(ANSA / PAOLO SALMOIRAGO)
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  • lunedì 1 Giugno 2020

Come sta andando la “Fase 2”

I dati del primo mese di convivenza con il virus sono nel complesso positivi, meno per la Lombardia: l'Istituto Superiore di Sanità consiglia comunque grandi cautele per le prossime settimane

(ANSA / PAOLO SALMOIRAGO)

Da circa un mese l’Italia è nella cosiddetta “Fase 2”, definita dal governo come il periodo di convivenza con il coronavirus. Quasi tutte le attività produttive e commerciali hanno riaperto a partire dallo scorso 4 maggio, mentre sono rimaste attive le limitazioni per gli spostamenti da una regione all’altra, che dovrebbero decadere il prossimo 3 giugno. Nel complesso i dati sui nuovi casi rilevati da coronavirus si sono mantenuti contenuti se confrontati con il periodo precedente, per ora senza una temuta nuova accelerazione.

Dall’inizio dell’epidemia a oggi nel nostro paese sono stati segnalati oltre 230mila casi positivi rilevati e più di 33mila morti. La situazione continua a essere comunque più difficile in Lombardia, che da sola nell’ultima settimana ha fatto registrare ogni giorno più della metà dei casi positivi rilevati in tutta Italia.

Dati e tamponi
Come è ormai noto, i dati forniti dalla Protezione Civile e dal ministero della Salute, soprattutto sui casi positivi identificati, non sono sempre completi e rappresentativi della situazione reale, a causa delle diverse scelte tra le regioni di chi sottoporre o meno ai test con i tamponi. Nell’ultimo mese, comunque, il numero di prelievi e di tamponi elaborati è aumentato notevolmente, riducendo quindi lo scollamento tra i dati rilevati e l’effettiva situazione nei vari territori. La quantità di tamponi eseguiti ha quasi raggiunto i 4 milioni e nel mese di maggio sono stati analizzati in media oltre 60mila tamponi ogni giorno, circa il doppio rispetto all’elaborazione quotidiana di tamponi nei due mesi precedenti.

È bene ricordare che il numero complessivo dei tamponi non corrisponde al numero complessivo di persone sottoposte al test, perché uno stesso individuo è soggetto a più prelievi tramite tampone nel corso del tempo, per valutare se abbia ancora il coronavirus una volta superata la fase acuta della COVID-19. A fronte di quasi 3,9 milioni di tamponi effettuati, le persone testate sono state circa 2,4 milioni.

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Casi positivi
Se si osserva l’andamento dei casi positivi totali dall’inizio dell’epidemia, si nota che nel primo mese di “Fase 2” l’aumento giornaliero è stato piuttosto contenuto e sempre al di sotto dell’1 per cento, mentre nella prima parte di aprile era rimasto spesso al di sopra del 4 per cento. In termini assoluti, significa che l’incremento dei casi positivi rilevato è stato inferiore a mille ogni giorno, con la seconda metà di maggio che ha fatto registrare una riduzione significativa in tutta Italia, fatta eccezione per la Lombardia.

(Istituto Superiore di Sanità)

Lombardia
La Lombardia continua a essere la regione con il maggior numero di casi totali rilevati dall’inizio dell’epidemia, e la regione in cui si registra l’aumento più alto ogni giorno dei nuovi positivi. Nel primo mese di “Fase 2”, la Lombardia ha fatto registrare da sola quasi la metà dei casi rilevati giornalmente in tutta Italia (dato medio), arrivando quasi al 70 per cento dei casi totali in un paio di occasioni nell’ultima settimana. Rispetto ai mesi precedenti la situazione è sicuramente migliorata, ma è comunque rilevante che il rallentamento nei casi rilevati non sia in linea con quello di altre regioni, che avevano comunque subìto sensibilmente la fase critica dell’emergenza sanitaria tra marzo e i primi di aprile.

Terapie intensive
Diversi osservatori segnalano comunque come il dato più significativo, o per lo meno affidabile, continui a essere quello sulle persone ricoverate nelle terapie intensive, i reparti che hanno accolto migliaia di pazienti in condizioni gravi a causa della COVID-19 dall’inizio dell’epidemia. Per tutto maggio la quantità di ricoveri in terapia intensiva ha continuato a diminuire proseguendo un andamento che si era però già evidenziato a partire da metà aprile. La mancanza di un aumento o di un rallentamento significativo nella riduzione dei ricoveri sembra indicare che per ora la “Fase 2” non abbia avuto ricadute rilevanti sui numeri delle terapie intensive.

