Da sinistra, Jerry Rubin, Leonard Weinglass e William Kunstler nel 1973 (AP Photo/Charles Knoblock)

La storia dei Chicago 7

Raccontata nel nuovo film di Aaron Sorkin "Il processo ai Chicago 7", su un processo che diventò un simbolo dei movimenti pacifisti statunitensi

Da sinistra, Jerry Rubin, Leonard Weinglass e William Kunstler nel 1973 (AP Photo/Charles Knoblock)

Nell’agosto del 1968 migliaia di persone arrivarono a Chicago, negli Stati Uniti, per protestare contro la guerra in Vietnam. In città si stava tenendo la convention del Partito Democratico per scegliere il candidato alle elezioni presidenziali di quel novembre, e circa 12.000 agenti di polizia e soldati della Guardia Nazionale erano stati messi in servizio per mantenere l’ordine. I tentativi di controllare e limitare le manifestazioni, tuttavia, non funzionarono e per giorni ci furono scontri tra manifestanti e polizia, che fu ritenuta responsabile di violenze e brutalità. Più di 600 persone furono arrestate, diverse centinaia furono ferite e la repressione di quelle proteste diventò un momento simbolico di tutto il movimento pacifista statunitense.

Molti mesi più tardi, quando il Repubblicano Richard Nixon era stato eletto presidente ed era succeduto al Democratico Lyndon B. Johnson, otto persone furono formalmente accusate di cospirazione per aver organizzato le proteste di Chicago e provocato gli scontri. Erano organizzatori dei movimenti studenteschi, leader del movimento hippie e membri di altre organizzazioni pacifiste. Il loro processo durò diversi mesi, fu movimentato e teatrale, per molti versi ingiusto e squilibrato: fu seguitissimo dall’opinione pubblica, trasformò gli imputati in mezze celebrità e fu poi raccontato da canzoni e film. L’ultimo a farlo è stato Il processo ai Chicago 7, scritto e diretto da Aaron Sorkin, prodotto da Netflix e uscito lo scorso venerdì (anche al cinema).

Le manifestazioni e gli scontri
Alle manifestazioni dell’agosto del 1968 si era arrivati in un momento molto particolare e delicato della storia degli Stati Uniti. La guerra in Vietnam andava avanti da più di 10 anni; il presidente Johnson aveva rinunciato a ricandidarsi per un secondo mandato; il 4 aprile di quell’anno era stato ucciso a Memphis Martin Luther King e poco più di due mesi dopo era stato ucciso anche Robert Kennedy, mentre sembrava sempre più probabile la sua candidatura alle elezioni presidenziali. In tutto il mondo, i movimenti studenteschi stavano attraversando il loro momento di massima influenza e negli Stati Uniti erano gli anni del pacifismo e degli hippie, oltre che dei movimenti antirazzisti e per i diritti civili. A Chicago, pochi mesi prima, la morte di Martin Luther King aveva provocato violentissimi scontri, incendi e saccheggiamenti: 11 persone erano morte, centinaia erano state ferite e più di 2.000 arrestate.

I leader degli Yippie (l’organizzazione politica legata al movimento hippie), i leader locali del movimento studentesco e quelli delle altre organizzazioni pacifiste volevano organizzare un’enorme manifestazione durante i giorni della convention del Partito Democratico, il grande evento con cui ogni 4 anni il partito sceglie formalmente il suo candidato presidente, che quell’anno sarebbe stata a Chicago. Le autorità cittadine, a partire dal sindaco Richard Daley, erano però decise a impedire che le manifestazioni interferissero con la convention e provarono in ogni modo a bloccarle. Tra le altre cose, la città di Chicago negò agli organizzatori i permessi necessari per organizzare dei presidi in un parco della città e quando fu evidente che i manifestanti sarebbero arrivati comunque, Daley chiamò a Chicago anche la Guardia Nazionale, la principale forza militare di riservisti americana.

La convention si tenne tra il 26 e il 29 di agosto e in città arrivarono circa 10.000 manifestanti: molti meno di quelli che si aspettavano gli organizzatori delle proteste. Dall’altra parte c’erano invece circa 12.000 tra agenti di polizia e della Guardia nazionale: se i primi erano addestrati nella gestione di grandi folle e manifestazioni, i secondi erano di fatto soldati, equipaggiati come tali.

