Due bambini foografati a gennaio del 2020 mentre cercano di passare il confine tra Messico e Guatemala. (AP Photo/Marco Ugarte)
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  • giovedì 22 Ottobre 2020

Negli Stati Uniti non si trovano i genitori di 545 bambini immigrati

Sono i membri delle famiglie separate dall'amministrazione Trump mentre cercavano di passare la frontiera: i genitori sono stati espulsi e adesso è difficile rintracciarli

Due bambini foografati a gennaio del 2020 mentre cercano di passare il confine tra Messico e Guatemala. (AP Photo/Marco Ugarte)

Secondo gli avvocati della American Civil Liberties Union (ACLU), un’associazione che si occupa dei diritti dei migranti, negli Stati Uniti ci sono ancora 545 bambini figli di migranti che non sono mai stati restituiti ai genitori dopo essere stati separati da loro alla frontiera, secondo le politiche di “tolleranza zero” messe in atto dall’amministrazione Trump negli scorsi anni.

Questi bambini vivono con degli “sponsor”, cioè con persone residenti negli Stati Uniti che hanno accettato di accoglierli, e che quasi sempre sono parenti o amici di famiglia. Ma i loro genitori quasi certamente sono stati espulsi dal paese, e il governo americano e le associazioni per i diritti dei migranti, nonostante gli sforzi soprattutto di queste ultime, non sono riusciti a rintracciarli. Al momento della separazione, 60 di questi bambini avevano meno di 5 anni.

L’amministrazione Trump annunciò la politica di “tolleranza zero” contro l’immigrazione nell’aprile del 2017 e la attivò nel mese successivo. La “tolleranza zero” prevedeva che i migranti che entravano illegalmente dal confine sud degli Stati Uniti fossero incriminati e messi in arresto in attesa di giudizio, anziché dover aspettare l’udienza di un giudice speciale come era avvenuto fino a quel momento con i richiedenti asilo. Quelli che portavano con sé i propri figli (tantissimi) sarebbero stati separati da loro. In poco tempo, migliaia di famiglie furono separate, con i bambini spesso alloggiati in centri d’accoglienza in pessime condizioni. La “tolleranza zero” provocò enormi polemiche, anche dentro al Partito repubblicano, e durò soltanto un paio mesi: nel giugno del 2018 un giudice federale ordinò che tutte le famiglie separate fossero riunite.

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A quel tempo, l’amministrazione disse che circa 2.700 bambini erano stati tolti ai loro genitori. Dopo mesi di ricerche, tutti questi bambini furono restituiti alle famiglie, o comunque fu offerta la possibilità di ricongiungimento: alcuni genitori, che erano stati espulsi e costretti a tornare in condizioni di povertà e violenza nei loro paesi d’origine, preferirono lasciare i propri figli negli Stati Uniti, con le famiglie “sponsor”.

Poco dopo, però, nel gennaio del 2019, si scoprì che i bambini separati dalle loro famiglie erano molti di più. La politica della “tolleranza zero” era cominciata surrettiziamente ben prima dell’annuncio ufficiale: a El Paso, in Texas, nel 2017 c’era stato un “programma pilota” segreto in cui altre migliaia di bambini erano stati separati dalle famiglie. Inoltre si scoprì che la polizia di frontiera aveva tolto i figli non soltanto agli immigrati entrati illegalmente, ma anche ad alcune famiglie che erano arrivate negli Stati Uniti per le vie d’accesso legali. L’amministrazione Trump si rifiutò per molti mesi di rivelare i dati esatti sui bambini separati, e lo fece soltanto dopo l’ingiunzione di un giudice nel giugno del 2019: alla fine, i bambini tolti alle famiglie erano stati in tutto più di 5.500, ha scritto il New York Times.

La maggior parte di questi bambini è stata ricongiunta alle famiglie o, come già detto, quanto meno è stata offerta ai genitori la possibilità di recuperare i propri figli. Le ricerche sono difficili e complesse, perché si stima che i due terzi dei genitori siano tornati ai loro paesi di origine. Ci sono inoltre grossi problemi burocratici, perché parte della campagna di “tolleranza zero” è stata fatta senza tenere tutti i documenti che sarebbero stati necessari e, almeno inizialmente, senza la collaborazione di molte agenzie federali che avrebbero dovuto essere coinvolte, come il dipartimento della Salute. Inoltre il sistema informatico usato dalla polizia di frontiera per tenere traccia dei migranti non era attrezzato per considerare anche i loro bambini collocati in centri d’accoglienza spesso a centinaia di chilometri di distanza, e per questo si sono accumulati molti errori, anche involontari.

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L’amministrazione Trump ha fatto alcuni sforzi per recuperare le informazioni sui bambini e i loro genitori. In altri casi però, come ha raccontato il Washington Post, sono stati i volontari delle associazioni per la difesa dei migranti che, con pochissime informazioni in mano, sono andati nei paesi di provenienza dei migranti (spesso in America centrale) per cercare di rintracciare i genitori, affrontando rischi notevoli. La pandemia da coronavirus e il lockdown, ovviamente, hanno interrotto questi sforzi. Così oggi, dice l’ACLU, i genitori di 545 bambini non sono ancora stati rintracciati. L’associazione ha rivelato questo dato nel corso di un procedimento giudiziario in un tribunale della California. Nel documento depositato dall’ACLU, si legge che il tribunale ha nominato una commissione con il compito di rintracciare i genitori di 1.030 bambini, ma è stato impossibile farlo per 545 di essi.

L’amministrazione Trump nega che ci sia un problema e sostiene che se ci sono ancora bambini non riuniti con i loro genitori è perché questi ultimi hanno preferito che i figli rimanessero negli Stati Uniti, con le famiglie sponsor. Su Twitter, Joe Biden, il candidato del Partito democratico alla presidenza, ha condannato la condotta di Donald Trump sul tema.