(Simon Hofmann/Getty Images)

Poesia vichinga e riscaldamento globale

Possono servire decenni per comprendere una nuova parola, scrive l'autore islandese Andri Snær Magnason nel suo secondo testo per il Post

(Simon Hofmann/Getty Images)

Andri Snær Magnason è probabilmente l’intellettuale islandese più noto a livello internazionale. È autore di romanzi, saggi, poesie e libri per bambini, e da anni fa attivismo per l’ambiente, attraverso iniziative e attraverso i suoi libri. Il tempo e l’acqua, che è dedicato al cambiamento climatico, è stato il libro più venduto del 2019 in Islanda; in Italia è appena uscito per la casa editrice Iperborea. Magnason ha scritto per il Post cinque testi sul cambiamento climatico, che pubblicheremo a cadenza settimanale: di seguito trovate il secondo, mentre qui potete leggere il primo. Entrambi sono tradotti dall’inglese da Silvia Piraccini.

Parole/2
Siamo convinti che capire le parole sia facile, che intenderle sia nella nostra natura, che il mondo riportato da libri e giornali sia il mondo che percepiamo e comprendiamo. Non è così semplice. Tutt’altro. Parole come «riscaldamento globale», per esempio, siamo abituati a lasciarcele scivolare addosso, mentre parole molto meno significative ci inducono a reagire. L’espressione «riscaldamento globale», se riuscissimo a intenderne ogni implicazione, dovrebbe suscitare in noi lo stesso sentimento suscitato dal profilarsi di una minaccia in una fiaba: terrore. Possono volerci decenni, se non secoli, per capire parole e concetti nuovi.

Il pastore Hallgrímur Pétursson è considerato uno dei maestri della poesia islandese. Nel trentesimo dei suoi Salmi della Passione, stampati per la prima volta nel 1666, scrive: «Anima mia, chi commette peccato / contro la propria coscienza / rinnova le ferite del Signore.» Le parole «anima», «peccato» e «coscienza» che compaiono qui erano quelle dominanti nella cultura dell’epoca. Per secoli furono un vero e proprio strumento di potere nelle mani del clero e della classe egemonica. Gli uomini confessavano i loro peccati, si mondavano la coscienza e assicuravano alla propria anima un posto in paradiso per l’eternità consegnando alla Chiesa i beni che avevano.

Ma queste parole non esistevano da sempre. Nel IX secolo, epoca della colonizzazione vichinga dell’Islanda, i popoli nordici molto difficilmente avrebbero capito i versi di Hallgrímur. «Anima», «peccato» e «coscienza» fecero il loro ingresso nella lingua con il Cristianesimo, intorno all’anno 1000. Non avrebbero significato nulla per gli intraprendenti vichinghi, che saccheggiavano e depredavano senza curarsi affatto della coscienza e del peccato. Dalle incursioni loro traevano stima e onore, e non dovevano perdonare i nemici, ma al contrario avevano l’obbligo della vendetta. Dopo un massacro potevano forse provare un sentimento vagamente simile ai morsi della coscienza, ma la parola «coscienza» non esisteva.

La poesia scaldica, quella dei vichinghi, era organizzata attorno a rigorose regole specifiche. Il linguaggio e le metafore utilizzati si fondavano sulla mitologia norrena. Una nave non era una «nave», ma un «cavallo dell’oceano», la Terra era «la sposa di Odino» e il cielo «l’elmo dei nani». Quando fu introdotto il Cristianesimo, il poeta si ritrovò in difficoltà. Come poteva parlare del nuovo Dio cristiano, creatore del cielo e della terra, quando la tradizione linguistica gli imponeva di definirlo creatore dell’elmo dei nani e della sposa di Odino? Per comprendere nuovi concetti ci serviamo di quelli vecchi: per parlare di Dio, all’inizio si poté solo nominare «l’elmo dei nani» e «la sposa di Odino», si ricorse insomma alla visione del mondo pagana, la stessa che il Cristianesimo voleva smantellare.

Le parole influiscono sui nostri sentimenti e sulle nostre emozioni. Le parole ci consentono di cogliere il nostro stato d’animo, di descrivere che cosa ci si agita in petto. Le parole possono mettere a fuoco moti interiori prima invisibili, inquadrarli. In islandese ne abbiamo una che descrive un senso dolce e insieme malinconico di nostalgia, l’emozione che si può provare ascoltando una canzone significativa e possibilmente triste del passato. La parola è angurværð, che unisce «affanno» a «tranquillità». Anche la lingua faroese contempla un concetto simile, ma il termine corrispondente è sorgblíðni, «dolore» mescolato a «dolcezza». Due lingue sorelle come l’islandese e il faroese hanno utilizzato due diverse coppie di quasi sinonimi per esprimere la stessa sensazione: affanno/dolore e tranquillità/dolcezza.

Non so se il «dolce dolore» provato da un faroese coincida esattamente con il «tranquillo affanno» provato da un islandese, ma potremmo usare queste parole per rendere più preciso lo spettro delle emozioni: il tranquillo affanno di angurværð esprimerebbe quella che ci coglie cantando una calma canzone all’aperto attorno al fuoco; il dolce dolore di sorgblíðni sarebbe un’emozione analoga ma più profonda, una pena più grande. Così, con queste due parole diverse, potremmo dare voce a qualche sfumatura in più dei nostri stati d’animo. Guardando quelle vecchie foto con il nonno ho provato uno strano senso di angurværð; ora che lui non c’è più, ho il cuore pieno di sorgblíðni.