(ANSA/ MATTEO CORNER)
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  • mercoledì 4 Novembre 2020

A Milano non si farà più il tampone ai contatti stretti

Lo ha comunicato l'ATS locale ai medici di famiglia, prendendo atto di una situazione critica che ha portato a stabilire nuove priorità

(ANSA/ MATTEO CORNER)

A Milano il numero delle persone che hanno sviluppato sintomi del Covid-19 è così alto che l’esecuzione del tampone ai “contatti stretti” dei casi positivi accertati non è più considerata prioritaria, e quindi verrà gradualmente sospesa. Lo ha stabilito l’ATS Milano, l’Agenzia di tutela della salute della città (l’equivalente di quelle che in altre regioni si chiama ASL), che mercoledì ha inviato le nuove direttive ai medici di famiglia.

La decisione significa che i test verranno fatti solo ai casi “sospetti”, cioè a chi accusa sintomi evidenti, ma non più alle persone che sono entrate in stretto contatto con chi è risultato positivo al tampone; e significa anche che di fatto ATS Milano riuscirà a svolgere molto meno l’attività di contact tracing, il tracciamento dei contatti, per mancanza di risorse e forze.

Il contatto stretto è una persona che ha avuto una interazione prolungata con un caso positivo accertato, oppure un’interazione breve ma significativa, come una conversazione di almeno un quarto d’ora senza mascherina o una stretta di mano. Secondo le indicazioni del ministero della Sanità, il contatto stretto dovrebbe essere sottoposto a tampone e mettersi in quarantena, a prescindere dai sintomi che sviluppa.

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Le cose da sapere sul coronavirus

Tra martedì e mercoledì sono stati registrati 3.613 casi in tutta la provincia di Milano, di cui 1.726 solo in città. Ma non sono gli unici dati a preoccupare: sono aumentati anche i ricoveri negli ospedali, sia nelle terapie intensive che nei reparti, anche se negli ultimi giorni la velocità di crescita di questi due indicatori è sembrata essere leggermente diminuita.

Nelle ultime settimane l’aumento dei contagi è stato così significativo da far ipotizzare un lockdown specifico della città di Milano. La grave situazione in cui si trovano altre province lombarde – in particolare Monza e Brianza, Varese e Como – ha portato però il governo a inserire l’intera regione nell’area rossa, quella che impone da venerdì una serie di restrizioni molto simili al lockdown deciso per tutta Italia durante la prima ondata dell’epidemia.

La decisione dell’ATS di Milano non è particolarmente sorprendente: già durante la terza settimana di ottobre il direttore sanitario di ATS Milano, Vittorio Demicheli, aveva ammesso che l’intero sistema di contact tracing era saltato, mentre ormai da settimane si segnalavano lentezze e ritardi nell’accesso al test molecolare da parte dei contatti stretti o delle persone che mostrano sintomi compatibili con il Covid-19. La nota informativa inviata ai medici è molto chiara e dice che ogni giorno «vengono registrati quasi quattromila nuovi casi positivi», un numero venti volte superiore al dato di fine settembre. La progressione viene definita «estremamente rilevante».

Per la prima volta, inoltre, è stato reso reso noto anche il numero delle persone sintomatiche segnalate dai medici attraverso un portale dedicato: secondo ATS Milano, i dati stanno superando la soglia di diecimila persone al giorno, da diversi giorni. 

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Questa situazione sta causando una «sofferenza» nella possibilità di prenotare ed eseguire in tempi ristretti il tampone. Fino a inizio ottobre i test venivano eseguiti nell’arco di 48 ore. Oggi si parla di giorni, nonostante nell’ultimo mese i laboratori diagnostici abbiano raddoppiato la loro produzione.

In ATS Milano, al momento, vengono processati 75 mila tamponi alla settimana; per usare le parole contenute nella nuova direttiva, «i tempi di attesa si stanno inevitabilmente dilatando, rendendo certamente più complessa l’attività di sorveglianza e tardiva quella diagnostica».

(Mauro Scrobogna /LaPresse)

I punti operativi comunicati ai medici di famiglia sono tre.

Primo: i medici dovranno spiegare agli assistiti che è opportuno «sospendere l’esecuzione dei tamponi per i contatti stretti». In assenza del test, queste persone dovranno rimanere in quarantena fino a 14 giorni, senza cioè accedere alla possibilità di fare un tampone dopo il decimo giorno di quarantena e uscirne in caso di risultato negativo. Secondo: dovrà essere data priorità ai tamponi per i casi sospetti. Terzo: si dovrà evitare «nel modo più assoluto» che i pazienti raggiungano gli ambulatori dei medici di famiglia. L’accesso diretto deve essere riservato ai soli casi sospetti segnalati dalle scuole, come da protocollo. 

Demicheli, direttore sanitario di ATS Milano, ha confermato al Post la nuova strategia contenuta nelle linee guida mandate ai medici, anche se più che di «sospensione» ha preferito parlare di «nuovo ordine di priorità».

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Demicheli ha spiegato che l’attuale capacità di test garantita da ATS Milano è tra i 12 mila e i 13 mila tamponi al giorno e che «con questa pressione dobbiamo fare il tampone a chi accusa sintomi e ha bisogno di una diagnosi, così i medici possono adottare una strategia terapeutica. Già oggi arriviamo a garantire i tamponi solo dopo quattro o cinque giorni, ed è inaccettabile. Quindi cerchiamo di mettere in seconda linea i tamponi ai contatti stretti».

Per Demicheli questa scelta è una presa d’atto della situazione critica della città e della provincia di Milano: «È inutile dire alle persone che riusciranno a fare un tampone quando sarà impossibile garantirlo. I contatti stretti che sono prossimi alla fine dei 14 giorni di quarantena possono evitare di fare code inutili».

Per quanto riguarda il contact tracing ATS Milano ha spiegato che sono state introdotte «modalità innovative e strumenti di auto-tracciamento per superare difficoltà e ritardi che, più che a una mancanza di risorse (che sono state molto potenziate), sono stati determinati dalla crescita esponenziale dei contagi».