dipendono proprio da questa industria.