Come ordinare una biblioteca

I consigli di Roberto Calasso, scrittore ed editore, in un saggio appena pubblicato da Adelphi

Le teorie su come disporre i libri in una biblioteca o nella propria libreria di casa sono tante e dibattute: l’ordine alfabetico in base al titolo o all’autore, le epoche storiche, i generi, la provenienza geografica dell’autore o la casa editrice. Negli ultimi anni i social network hanno suggerito anche soluzioni estetiche, come disporre i volumi per colore o rivolgerli con il dorso all’interno, offrendo così la più omogenea distesa di tagli davanti, fatta di indistinguibili pagine bianche.

Una ricca raccolta di consigli di cui tener conto è stata messa insieme da Roberto Calasso nel saggio Come ordinare una biblioteca, da poco pubblicato da Adelphi. Calasso è scrittore e direttore editoriale di Adelphi dal 1971, e suo proprietario dal 2015. Nel saggio, consiglia di trovare un equilibrio tra i tanti criteri e di costruire «un ordine a chiazze, molto vicino al caos», a partire dalla regola aurea del “buon vicino”: nella biblioteca perfetta i libri sono giustapposti, così che quando se ne cerca uno si finisce per trovare più utile quello vicino.

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Calasso racconta di aver ricoperto i suoi libri con un pergamino, una carta velina che li protegge e rende più complicato per gli ospiti leggerne i titoli, evitando «ogni eccesso di intimità». Difende il leggere brado, le prime edizioni, lo scrivere a macchina e non al computer e il feticismo, che non è fatto della reverenza del bibliofilo ma di appunti scritti – ma non a penna – e di pagine sfogliate e risfogliate. Ha anche una parola di conforto per i tanti che accumulano volumi senza leggerli: verrà il momento in cui si ritroverà quel libro dimenticato, esattamente quando se ne avrà bisogno.

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Essenziale è comprare molti libri che non si leggono subito. Poi, a distanza di un anno, o di due anni, o di cinque, dieci, venti, trenta, quaranta, potrà venire il momento in cui si penserà di aver bisogno esattamente di quel libro – e magari lo si troverà in uno scaffale poco frequentato della propria biblioteca. Nel frattempo può darsi che quel libro sia diventato irreperibile, e difficile da trovare anche in antiquariato, perché di scarso valore commerciale (certi paperback sembrano sapersi dissolvere rapidamente nell’aria) o anche perché è diventato una rarità e vale molto di più. L’importante è che ora si possa leggere subito. Senza ulteriori ricerche, senza provare a trovarlo in biblioteca. Operazioni laboriose, che conculcano l’estro del momento.

Strana sensazione, quando si aprirà quel libro. Da una parte il sospetto di aver anticipato, senza saperlo, la propria vita, come se un demone sapiente e malizioso avesse pensato: «Un giorno ti occuperai dei Bogomili, anche se per ora non ne sai quasi nulla». Dall’altra un senso di frustrazione, come se non fossimo capaci di riconoscere ciò che ci riguarda se non con un grande ritardo. Poi ci si accorge che quella doppia sensazione si applica anche a molti altri momenti della nostra vita. Valéry una volta ha scritto che «siamo fatti di due momenti, e come dal ritardo di una “cosa” su se stessa».

Oggi l’informatica ha ridotto enormemente i tempi dell’attesa e della ricerca di un libro. È uno dei tanti esempi di illusoria onnipotenza fomentati dalle macchine. Ma questo nulla toglie all’incanto di trovarsi fra le mani – immediatamente – un libro di cui non si sapeva di aver bisogno sino a un momento prima. Il gesto decisivo rimane quello di aver acquisito qualcosa, un giorno, pensando che il suo uso era soltanto ipotetico.

Ci sono poi i libri molesti, quelli che una biblioteca non dovrebbe accogliere, innanzitutto perché sgraditi ai loro vicini di scaffale. Sono la controparte della regola del buon vicino.

