Palangkaraya, una città di 240 mila abitanti in Indonesia, 27 ottobre 2015 (BAY ISMOYO/AFP/Getty Images)
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  • venerdì 30 Ottobre 2015

C’è un grosso guaio in Indonesia

Ci sono più di 100mila incendi in corso, mezzo milione di persone con problemi di salute e animali a rischio estinzione: hanno prodotto più CO2 dell'intera Germania in un anno

Palangkaraya, una città di 240 mila abitanti in Indonesia, 27 ottobre 2015 (BAY ISMOYO/AFP/Getty Images)

Da settimane – e nonostante se ne parli pochissimo – l’Indonesia sta affrontando una situazione molto grave a causa della massiccia deforestazione praticata attraverso gli incendi: ce ne sono più di 100 mila attualmente in corso. Gli incendi provocano a loro volta altissimi livelli di inquinamento che hanno portato alla morte di diverse persone, alla moltiplicazione di gravi problemi di salute tra la popolazione e alla minaccia della sopravvivenza di alcune specie animali.

Gli effetti più visibili di quello che sta accadendo sono il fuoco e un pesante strato di fumo che sta coprendo da settimane l’Indonesia, ma che si estende anche alla confinante Malesia e a Singapore. La portata degli incendi è talmente ampia e estesa che è visibile anche dallo Spazio. Lunedì scorso la NASA ha pubblicato su Twitter una foto scattata il 25 ottobre dal satellite Deep Space Climate Observatory (DSCOVR) da circa 1,5 milioni di chilometri di distanza e in cui si può chiaramente vedere una macchia grigia di fumo sull’Indonesia.

Nasa

In Indonesia è molto diffusa la pratica – illegale – di incendiare i campi agricoli per pulirli e prepararli alle nuove coltivazioni di palma da olio e legna da carta, soprattutto nelle torbiere. La torba, cioè i resti vegetali che si trovano nel terreno, contengono miliardi di tonnellate di carbonio. Quando il fuoco penetra la terra, cova sotto la cenere per settimane, a volte mesi, rilasciando nuvole di metano, monossido di carbonio, ozono e gas come il cianuro di ammonio. In tre settimane è stato calcolato che gli incendi abbiano rilasciato più CO2 rispetto alle emissioni annuali della Germania. Greenpeace ha parlato di una «bomba di carbonio». El Niño, quell’insieme di fenomeni atmosferici che si verificano nell’oceano Pacifico e che quest’anno sono particolarmente intensi, ha aggravato la situazione portando a una siccità prolungata.

La deforestazione dell’Indonesia va avanti da tempo: la rivista scientifica Nature ha scritto che dal 2000 al 2012 nel paese sono stati bruciati circa 60 mila chilometri quadrati di boschi (pari a Emilia Romagna, Veneto e Lombardia messe insieme). Gli incendi causano più del 75 per cento delle emissioni di gas serra del paese, che nella classifica mondiale dei maggiori responsabili di tali emissioni risulta al quinto posto. Una “stagione di incendi” come quella di quest’anno potrebbe portarla ai vertici della classifica, oggi guidata da Cina e Stati Uniti.

Gli incendi stanno provocando sfollamenti di interi comuni e villaggi. Il ministro indonesiano per gli Affari sociali, Khofifah Indar Parawansa, ha detto che finora sono morte almeno 19 persone a causa delle esalazioni dei roghi, mentre sarebbe circa mezzo milione il numero delle persone con problemi di salute legati all’inquinamento. Nella sola provincia di Riau, una delle più coinvolte nella parte centrale dell’Isola di Sumatra, dallo scorso 4 settembre ci sono stati 10.133 casi di infezione alle vie respiratorie, 311 casi di polmonite, 415 di asma, 689 di sofferenza oculare e 1.085 di problemi cutanei (i dati sono del ministero della Salute). In alcune città la visibilità è ridotta a 30 metri e il governo ha previsto la distribuzione di mascherine in tutto il paese che vengono indossate anche dai membri del parlamento durante i dibattiti.

Il giornalista del Guardian George Monbiot ha denunciato la situazione dell’Indonesia e soprattutto il fatto che i giornali internazionali non se ne stiano occupando a sufficienza, spiegando anche che le politiche del presidente Joko Widodo sono contraddittorie: nel paese stanno lavorando più di 20 mila persone per controllare gli incendi con la collaborazione di Singapore, Malesia e Australia, sono stati costruiti centri di accoglienza con bombole e depuratori d’aria nelle zone più colpite e delle navi della marina militare sono state messe a disposizione come rifugi galleggianti per le donne e i bambini in caso di necessità di evacuazione. Dall’altra parte, il governo indonesiano ha previsto però nuove sovvenzioni per la produzione di olio di palma che «renderanno inevitabili ulteriori incendi».