Boris Johnson (AP Photo/Kirsty Wigglesworth)

L’ultimo tentativo su Brexit sta andando male

Boris Johnson e Ursula von der Leyen non si sono messi d'accordo per telefono, e hanno deciso di incontrarsi mentre il “no deal” diventa sempre più probabile

Boris Johnson (AP Photo/Kirsty Wigglesworth)

Il primo ministro del Regno Unito Boris Johnson andrà a Bruxelles «nei prossimi giorni» per incontrare di persona la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, nella speranza di trovare un’intesa in quello che è stato descritto come il “vero ultimo tentativo” per evitare una Brexit senza accordo. Cioè lo scenario del “no deal”, sempre più probabile, che scatterà se non verrà trovata un’alternativa entro il 31 dicembre. Parlando con i giornalisti martedì, Johnson ha detto che il negoziato «al momento sembra molto, molto difficile» e che «ci sono limiti oltre i quali, ovviamente, nessun governo o paese ragionevole può andare».

Johnson e von der Leyen hanno deciso di incontrarsi di persona lunedì sera, dopo una lunga telefonata che in teoria avrebbe dovuto riavviare i negoziati ma che in realtà non ha portato novità significative sulle questioni che dividono le due parti. La conversazione era seguita a 48 ore di trattative molto intense, che però non avevano a loro volta sbloccato la situazione.

Martedì però c’è stato un piccolo passo avanti. Il governo britannico, dopo averlo anticipato due giorni fa, ha acconsentito a eliminare alcune norme proposte a settembre in violazione del Withdrawal Agreement, che avevano fatto molto arrabbiare l’Unione e che costituivano, fra l’altro, una violazione delle leggi internazionali. Michael Gove, ministro britannico dell’Ufficio di Gabinetto, l’ha annunciato assieme al vicepresidente della Commissione europea Maroš Šefčovič. Le norme in particolare mettevano in discussione gli accordi presi tra il Regno Unito e l’UE a proposito della situazione dell’Irlanda del Nord, che dovrebbe rimanere allineata alle leggi europee in materia di dazi e circolazione di beni e servizi.

Parlando con i giornalisti dopo l’accordo, Šefčovič ha detto che spera che si possa «creare una tendenza positiva» nel negoziato, ma poi ha aggiunto: «Come sapete, siamo ancora molto distanti». Molto dipenderà, dunque, dall’incontro tra Johnson e von der Leyen.

Non è chiaro nemmeno quanto sia durata la telefonata di lunedì sera tra i due leader: l’UE dice  90 minuti, il Regno Unito 45. I media scrivono però che a un certo punto Boris Johnson ha chiesto una pausa e la conversazione non è più ripresa. I due leader, a quel punto, hanno pubblicato un comunicato congiunto in cui dicono di aver «concordato che non ci sono ancora le condizioni per chiudere un accordo a causa di differenze significative su tre questioni critiche: il level playing field, la governance e la pesca», e aggiungono: «Abbiamo chiesto ai nostri capi negoziatori e ai loro team di preparare un resoconto delle differenze che ancora rimangono, per discuterne in un incontro fisico a Bruxelles nei prossimi giorni».

Delle tre questioni ancora aperte la prima, cioè il level playing field, è probabilmente la più importante: l’UE vuole evitare che il Regno Unito dopo Brexit avvantaggi in maniera anticoncorrenziale le sue aziende, per esempio fornendo sussidi di stato: questo, dicono i diplomatici europei, non sarebbe giusto perché in caso di accordo il Regno Unito avrebbe accesso al mercato unico europeo, e le aziende sussidiate — per proseguire con l’esempio — potrebbero competere con quelle dei paesi membri, che secondo le regole dell’Unione non possono ricevere sussidi. Per questo l’UE chiede il diritto di imporre sanzioni al Regno Unito in caso di comportamenti anticoncorrenziali, tra le altre cose.

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I problemi sulla governance invece riguardano disaccordi su meccanismi, giuridici e non, da attivare in caso di dispute tra l’UE e il Regno Unito. La pesca, infine, è diventata una questione difficile da risolvere soprattutto perché i paesi che si affacciano sulla Manica, come Francia e Belgio, vogliono mantenere per i loro pescatori l’accesso alle acque territoriali britanniche, come già avviene da decenni. Il Regno Unito ritiene che sia una violazione di sovranità, e si sta trattando per trovare un compromesso, per esempio sulla durata di un periodo di transizione o sulla definizione di quali pescherecci potrebbero avere accesso ai mari britannici.

Il negoziato su Brexit negli anni ha avuto moltissimi momenti decisivi che poi non si sono rivelati tali, ma la prossimità alla scadenza del 31 dicembre fa pensare che l’incontro dei prossimi giorni, se non definitivo, sarà perlomeno molto importante. Lo fa pensare anche il fatto che i due leader abbiano deciso di occuparsene personalmente, dopo mesi di meeting tra i due capi negoziatori, Michel Barnier da parte europea e David Frost da parte britannica. L’incontro di persona tra Johnson e von der Leyen è il primo da gennaio scorso, quando la presidente della Commissione era andata a Londra.

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Non è ancora chiaro quando von der Leyen e Johnson si vedranno. In teoria entro questa settimana, ma le occasioni sono relativamente poche, perché giovedì e venerdì si terrà a Bruxelles il summit del Consiglio europeo, in cui i capi di stato e di governo dei paesi membri si incontreranno di persona. Secondo Politico Europe, von Der Leyen non vorrebbe che i due eventi si sovrapponessero, per evitare che Johnson approfitti del summit per allargare il negoziato ad altri leader. I principali governanti europei, compresi la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron, hanno dato mandato a von der Leyen di gestire i negoziati e finora hanno evitato divisioni che potrebbero indebolire la posizione negoziale europea.

Se il negoziato dovesse fallire, il primo gennaio del 2021 il Regno Unito sarà fuori dall’Unione Europea senza nessun accordo economico e commerciale, e questo potrebbe provocare gravi danni all’economia (l’Office for Budget Responsibility ha stimato che il PIL britannico calerebbe di un 2 per cento più del previsto e che si perderebbero circa 300 mila posti di lavoro) e notevoli disagi alla popolazione da entrambe le parti, perché tornerebbero i controlli alle frontiere, la necessità di visti, limiti di soggiorno e così via. Anche l’economia europea sarebbe probabilmente danneggiata da un no deal.