Da applicare con rigore, perché si sa bene che basta il colore dell’intonaco sul muro di qualche vicino per guastare un paesaggio. Come una casa editrice si fonda su dei no molto più numerosi dei sì, così una biblioteca dovrebbe fondarsi su larghe esclusioni. Per gli autori del passato, può trattarsi di edizioni superate o manchevoli o superfetatorie. O certi scrittori possono cadere per pura mancanza di interesse. Ma soprattutto pericolosi si rivelano gli omaggi dei viventi, che per motivi vari raggiungono gli scrittori, gli editori, i critici, i giornalisti, spesso con imbarazzanti dediche. Libri che spesso si presentano come quelli veri, ma non sono mai qualcosa che si sarebbe voluto cercare. Disfarsene non è facile. Borges usava occasionalmente questo accorgimento: uscire con un pacchetto di libri sotto il braccio, sedersi a un caffè o anche in una libreria (quella da lui preferita era La Ciudad), bere qualcosa o semplicemente guardarsi intorno e poi uscire, come per un improvviso impegno, lasciando i libri sul tavolino. E sperando soltanto che non vi fosse nessuno di così premuroso da tentare di restituirli al passante distratto.

C’è una regola da cui si può desumere quale potrebbe essere una buona approssimazione alla libreria ideale – e la formulerei così: la libreria ideale è quella dove ogni volta si compra almeno un libro – e molto spesso non quello (o non solo quello) che si intendeva comprare quando si è entrati.

Un esempio: la libreria La Central a Barcellona. Il luogo: un seminterrato in una delle piacevoli traverse del Paseo de Gracia. Perciò, pieno centro. I locali, mi hanno detto, ospitavano un laboratorio dove si facevano camicie. Sono stati ritoccati con molta discrezione, senza imporre la volontà di un designer. Meglio così. L’illuminazione non si fa notare (e questo vuol dire che è buona). La disposizione dei libri è quanto di più normale: qualche banco appena entrati e nel lungo corridoio. Libri alle pareti, raggiungibili con la mano, nella prima sala. Scaffali fino al soffitto negli altri spazi. Appese nella prima sala, alcune foto di scrittori. Non ovvie, di formati diversi. Ricordo di aver visto una foto di Sebald, quando i suoi libri non erano ancora disponibili in spagnolo. Era un segno eloquente che l’autore stava diventando una delle rare scoperte internazionali degli ultimi anni. Il libraio se n’era accorto prima degli editori.

Il cliente comincia a guardarsi in giro e nota subito una vistosa stranezza: sullo stesso tavolo sono accostati libri in varie lingue. Di un certo autore si hanno le traduzioni spagnole ma anche i testi originali, magari con titoli non ancora tradotti. Di un autore russo non ancora tradotto si possono trovare le edizioni francesi o italiane, perché è più probabile che il lettore che lo cerca sappia l’italiano o il francese o l’inglese e non il russo. Una formula difficile, che richiede un’informazione impressionante – e anche molto lavoro con gli editori e i distributori stranieri. Ricordo di aver acquistato alla Central alcuni libri italiani che non avevo mai visto prima. Ma non dovrebbe presentarsi così una vera libreria europea?

Quanto ai librai, non vengono incontro al cliente. Semplicemente perché hanno già da fare. Spostano libri, li cercano, evadono ordini, stanno davanti a un computer. Ma, se il cliente chiede qualcosa, sono immediatamente a sua disposizione. E si vede subito che sanno dove e come trovare i libri. Hanno la prima virtù del libraio: la capacità di orientarsi (fra i libri, fra gli scaffali, fra i gusti dei clienti, ecc.).

Risultato finale: il cliente scopre libri di cui non sospettava l’esistenza e libri che cercava senza riuscire a trovarli. Tendenzialmente ora li compra, per non perdere l’occasione. Il fatturato della libreria cresce. Il cliente è contento. Il libraio è contento. Ovviamente non è tutto così idilliaco, ma molto faticoso e molto rischioso. Non so se quel libraio penserà che il suo è un mestiere o una professione, ma – in ogni caso – l’importante è che sia una passione.

(2020 Adelphi Edizioni S.p.A Milano)

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