(Jason McCawley/Getty Images)

Snickers decostruiti

Dopo 30 anni di discussioni sul clima non abbiamo ancora le parole giuste per parlarne, dice lo scrittore Magnason nel suo terzo testo per il Post

(Jason McCawley/Getty Images)

Andri Snær Magnason è probabilmente l’intellettuale islandese più noto a livello internazionale. È autore di romanzi, saggi, poesie e libri per bambini, e da anni fa attivismo per l’ambiente, attraverso iniziative e attraverso i suoi libri. Il tempo e l’acqua, che è dedicato al cambiamento climatico, è stato il libro più venduto del 2019 in Islanda; in Italia è appena uscito per la casa editrice Iperborea. Magnason ha scritto per il Post cinque testi sul cambiamento climatico in cui riflette in modo particolare sulle parole per raccontarlo e sulla difficoltà che incontrano nel far comprendere davvero quali siano i rischi e le conseguenze del nostro comportamento attuale. Li pubblicheremo a cadenza settimanale: di seguito trovate il terzo, mentre qui potete leggere il primo e qui il secondo. Tutti sono tradotti dall’inglese da Silvia Piraccini.

Parole/3
Come parlare di qualcosa che è più grande del nostro linguaggio? Quali parole scegliere quando uno scienziato ci spiega che nei prossimi cent’anni tutto cambierà? Che i ghiacciai scompariranno e diventeranno oceano, che il livello del mare si innalzerà inghiottendo le fasce costiere, mentre il suo pH, il suo grado di acidità, cambierà più di quanto sia avvenuto negli ultimi cinquanta milioni di anni. Come facciamo a capire «cinquanta milioni di anni»? Come facciamo a capire cosa vuol dire una diminuzione di 0,3 unità sulla scala logaritmica del pH? Cinquanta milioni è un numero troppo grande e 0,3 un numero troppo piccolo e astratto perché la mente ne afferri il significato.

L’altra sera ero fuori a cena, in una delle mie prime uscite al ristorante da marzo. Il cameriere ci ha informati che la crème brûlée era terminata, ma che poteva proporci un altro dolce, gli «Snickers decostruiti», come li ha chiamati. Mi è sembrato un fatto divertente e a suo modo simbolico. Mi è venuta in mente la prima volta che avevo sentito la parola «decostruzione». Era probabilmente il 1994, avevo cominciato a studiare lettere all’Università d’Islanda e un professore ci stava spiegando termini e nozioni legati al pensiero di figure quali Derrida e Foucault: «decostruzione» e concetti come «analisi del discorso» e «marginalizzazione». Ricordo quanto sentii estranee queste parole, quasi stupide. Mi sembravano gergo inutile, concepito per innalzare ancora di più la torre d’avorio accademica. Adesso però mi stavano servendo degli Snickers decostruiti, e al notiziario, quando è stato annunciato uno sciopero in una fabbrica, ho sentito un’anziana signora protestare: «Basta con la marginalizzazione degli addetti alle pulizie!» Ci sono voluti venticinque anni perché quelle parole scendessero dalla torre d’avorio accademica e uno chef ne usasse una per dare il nome a un suo dessert.

Molte sono le parole nuove nate in questi ultimi anni. Un esempio è mansplaining, coniata per descrivere la circostanza in cui un uomo spiega a una donna, come se fosse una bambina, una questione considerata complessa. Spesso a subire tale atteggiamento è una donna con specifiche competenze in materia, mentre l’uomo in questione non ne ha. A fornire lo spunto per questo nuovo termine era stata un’esperienza personale narrata e commentata da Rebecca Solnit in un articolo: un uomo si era messo a spiegarle un libro senza sapere che quel libro lo aveva scritto lei.

Ecco, tutti noi, in assenza di una parola o di una legge che ci impediscano di farlo, stiamo immettendo nell’aria quantitativi eccessivi di CO2. La scienza ha dimostrato che questo nostro comportamento ha già creato dei problemi alle nostre generazioni ed è destinato a crearne ancora di più nei prossimi decenni, finendo col caricare i nostri figli di un peso enorme. Eppure non abbiamo una parola che lo inquadri, nemmeno un hashtag quale potrebbe essere #metoo. Dopo trent’anni di discussioni sul clima, non ne capiamo ancora le parole. Il tempo però è agli sgoccioli. Se la natura ha abbandonato i ritmi geologici per cambiare a ritmi antropologici, la nostra capacità di risposta è rimasta ferma alla geologia.

Forse non ci servono parole nuove. Forse solo le nostre parole e le nostre narrazioni più antiche sanno cogliere quanto sta succedendo. Si produce Storia quando l’umanità fa cose umane, quando combatte per il potere e le idee. Si produce mitologia quando a cambiare sono i fondamenti stessi della natura: quando la luna è messa in cielo, quando vengono create la terra e le stelle. La mitologia ci narra dei tempi del diluvio universale, di quando avvennero cambiamenti fondamentali in quaranta giorni o nell’arco di una sola vita. E ci narra dei nostri tempi, in cui stiamo scuotendo la natura stessa del pianeta. I leader del mondo, esseri mortali, si incontrano per discutere di innalzamenti delle temperature di 1,5 o 2 gradi centigradi. E noi sbadigliamo come se fosse tutto normale. Ma Gengis Khan, Ramses II, Cesare, Napoleone e Stalin non hanno mai pensato di poter aumentare la temperatura del pianeta o di modificare la chimica dei mari. L’abbassamento del pH degli oceani da 8,1 a 7,7 ci sembra un cambiamento molto piccolo, mentre è in realtà quello più grande mai avvenuto nella chimica della Terra negli ultimi cinquanta milioni di anni, molto più grande, per ciascuno di noi, dell’intera evoluzione umana. Questo cambiamento non è Storia: è mitologia.