Almeno inizialmente, la grande presenza di polizia costrinse i manifestanti a rispettare le regole che erano state loro imposte, come l’obbligo di abbandonare i parchi della città dopo le 11 di sera o il divieto di manifestare nei pressi del palazzetto che ospitava la convention. Gli scontri con la polizia iniziarono però da subito e crebbero di intensità fino a quelli del 28 di agosto, noti come “scontri di Michigan Avenue”, dalla via di Chicago dove avvennero. Quel giorno, la polizia fermò con estrema violenza una manifestazione diretta verso il palazzetto, protetto come una base militare in tempi di guerra, con mezzi blindati e filo spinato. Contro i manifestanti furono usati gas lacrimogeno e proiettili di gomma e la polizia ferì decine di persone, compresi passanti e giornalisti, con colpi di manganello.

E tutto questo fu raccontato, fotografato, e soprattutto mostrato in diretta televisiva in tutto il paese (molti filmati originali sono anche nel film di Sorkin).

Le tattiche della polizia e il sindaco Daley furono duramente criticati già durante la convention. Per quanto i manifestanti volessero violare le regole decise dalle autorità, la violenza con cui furono trattati fu giudicata da molti eccessiva. Erano anni di grandi manifestazioni, ma quelle dell’agosto del 1968 a Chicago diventarono un simbolo dei movimenti pacifisti e di come stavano cambiando gli Stati Uniti. «Ogni cosa dopo Chicago ha avuto una diversa intensità, quella della polarizzazione, dello scontro, dell’antagonismo e della paura», scrisse nel 1969 il giornalista del New York Times Tom Wicker, ricordando quello che aveva visto un anno prima.

Il processo
Il Dipartimento di Giustizia del presidente uscente, Johnson, decise di non incriminare nessuno per i disordini di Chicago. Dopo le elezioni vinte da Nixon le cose cambiarono. La cosiddetta Rap Brown Law, approvata nel 1968 e mai applicata prima di allora, rendeva un crimine l’attraversamento di un confine federale con l’intento di istigare scontri. In base a questo, gli organizzatori delle proteste vennero incriminati. Il processo cominciò nell’autunno del 1969 e durò in tutto quasi cinque mesi.

Gli imputati erano Abbie Hoffman e Jerry Rubin – 30enni fondatori dello Youth International Party, YIP (da cui Yippie) –, David Dellinger – 54enne attivista del movimento pacifista –, Tom Hayden e Rennie Davis – giovani organizzatori del movimento studentesco – e Lee Weiner e John Froines, due accademici accusati in particolare di aver insegnato agli altri come costruire delle bombe. Insieme a loro, almeno inizialmente, c’era anche Bobby Seale, uno dei fondatori del movimento delle Pantere Nere: non aveva però avuto un ruolo nell’organizzazione delle manifestazioni di Chicago e nei giorni delle manifestazioni era stato in città solo per quattro ore. Gli imputati erano difesi da Leonard Weinglass e William Kunstler; l’accusa era guidata dal procuratore Richard Schultz e il giudice assegnato al caso fu il 74enne Julius Hoffman.

Il processo fu da subito molto seguito, per la straordinarietà delle accuse che erano state formalizzate e per la notorietà dei fatti dell’agosto del 1968. E lo divenne ancora di più, per come si svolse, per quella che fu da subito percepita come una grande ostilità del giudice verso gli imputati e perché alcuni degli stessi imputati fecero di tutto per attrarre molta attenzione. Hoffman e Rubin, per esempio, rispondevano spesso in modo sarcastico e sfrontato al giudice (Hoffman, che aveva lo stesso cognome del giudice, si riferiva a lui chiamandolo “padre illegittimo”) e un giorno si presentarono in tribunale vestiti con lunghe toghe nere.

Uno dei momenti che resero celebre il processo fu però legato a Bobby Seale, 33enne leader delle Pantere Nere, che nessuno aveva ben capito come mai fosse stato incriminato con gli altri (una teoria raccontata dal film di Sorkin è che fosse stato aggiunto al gruppo degli imputati per renderlo più “spaventoso” agli occhi della giuria). Nell’agosto del 1968, Seale era stato a Chicago solo poche ore, per tenere un breve discorso durante uno dei comizi organizzati dai manifestanti. Non conosceva gli organizzatori delle manifestazioni e non aveva partecipato agli scontri.

