Barack Obama in una scuola elementare in Virginia nel 2010 (Olivier Douliery-Pool/Getty Images)

Perché usiamo le librerie come sfondo

Attribuiscono autorevolezza e credibilità a chi parla: si fa da prima ma ora lo notiamo molto di più, per ovvi motivi

Barack Obama in una scuola elementare in Virginia nel 2010 (Olivier Douliery-Pool/Getty Images)

«Quello che uno dice non è importante quanto la libreria alle sue spalle»: è il motto dell’account Twitter “Bookcase Credibility”, nato ad aprile per raccogliere e commentare le immagini delle librerie usate come sfondo da attori, politici, giornalisti e dirigenti, particolarmente frequenti in questo periodo in cui – in seguito alle restrizioni per contenere il coronavirus – quasi tutti i video e le interviste televisive sono state girate tra le mura di casa.

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Grazie a Bookcase Credibility, scrive Amanda Hess sul New York Times, sappiamo che Joe Biden, candidato alla presidenza dei Democratici, ha un pallone da football sugli scaffali, che l’ex candidato Pete Buttigieg ha una copia di Il capitale di Thomas Piketty (un libro di economia del 2014 molto critico con il capitalismo contemporaneo), e che quella di Michelle e Barack Obama è semivuota.

L’attrice Cate Blanchett ha i 20 volumi dell’Oxford English Dictionary, il più autorevole dizionario in lingua inglese, il principe Carlo d’Inghilterra è pieno di libri sui cavalli, l’attore Paul Giamatti ha un gusto per la disposizione orizzontale e la scrittrice Arundhati Roy ha costruito “tumuli di libri” sulla scrivania. La politica britannica Michelle Ballantyne va oltre: non ha una libreria dietro di sé ma una fotografia di se stessa con dietro una libreria.

Parlare davanti alla propria libreria è un espediente diffuso per darsi autorevolezza e credibilità, e allo stesso tempo comunicare con studiata naturalezza qualcosa di sé e dei propri interessi. È una strategia che la pandemia ha fatto emergere più di prima, ma che non è certo nuova: in Italia in molti ricordano la libreria che fece da sfondo al discorso sull’entrata in politica di Silvio Berlusconi, così diversa da quella con i volumi dai dorsi bianchi e quasi intonsi del video in cui, 17 anni dopo, affrontò la questione Ruby.

Altri ricorderanno anche la libreria di Matteo Salvini – «l’orrenda libreria del fuorisede allestita nell’appartamento in affitto di nonna», come la definì Michele Masneri sul Foglio – con «oggetti, cianfrusaglie, gadget, qualche libro; l’immagine dell’ex capitano del Milan Franco Baresi sulla parete, la foto della gita delle medie, l’ampolla col simbolo del Sole delle Alpi, il cappellino di Trump, “make America great again”, un “santino” di Putin, Gesù» e altre accozzaglie alla rinfusa.

 

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In questi giorni, scrive Hess, «giudicare gli sfondi delle video conferenze di personaggi pubblici è diventato il gioco di società della pandemia». Alcuni si limitano a spiare curiosamente e morbosamente tra gli scaffali per cercare di leggere i titoli e strappare qualche brandello in più sulla personalità del proprietario. Altri invece preferiscono concentrarsi sulla scelta della libreria come oggetto di design, sull’illuminazione, sui quadri e sull’arredamento in generale. L’account Room Rater, per esempio, consiglia a qualcuno di aggiungere una pianta, ad altri di togliere un dipinto che distrae l’attenzione, e dà poi un voto all’insieme.

Hess spiega che usare una libreria come sfondo funziona perché «offre una superficie piacevole allo sguardo ed è anche un gesto di profondità intellettuale». Finora l’autorevolezza nell’immagine di un commentatore era espressa soprattutto attraverso l’aspetto esteriore e gli abiti – negli Stati Uniti l’idea di autorevolezza era incarnata da un uomo bianco di mezza età in abito scuro – ma adesso si sta lentamente spostando anche sui titoli dei libri e sull’arredamento attorno.

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È una tendenza che, perlomeno per le librerie, è in corso da tempo ed è favorita dai social network e da molti influencer, che pubblicizzano libri coordinati a cupcake, tovagliette colorate, tazze di caffè e biscottini sbriciolati. Qualche anno fa, per esempio, andavano di moda su Instagram gli scaffali con i libri ordinati per colore, poi in base all’altezza e infine con il dorso all’interno e le pagine all’esterno, così da nascondere i propri gusti e garantire un’uniformità estetica fatta di pagine bianche.

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Negli Stati Uniti una delle proposte più criticate fu quella dell’influencer Lauren Conrad, che spiegò in un video come realizzare un perfetto box di libri da inserire tra gli scaffali: bastava tagliare le copertine dei volumi, incollarli tra loro e poi appiccicarli in una scatola bianca e compatta. Tutte queste mode, che trattano i libri come un oggetto bello da vedere, provocano grande indignazione tra quelli che si definiscono amanti-dei-libri, che tra i criteri di ordinamento preferiscono considerare il nome dell’autore, la casa editrice o il genere.

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Anche se punta sul contenuto e non sull’apparenza, «la libreria autorevole, fatta di un ammasso imponente e singolare di volumi logorati, è a sua volta una posa», ricorda Hess. Chi parla avrebbe potuto farlo davanti a una tv spenta o un quadro ma ha preferito farsi circondare dai suoi libri: «è la moda estetica più insidiosa di tutte, perché si maschera come puro esercizio intellettuale». Dà così tanta sicurezza che basta sentirla dietro di sé, come diceva il motto di Bookcase Credibility, per sentirsi al sicuro e dimenticarsi altri dettagli: come quando il giornalista di ABC Will Reeve parlò in diretta in un’inquadratura di libri, senza accorgersi che sotto la giacca era visibile la gamba nuda, chiaro segno che era pigramente in mutande.

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Anche i giornalisti del Post sono vittime dello sfondo con libreria autorevole

 

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