(Ethan Miller/Getty Images)

Un articolo del New York Times ha stravolto Pornhub

Il più noto sito porno al mondo ha cambiato radicalmente il sistema di caricamento dei video per limitare i contenuti pedopornografici e di abusi, dopo un'inchiesta del giornale

(Ethan Miller/Getty Images)

Un articolo del New York Times che denunciava la diffusione di contenuti che mostrano abusi sessuali, che ritraggono minori o di revenge porn (cioè i video privati diffusi senza consenso, spesso come forma di vendetta contro ex partner) su Pornhub, uno dei più visitati siti di porno in streaming al mondo, ha provocato un grande sommovimento nel settore e una drastica revisione delle linee guida del sito. Con effetto immediato, Pornhub ha vietato il caricamento di video agli account non verificati – cioè praticamente quelli diversi dalle case di produzione e dagli attori – e ha rimosso la funzione dei download, che permetteva di scaricare i video.

L’articolo, uscito la settimana scorsa, raccontava tante storie di giovani donne (e anche di qualche giovane uomo) i cui video privati sono stati caricati senza il loro consenso su Pornhub, dove spesso sono rimasti per anni nonostante i vari tentativi di ottenerne la rimozione. In molti casi i video non riguardavano atti sessuali, ma abusi, violenze e anche stupri. L’autore dell’articolo, Nicholas Kristof, uno dei più famosi ed esperti giornalisti del New York Times, ha raccontato per la prima volta (una delle prime, almeno) su un giornale importante un fenomeno in realtà noto da anni alla maggior parte delle persone che frequentano Pornhub o altri siti porno che si basano sui video caricati dagli utenti: la quantità di video evidentemente diffusi senza il consenso delle persone coinvolte, e di quelli che ritraggono o dicono di ritrarre minori.

Pornhub sulle prime è stato molto sulla difensiva, definendo «irresponsabile e totalmente falso» l’articolo del New York Times. Ma le cose sono precipitate in fretta: Mastercard e Visa hanno avviato delle indagini per verificare se MindGeek, l’enorme società del porno che possiede anche Pornhub, stia commettendo attività illegali. Pornhub ha una versione gratuita e diversi piani a pagamento: un’eventuale sospensione delle transazioni attraverso i due circuiti di carte di credito più diffusi al mondo sarebbe stata una catastrofe finanziaria per l’azienda, ed è stata probabilmente questa eventualità a provocare la decisione di cambiare le proprie politiche sui video caricati.

Le modifiche decise da Pornhub sono effettivamente drastiche: i video d’ora in avanti potranno essere caricati soltanto dagli utenti verificati, che per ora sono principalmente case di produzione e attori e attrici. Da gennaio partirà il processo con cui saranno verificati nuovi profili, aumentando quindi quelli che potranno caricare nuovi video. È una decisione che cambierà radicalmente il sito, sul quale soltanto nel 2019 erano stati caricati 6,83 milioni di nuovi video, per la stragrande maggioranza da account non verificati.

Anche la rimozione della possibilità di scaricare i video è importante: nonostante rimanga comunque possibile con software esterni, ridurrà probabilmente i casi in cui un video, dopo essere stato rimosso, viene nuovamente caricato da qualcuno che lo aveva scaricato. Pornhub ha promesso anche che intensificherà la moderazione dei contenuti, aggiungendo un livello di controllo – chiamato “Red Team” – per trovare e rimuovere i contenuti che violano i termini di servizio.

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Queste erano esattamente le tre proposte con cui Kristof chiudeva il suo articolo, come possibile soluzione ai problemi di Pornhub. Nel pezzo, raccontava diverse storie di vite rovinate per via del sito: come quella di una donna di nome Cali, cinese e adottata da una famiglia statunitense che la costrinse a prostituirsi e ad apparire in video pedopornografici dall’età di 9 anni, alcuni dei quali riappaiono regolarmente su Pornhub ancora oggi che ha 23 anni e studia da avvocata.