Già dal primo giorno di processo, Seale protestò per essere stato accusato per crimini che non aveva commesso e soprattutto perché il giudice non aveva accettato un rinvio delle udienze che avrebbe permesso al suo avvocato di partecipare (era bloccato in California per motivi di salute). Seale iniziò quindi il processo senza avvocato, chiedendo invano di potersi difendere da solo e ricevendo avvertimenti di “oltraggio alla corte” ogni volta che si rivolgeva al giudice o alla giuria. Dopo settimane di battibecchi, il giudice ordinò che Seale venisse legato e imbavagliato, affinché non potesse disturbare. Fu un fatto senza precedenti. I disegni di Seale – un uomo nero – incatenato alla sua sedia con un panno bianco sulla bocca in un’aula di tribunale (non erano permesse fotografie in aula) furono pubblicati da tutti i giornali e scossero molto l’opinione pubblica.
Il giudice fu poi di fatto costretto ad annullare il processo a Seale, che venne però punito per le molte accuse di “oltraggio alla corte” che aveva accumulato e condannato a 4 anni di carcere.

L’animosità del giudice verso gli imputati fu uno dei grossi temi del processo. A diversi importanti testimoni della difesa fu impedito di testimoniare – tra loro anche il Procuratore generale dell’amministrazione Johnson, che si era rifiutato di incriminare gli imputati; molte prove a favore degli imputati non furono ammesse e i sette imputati rimasti e i loro due avvocati ricevettero in tutto 150 accuse di “oltraggio alla corte”. La tesi della difesa mirava a presentare il processo come un “processo politico” e a dimostrare che gli imputati non avevano cospirato per organizzare manifestazioni e scontri. Hoffman, Rubin, Dellinger, Hayden e Davis furono tuttavia condannati a cinque anni di reclusione per aver partecipato agli scontri (non fu riconosciuta la “cospirazione”); Weiner e Froines – accusati di aver insegnato agli altri come costruire bombe – furono assolti.

Tutti i condannati furono però assolti nel processo di appello nel 1972, dove venne riconosciuta anche la parzialità del giudice Hoffman. Il Dipartimento di Giustizia non fece ricorso contro le assoluzioni.

Cosa accadde ai Chicago 7
Gran parte degli imputati continuarono con il loro impegno politico e da attivisti, dopo che il processo li aveva resi noti in tutto il paese. Hoffman nel 1971 pubblicò Ruba questo libro, diventato uno dei testi più famosi legati ai movimenti di controcultura; Hayden fu eletto per sei mandati al Congresso statale della California; Dellinger continuò il suo impegno nei movimenti pacifisti; Weiner diventò un consulente della Lega Antidiffamazione, una delle più importanti organizzazioni per i diritti civili degli Stati Uniti; Rubin diventò un agente di borsa.

Cosa c’è di vero nel film di Sorkin
Gran parte del film si occupa di quello che accadde durante il processo e quasi tutto quello che si vede andò così. I personaggi principali sono tutti realmente esistiti (e gli attori sono stati scelti anche per la loro somiglianza ai personaggi reali) e molti dei dialoghi che si sentono sono tratti dalle trascrizioni del dibattimento. Sono abbastanza aderenti ai fatti anche le ricostruzioni di come andarono gli scontri e molte delle scene che raccontano cosa accadeva intorno al processo. In una si vedono Hoffman e Rubin durante una conferenza stampa in cui viene chiesto loro se è vero che avevano chiesto 100.000 dollari alla città di Chicago per annullare le proteste: quella conferenza stampa si svolse esattamente in quel modo. Gli eventi serali durante cui Hoffman raccontava da un palco come stava andando il loro processo accaddero davvero e alcuni sono stati registrati.

Altri dettagli sono stati drammatizzati o enfatizzati e i dialoghi tra gli imputati e i loro avvocati a margine del processo sono stati sceneggiati. La scena finale, in cui Hayden legge in aula tutti i nomi dei soldati morti durante la guerra in Vietnam, per esempio, non andò proprio così. Uno degli imputati provò a fare qualcosa del genere, ma non fu alla fine del processo e non durò quanto suggerisce il film: il giudice riuscì a interromperlo dopo poco e a riportare l’ordine. La scena in cui Hoffman e Rubin arrivano in tribunale vestiti da giudici è accaduta, ma nella realtà non indossavano sotto le toghe finte uniformi da poliziotti, come invece mostra il film. Molte altre scene notevoli che accaddero durante il processo non sono invece finite nel film.