Tifosi del Beitar Gerusalemme al Teddy Stadium nel 2013 (AP Photo/Bernat Armangue)
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  • mercoledì 9 Dicembre 2020

La squadra anti-araba di Gerusalemme comprata dagli Emirati Arabi Uniti

Il Beitar, club calcistico seguito da una tifoseria fortemente nazionalista, ha ceduto la metà delle sue quote allo sceicco Hamad Bin Khalifa Al Nahyan

Tifosi del Beitar Gerusalemme al Teddy Stadium nel 2013 (AP Photo/Bernat Armangue)

Da pochi giorni Hamad Bin Khalifa Al Nahyan, membro della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti, è diventato co-proprietario della squadra di calcio israeliana del Beitar Gerusalemme acquistando il 50 per cento delle quote dall’imprenditore israeliano Moshe Hogg. È un accordo significativo sotto diversi aspetti, a partire dal fatto che il Beitar è storicamente la squadra della destra nazionalista israeliana, fondata nel 1936 all’interno del movimento giovanile (Beitar) del partito revisionista sionista (Hatzohar), dal quale prese il nome. La sua influente tifoseria, inoltre, è tra le più xenofobe e violente dei campionati UEFA, da sempre ferocemente anti-araba.

Lo sceicco Hamad Bin Khalifa Al Nahyan ha promesso investimenti pari a 75 milioni di euro nei prossimi dieci anni, i quali verranno usati principalmente per nuove infrastrutture e per il miglioramento dell’intero parco giocatori a disposizione della squadra. Verrà rappresentato nel nuovo consiglio di amministrazione dal figlio, Muhammad Bin Hamad Bin Khalifa, il quale ha commentato l’ingresso nel club dicendo: «Il Beitar è una delle cinque grandi squadre israeliane e c’è la possibilità di renderlo il più grande di tutti. Vogliamo investire nel Beitar e portare il club a un livello ancora superiore vincendo nuovi titoli».

I due membri della famiglia reale hanno fatto riferimento anche al recente accordo tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, spiegando come, dopo i colloqui tra i due paesi, stiano «esplorando diverse opportunità di collaborazione». Quello che viene definito come accordo descrive la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Emirati Arabi Uniti, ovvero l’inizio delle relazioni diplomatiche tra i due paesi reso pubblico lo scorso agosto dal presidente statunitense Donald Trump: prima di allora non era mai successo che un paese arabo del Golfo Persico riconoscesse ufficialmente Israele.

Tifosi del Beitar a Netanya nel 2016 (Uriel Sinai/Getty Images)

Tra i tifosi del Beitar, tuttavia, si temono reazioni da parte della Familia, il nome con il quale è conosciuto il tifo organizzato a seguito della squadra, noto per condotte violente e xenofobe e per i suoi vecchi legami con la destra israeliana, talmente profondi da aver coinvolto in passato anche esponenti di spicco di Likud, il partito di governo, e Israel Beitenu, il partito della destra nazionalista. Nel 2013 il problematico tifo organizzato del Beitar accolse per esempio con proteste, insulti e tentate aggressioni due giocatori ceceni di fede musulmana acquistati dall’allora proprietà russo-israeliana: resistettero in Israele appena quattro mesi.

Alcune minacce sono già apparse nei dintorni dei luoghi del club a Gerusalemme: la vendita delle quote societarie è arrivata per giunta in un momento delicato per la squadra, attualmente quartultima in classifica. Da quando nel 2018 Moshe Hogg ha acquistato il club promettendo di riabilitarne l’immagine nel paese e non solo, l’ambiente circostante è diventato più teso e diviso tra tifosi comuni e organizzati: i primi hanno accolto favorevolmente l’ingresso dei nuovi soci in società — con la prospettiva di tornare a vincere – mentre i secondi hanno invece annunciato proteste in occasione dei prossimi impegni della squadra.