O di Serena K. Fleites, che a 14 anni inviò un video in cui appariva nuda al suo ragazzo, che lo diffuse con gli amici e la ricattò per ottenerne altri. I video finirono su Pornhub, altre persone cominciarono a chiederle video ricattandola. Nonostante le richieste al sito, i video continuavano a essere ricaricati. Uno, che la mostra nuda 14enne, raggiunse le 400mila visualizzazioni. Fleites cambiò scuola, ma la voce arrivò anche lì. Cominciò a tagliarsi, poi provò per due volte ad uccidersi, diventò dipendente dalle metanfetamine e dagli oppioidi, e cominciò a vendere sue foto intime per soldi. Ora vive in macchina con i suoi tre cani. «Sono stata stupida. È stata una piccola cosa che fa un’adolescente, ed è incredibile come possa trasformarsi in qualcosa di così grosso. Una vita intera può essere stravolta da un piccolo errore».

Ogni mese Pornhub riceve 3,5 miliardi di visite, più di quelle di Amazon o Netflix, ed è un’azienda che ha puntato molto sulla propria immagine pubblica, negli ultimi anni. È stato il primo, e forse è ancora l’unico, sito porno che si fa pubblicità anche sui media tradizionali, per esempio sugli schermi di Times Square a New York, e ha spesso fatto ricorso a trovate promozionali per far parlare di sé sui giornali mainstream: per esempio offrendo i propri server all’Italia dopo che dei siti pubblici avevano avuto problemi, oppure aprendo un negozio temporaneo a Milano. Ogni anno pubblica un resoconto delle attività sul sito che viene ripreso dai principali siti di news (compreso il Post). Produce tazze, magliette e addirittura maglioni natalizi con il proprio logo.

Ma dietro a quest’immagine attraente c’è una realtà da anni criticata da addetti ai lavori e attivisti. I primi ce l’hanno da tempo con MindGeek, una società canadese – ma con sede fiscale in Lussemburgo – che nel tempo si è comprata una lunga serie di siti porno tra i più visitati, come YouPorn e RedTube, con cui per anni ha diffuso illegalmente i video che le case di produzione distribuivano a pagamento. Questo ha provocato un’enorme crisi del settore, negli scorsi anni, e ha permesso a MindGeek di indebolire economicamente e poi comprare alcune delle case di produzione più grandi, come Brazzers e Reality Kings.

MindGeek è arrivata così a controllare una parte importante sia della distribuzione che della produzione dei contenuti porno, creando quello che molti definiscono un monopolio. E ha trasformato a quel punto Pornhub da un sito gratuito con alcune funzioni a pagamento a un sito a pagamento con alcune funzioni gratuite. Soltanto recentemente l’industria pornografica ha trovato delle possibile soluzioni a questa crisi, che aveva peggiorato sensibilmente le condizioni lavorative specialmente delle attrici e degli attori. Sempre di più stanno passando a siti basati su un modello di business totalmente diverso, come OnlyFans, nel quale ogni attore ha una sua rete di follower paganti: un sistema che sembra garantire maggiori libertà e tutele, e compensi più adeguati.

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L’articolo del New York Times non riguarda però le note e criticate strategie industriali di Pornhub, bensì la proliferazione di contenuti pedopornografici e di abusi che contiene. Contenuti che, come tutti gli altri, fruttano soldi alla società: «Il sito è infestato da video di stupri» spiega Kristof. «Monetizza stupri su bambini, contenuti di revenge porn, video girati da telecamere nascoste di donne che si fanno la doccia, contenuti razzisti e misogini, video di donne soffocate con buste di plastica».

Questo non significa che contenuti simili siano la maggior parte di quelli pubblicati. Anzi, sono certamente una minoranza, ma sono comunque tantissimi e hanno tutta una loro nicchia di pubblico. «Dato che è impossibile essere sicuri se un ragazzo o una ragazza in un video abbia 14 o 18 anni, nemmeno Pornhub ha un’idea chiara di quanti dei suoi contenuti siano illegali».

