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  • mercoledì 12 novembre 2014

Wilma Rudolph, che vinse tutto e si ritirò

Vent'anni fa morì una leggendaria atleta afroamericana che vinse tre medaglie d'oro alle Olimpiadi di Roma, quando aveva vent'anni, e poi non corse più

Il 2 settembre del 1960, nel corso delle Olimpiadi di Roma, l’atleta afroamericana Wilma Rudolph vinse la gara dei 100 metri piani in 11 secondi netti: un tempo pazzesco, considerando che all’epoca i metodi di allenamento erano piuttosto rudimentali, che Rudolph aveva soli vent’anni e che il record del mondo dell’epoca – detenuto dall’australiana Shirley Strickland, dalla sovietica Vera Krepkina e dalla stessa Rudolph, che l’aveva ottenuto nella semifinale della stessa gara – era di 11 secondi e tre decimi, considerevolmente più alto. Ancora oggi, 11 secondi netti è considerato tra le donne un tempo di tutto rispetto: il record del mondo è di 10 secondi e 48 decimi, è stato ottenuto dall’americana Florence Griffith-Joyner e resiste dal 1988. Rudolph però non fece il record del mondo: il vento al momento della corsa soffiava a 2,75 metri al secondo, al di sopra dei 2 metri consentiti dal Comitato Olimpico affinché i risultati potessero essere conteggiati per i record del mondo. In tutto questo, riporta il New York Times, il giorno prima Rudolph si era slogata una caviglia inciampando in una buca durante un allenamento.

Il giorno dopo, il 3 settembre, Rudolph vinse facilmente anche i 200 metri, correndo in 24 secondi e distanziando parecchio tutte le altre atlete. Nella squadra della staffetta 4×100 che vinse la medaglia d’oro Rudolph corse la prima frazione, contribuendo a ottenere un tempo finale di 44 secondi e 4 decimi: fu il nuovo record del mondo. Rudolph era molto alta – circa 180 centimetri – e aveva una corsa molto fluida ed elegante: nel 1960 era nettamente la più forte.

Rudolph è morta di tumore al cervello il 12 novembre 1994, a 54 anni, ed è considerata una leggenda dell’atletica leggera. Era nata prematura a Clarksville, in Tennessee, il 23 giugno del 1940: era la ventesima figlia dei ventidue di Ed Rudolph, un facchino ferroviario che prima della madre di Wilma aveva sposato un’altra donna. Da piccola passò gran parte del suo tempo a letto. Contrasse negli anni la polmonite e la scarlattina – in contemporanea – e infine la poliomielite. La sua gamba sinistra rimase paralizzata: a 8 anni usava un tutore per camminare. Successivamente passò a usare una scarpa con una suola speciale; a 11 anni sua madre la vide giocare a basket a piedi nudi. Smise di usare le scarpe speciali. Cominciò a giocarci seriamente, a basket: a 13 anni faceva parte della squadra del suo liceo. Lì venne notata da Ed Temple, il responsabile dell’area sportiva della Nashville University, che più tardi le diede anche una borsa di studio. A 16 anni partecipò alle Olimpiadi di Melbourne, nelle quali fu eliminata nella competizione individuale dei 200 metri ma vinse la medaglia di bronzo nella staffetta 4×100.

In seguito Rudolph fu una delle atlete più in vista di tutte le Olimpiadi del 1960 (diventò la prima americana a vincere tre medaglie d’oro in un’unica edizione) e un anno dopo il suo ritorno negli Stati Uniti fu anche ricevuta dall’allora presidente John F. Kennedy. Nonostante ciò, per problemi di soldi dovette ritirarsi a soli 22 anni – poco prima di laurearsi – perché non riusciva a guadagnare abbastanza soldi dalla sua carriera di atleta: fra le altre cose, per un po’ insegnò al college, poi diventò portavoce di una casa cinematografica, poi di una società che faceva dolci.

Disse che si era ritirata presto perché non riusciva più «a pareggiare le cose migliori che ho fatto in passato». Fra le molte sue professioni seguenti alla carriera agonistica, avviò una fondazione sportiva a suo nome e divenne un’ambasciatrice onoraria degli Stati Uniti nell’Africa occidentale. Bob Kersee, il marito e allenatore di Jackie Joyner-Kersee – una delle atlete afroamericane più di successo della storia, vincitrice di due medaglie d’oro olimpiche nell’eptathlon – ha detto che Rudolph è stata la persona che ha avuto l’influenza maggiore sulle atlete afroamericane di sua conoscenza. La stessa Joyner-Kersee ha detto di Rudolph che era sempre «dalla mia parte. Se avessi avuto un problema, potevo chiamarla ad ogni ora, ed era come parlare a una persona che conoscevi da una vita».

Ricorda il New York Times che una volta le fu chiesto un paragone fra lei e alcuni altri atleti. Rudolph si rifiutò di rispondere alla domanda, spiegando: «Sono egoista. Credo di essere stata di un altro pianeta, rispetto agli altri».

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