Bambini israeliani a Tel Aviv, il 6 luglio 2020 (La Presse/AP Photo/Sebastian Scheiner)
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  • martedì 4 Agosto 2020

Cosa è successo in Israele dopo la riapertura delle scuole

A metà maggio il governo le aveva riaperte tutte, ma non è andata per niente bene

Bambini israeliani a Tel Aviv, il 6 luglio 2020 (La Presse/AP Photo/Sebastian Scheiner)

Tra poco più di un mese le scuole riapriranno in Italia, così come in molti altri paesi, e ognuno ha fatto piani per evitare che le classi si trasformino in nuovi focolai di COVID-19. L’importante, suggerisce un articolo del New York Times, è non fare come Israele.
Dopo aver chiuso le scuole a metà marzo, Israele le aveva riaperte il 17 maggio: nel giro di pochi giorni il coronavirus (SARS-CoV-2) si è diffuso in una scuola superiore di Gerusalemme – infettando 160 persone – e in altri istituti, costringendo centinaia di scuole a chiudere di nuovo e a mettere in quarantena 22.520 studenti e insegnanti.

A metà marzo, quando Israele chiuse le scuole e vietò l’ingresso nel paese agli stranieri, le autorità israeliane avevano registrato in tutto circa 200 casi di infezione da coronavirus. Grazie a regole molto rigide introdotte per contenere il contagio, già a metà aprile il numero di nuovi casi era molto diminuito ed è continuato a scendere fino a metà maggio. Tra le altre cose il governo aveva fatto affidamento sui servizi di intelligence – sia il Mossad che lo Shin Bet, rispettivamente servizi segreti per l’estero e per l’interno – per recuperare materiale medico dall’estero e realizzare il cosiddetto “contact tracing”, cioè il tracciamento dei contatti, e questa strategia sembrava aver funzionato a giudicare dai dati sui contagi.

A inizio maggio, con poco più di 16mila casi totali registrati, 234 morti malati di COVID-19 e meno di 100 nuovi casi giornalieri, il governo aveva cominciato ad allentare le restrizioni, inizialmente consentendo la riapertura di mercati e centri commerciali e assembramenti fino a 20 persone in spazi aperti. I bambini più piccoli, fino ai primi anni della scuola primaria, e i ragazzi che dovevano sostenere esami finali, avevano ricominciato ad andare a scuola per primi, in piccoli gruppi e a turni. Dato che il numero di nuovi casi era rimasto basso, il governo aveva deciso di estendere la riapertura delle scuole a tutti gli studenti.

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Il 17 maggio, giorno di insediamento del nuovo governo di Benjamin Netanyahu, al suo quarto mandato consecutivo, hanno riaperto le scuole di ogni ordine e grado. Secondo le regole del ministero dell’Istruzione, i bambini con più di 9 anni avrebbero dovuto indossare mascherine per tutto il tempo, le finestre delle aule avrebbero dovuto essere sempre aperte e, quando possibile, gli studenti avrebbero dovuto essere distanziati tra loro di almeno due metri.

Nel pomeriggio dello stesso 17 maggio, la madre di uno studente del Gymnasia Ha’ivrit, una scuola superiore di Gerusalemme, aveva telefonato a un insegnante per avvertire che il figlio era risultato positivo al test per il coronavirus. Seguendo le regole del ministero dell’Istruzione, i compagni di classe del ragazzo e i suoi insegnanti erano stati messi in quarantena. Il giorno successivo un altro studente del Gymnasia Ha’ivrit era risultato positivo al test: il suo caso non era collegato al primo, quindi la scuola aveva chiuso e sia agli studenti che al personale era stato ordinato di stare in quarantena per due settimane. Erano stati tutti testati per il virus: 154 studenti e 26 membri del personale erano stati contagiati. Il 60 per cento degli studenti contagiati era asintomatico; alcuni insegnanti avevano dovuto essere ricoverati a causa della COVID-19.

Il Gymnasia Ha’ivrit è stata la scuola con il maggior numero di casi di contagio, ma non la sola: probabilmente la ragione è che le regole anti-contagio previste dal governo non si sono potute seguire. Le aule di alcune scuole ad esempio non erano abbastanza grandi per contenere classi di 38 studenti – ce ne sono anche di così numerose – rispettando il distanziamento fisico, ma sono state comunque usate per decisione delle autorità locali.

Per molte scuole poi la diffusione del virus è stata facilitata dall’allentamento delle regole anti-contagio dovuto al caldo, arrivato due giorni dopo la riapertura: quando le temperature si sono alzate fino a 40,3 °C a Tel Aviv ed Eilat e fino a 36 °C a Gerusalemme, il ministro dell’Istruzione Yuli Edlestein aveva detto che per quattro giorni gli studenti potevano evitare di indossare le mascherine a scuola e che le finestre delle aule potevano essere chiuse per usare l’aria condizionata. Secondo gli esperti di prevenzione sanitaria è stato un errore.

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Con il diffondersi del contagio, il ministero ha detto che avrebbe chiuso ogni scuola dove si fosse verificato anche solo un caso: alla fine si è trovato a chiudere 240 scuole. In totale 977 tra studenti e insegnanti sono stati infettati tra il 17 maggio e la fine dell’anno scolastico, a fine giugno. Intanto il numero di nuovi casi cresceva in tutto Israele: negli ultimi giorni di giugno c’erano circa 800 nuovi casi ogni giorno; a fine luglio sono arrivati a più di duemila.

Le riaperture delle scuole sono arrivate insieme ad altre forme di allentamento delle restrizioni per il coronavirus, quindi non sono state l’unico fattore che ha favorito la rinnovata diffusione del contagio in Israele; alcuni pensano che sia stato comunque un fattore decisivo, altri che non abbia avuto un peso particolare nel contesto generale. Siegal Sadetzki, ex direttore dei Servizi sanitari pubblici israeliani, ha dato le dimissioni a luglio criticando la gestione della riapertura delle scuole, oltre all’organizzazione di ritrovi come matrimoni e funerali, che secondo lui hanno favorito la seconda ondata di contagi. Secondo Ran Balicer, funzionario sanitario e consigliere di Netanyahu per la pandemia, è invece stato un caso che ci sia stato un focolaio al Gymnasia Ha’ivrit: «Avrebbe potuto capitare ovunque».

Come in molti altri paesi, anche in Israele le scuole riapriranno a settembre con l’inizio del nuovo anno scolastico. Domenica il governo ha approvato un piano per far tornare gli studenti in classe in modo graduale: inizialmente solo i bambini più piccoli, che secondo alcuni studi hanno una minore tendenza a trasmettere il coronavirus agli altri e sono meno vulnerabili all’infezione, torneranno a scuola tutti insieme. I ragazzi più grandi saranno divisi in classi da 18 e avranno anche lezioni a distanza. Nelle strutture in cui le aule sono troppo piccole per consentire il distanziamento fisico tra 18 alunni si cercheranno soluzioni alternative ad hoc. L’unica possibilità che il governo ha escluso è chiudere nuovamente le scuole.

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