Non bisogna nemmeno commettere l’errore di giudicare problematici o meritevoli di censura i video che mostrano pratiche sessuali non convenzionali, anche violente o disturbanti, se le persone riprese sono consenzienti nel momento dell’atto e riguardo alla sua pubblicazione. È un terreno scivoloso, perché poi certe pratiche estreme – come la mutilazione, o la coprofagia – che possono essere praticate anche consensualmente sono comunque vietate da Pornhub e dalla maggior parte dei siti porno mainstream. Ma il tema sollevato da Kristof, in ogni caso, non riguarda questo tipo di contenuti, che su internet proliferano da almeno vent’anni.

Su Pornhub bastano ricerche mirate per trovare video di violenze, per esempio di ragazze sedate, con tanto di dimostrazione pratica in cui un uomo tocca loro i bulbi oculari, e poi stuprate. Kristof spiega che nonostante ricerche come “stupro” o “minorenne” siano impedite dal motore di ricerca interno, ci sono molte note parole chiave alternative che permettono di raggiungere quel tipo di contenuti illegali. È insomma molto facile trovare rapidamente centinaia di video che mostrano minorenni abusati sessualmente, o perlomeno che dicono di mostrarlo: in molti casi si tratta di attori maggiorenni e consenzienti che si prestano a inscenare finti abusi sessuali. Ma spesso è impossibile distinguere gli uni dagli altri.

E anche quelli finti contribuiscono a normalizzare le violenze sessuali e le violenze sessuali su minori. Specialmente tra gli adolescenti, la cui educazione sessuale è sempre più affidata ai siti pornografici, i cui contenuti e le cui tendenze contribuiscono quindi significativamente a formare la coscienza collettiva sul sesso.

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Non è un problema soltanto di Pornhub, ovviamente: la pedopornografia si trova anche su Google, su Twitter e perfino su Facebook. XVideos, un sito porno meno noto al pubblico generalista ma ancora più visitato di Pornhub, secondo Kristof ha ancora meno scrupoli.

Ma se Facebook ha circa 15mila moderatori, spiega Kristof, un dipendente di Mindgeek gli ha detto che la società ne ha circa 80. Il loro lavoro consiste nello scorrere velocemente ore e ore di contenuti ogni giorno, con l’istruzione di rimuovere quelli di minorenni. Ma il modello di business di Mindgeek trae profitto dai video che mostrano persone giovani, e «l’obiettivo per un moderatore è approvare più contenuti possibili».

Secondo il moderatore intervistato, non è tanto questione che i dirigenti di Mindgeek siano malvagi, quanto che siano concentrati soltanto sul massimizzare i profitti. Negli ultimi anni, l’attenzione e la velocità con cui sono rimossi i video – anche se si parla principalmente di quelli americani – sono comunque cresciute, hanno detto le persone che ha intervistato Kristof.

Il Centro Nazionale per i Bambini Scomparsi e Sfruttati ha detto a Kristof che le segnalazioni riguardanti video o altri contenuti digitali sono state 6,5 milioni nel 2015, 20,6 milioni nel 2017, e 69,2 milioni nel 2019. «Stanno facendo così tanti soldi sui nostri traumi» ha detto a Kristof una 19enne inglese i cui video privati registrati quando aveva 15 e 16 anni continuano a riapparire su Pornhub, a distanza di anni.

Commentando la decisione di Pornhub, Kristof ha parlato di «enormi cambiamenti», specificando però che molto dipenderà da come saranno applicati dalla società, «che non ha guadagnato affatto la mia fiducia». Ha detto anche di aver ricevuto personalmente conferma che non riguarderanno solo Pornhub, ma tutti i siti di Mindgeek, ricordando però che cambiamenti simili andranno pretesi da altri grandi siti porno appartenenti ad altre società, come XVideos.