Una partita del torneo olimpico di hockey su prato allo Stadio dei marmi di Roma (Getty Images/Hulton)
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  • martedì 1 Settembre 2020

Roma, estate 1960

Le foto dell'unica e per ora irripetibile edizione romana delle Olimpiadi estive, a cavallo fra due epoche

Una partita del torneo olimpico di hockey su prato allo Stadio dei marmi di Roma (Getty Images/Hulton)

Le Olimpiadi estive del 1960, disputate a Roma dal 25 agosto all’11 settembre, sono ricordate simbolicamente come l’evento con cui terminò il periodo del dopoguerra italiano e quello da cui partì il cosiddetto “miracolo economico”. Rappresentarono inoltre l’inizio di una nuova epoca anche sotto l’aspetto sportivo e organizzativo: segnarono infatti la diffusione della copertura televisiva in occasione di eventi internazionali e furono il punto di partenza di alcune delle più grandi carriere nella storia dello sport, su tutte quella del pugile afroamericano Muhammad Ali.

Roma si era candidata per la prima volta come città organizzatrice dei Giochi olimpici nel 1908, ma a causa dell’eruzione del Vesuvio nel 1906 l’amministrazione decise anticipatamente di rinunciare e cedette l’organizzazione a Londra. Ci vollero una cinquantina di anni prima che il Comitato Olimpico Internazionale la scegliesse nuovamente, questa volta per ospitare la XVII edizione dei Giochi estivi.

Alle Olimpiadi di Roma esordì Muhammad Ali, che allora aveva appena diciotto anni e non aveva ancora incontrato la Nazione Islamica di Elijah Muhammad. Si chiamava ancora Cassius Clay e vinse la medaglia d’oro nei pesi mediomassimi battendo in finale il polacco Zbigniew Pietrzykowski. Ma il torneo di pugilato andò bene anche all’Italia, che vinse tre medaglie d’oro, una di queste con uno dei pugili più forti mai avuti, l’istriano Nino Benvenuti, futuro campione del mondo.

Nelle gare di atletica l’americana Wilma Rudolph, che aveva già partecipato alle Olimpiadi di Melbourne quattro anni prima, vinse per la prima volta la medaglia d’oro, tre volte: nei 100 metri, nei 200 metri e nella staffetta 4×100. Un altro atleta proveniente dai territori sottratti all’Italia nel dopoguerra, il fiumano Abdon Pamich, vinse il bronzo nella 50 chilometri di marcia (quattro anni dopo, a Tokyo, arrivò alla medaglia d’oro). La maratona, evento conclusivo della manifestazione, fu vinta invece dall’etiope Abebe Bikila, che corse la gara a piedi nudi per le calde strade di Roma, la capitale del paese sotto il quale era cresciuto nel periodo coloniale italiano dell’Etiopia.

Fra le vittorie più significative ci fu infine quella del diciannovenne Livio Berruti, che vinse la medaglia d’oro nei 200 metri piani gareggiando come al suo solito con gli occhiali da sole. Con la sua falcata leggera per quale era soprannominato “l’angelo”, in finale superò gli atleti statunitensi, dati per favoriti, ed eguagliò il record del mondo dopo averlo ottenuto in semifinale.

Durante le Olimpiadi di Roma si verificò anche uno dei primi gravi episodi di doping. Il 26 agosto il ciclista danese Knud Enemark Jensen cadde dalla bici dopo un colpo di calore durante la 100 chilometri a squadre. Morì poche ore dopo in ospedale a causa di una frattura al cranio, ma analisi successive dimostrarono che la caduta era stata provocata da un’intossicazione dovuta all’assunzione di Ronicol, un farmaco che dilatava i vasi sanguigni, e altri tipi di anfetamine. La vicenda spinse il Comitato organizzatore dei Giochi a istituire una commissione medica per sottoporre gli atleti ai test antidoping.

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