Persone ricoverate in terapia intensiva dal 2 marzo al 31 maggio

Morti
È invece più difficile fare valutazioni sull’andamento dell’epidemia basandosi sui morti segnalati ogni giorno dalla Protezione Civile. In media a maggio la quantità giornaliera di decessi si è ridotta sensibilmente ed è di circa la metà rispetto alle prime settimane di aprile, ma i dati oscillano comunque di giorno in giorno. Nell’intero mese di maggio, il giorno col numero minore di morti (24 maggio) ha fatto registrare 50 decessi, mentre quello col numero più alto ne ha fatti rilevare 474 (primo maggio). Variazioni così marcate sono anche dovute al fatto che spesso ai conteggi giornalieri vengono aggiunti casi di decessi già rilevati, ma non ancora inseriti nei dati ufficiali perché in attesa di ulteriori analisi o conferme.

(Istituto Superiore di Sanità)

Cosa dice l’Istituto Superiore di Sanità
Nelle loro ultime valutazioni, gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità hanno parlato di dati incoraggianti sull’andamento dell’epidemia, soprattutto se valutati nel contesto della “Fase 2”, senza le restrizioni più severe agli spostamenti e alle attività sociali. La fase di lockdown più stretta tra marzo e aprile ha contribuito a ridurre la circolazione del virus e ciò ha influito sugli andamenti di maggio, ma anche per questo gli esperti dell’ISS invitano a procedere comunque con grande cautela, per ridurre il rischio di una nuova fase di crescita marcata dei contagi.

A fronte di un maggior numero di tamponi, e quindi della possibilità di identificare più casi positivi, il tasso di letalità della COVID-19 continua a essere comunque alto. L’ultimo rapporto dell’ISS ha calcolato che il 13,7 per cento degli individui che si ammalano di COVID-19 – non parliamo quindi dei semplici contagiati dal coronavirus – muore a causa della malattia, con una differenza che continua a essere spiccata tra uomini e donne: 17,7 per cento contro 10,4 per cento. La letalità è molto alta nelle fasce di età tra i 70 e i 79 anni e tra gli 80 e i 89 anni, mentre è più contenuta per i più giovani.

(Istituto Superiore di Sanità)

Regioni
Tornando ai casi rilevati dall’inizio dell’epidemia, l’ultimo rapporto dell’ISS propone una tabella con la distribuzione geografica dei dati e con l’incidenza ogni 100mila abitanti. La Lombardia da sola ha quasi il 38 per cento di tutti i casi rilevati, seguita dal Piemonte con il 13,3 per cento e dall’Emilia-Romagna con il 12 per cento. Il Veneto, che aveva fatto registrare i primi casi in contemporanea con la Lombardia, è poco sopra l’8 per cento.

(Istituto Superiore di Sanità)

R0
Nelle sue ultime valutazioni, l’ISS ha calcolato per tutte le regioni (escluso il Molise) un numero di riproduzione di base (R0) inferiore a 1. Il dato esprime la quantità di individui che in media vengono contagiati da una persona con una malattia infettiva: se R0 è inferiore a 1, significa che ogni infetto contagia meno di un individuo e che quindi l’epidemia tende a rallentare. Le stime di R0 non sono semplici da calcolare e in presenza di pochi casi su base regionale sono sufficienti piccoli focolai a far variare il numero di riproduzione di base, seppure temporaneamente. Nel Molise un piccolo focolaio già identificato ha contributo a portare temporaneamente R0 a oltre 2.

(Istituto Superiore di Sanità)

Quindi?
Nel complesso, i dati sul primo mese di “Fase 2” sono positivi, ma è bene ricordare che gli andamenti di maggio sono stati influenzati ampiamente dalla situazione precedente, quella di chiusura quasi totale delle attività produttive e commerciali, con limitazioni molto più rigide per gli spostamenti.

Il tempo massimo di incubazione della COVID-19, cioè il tempo che intercorre tra l’infezione e la manifestazione dei sintomi, è di circa 15 giorni, quindi le prime due settimane di “Fase 2” non sono molto significative e utili per compiere valutazioni generali. Altre restrizioni sono state inoltre rimosse nella seconda metà di maggio e sarà quindi necessario ancora qualche giorno per valutarne l’impatto.

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Al di là delle limitazioni più severe ormai rimosse, nelle ultime settimane sono state comunque mantenute alcune precauzioni che possono avere influito sull’andamento dell’epidemia. Salvo qualche eccezione che ha imposto maggiori controlli, il mantenimento del distanziamento fisico ha permesso di ridurre il rischio dei contagi, così come l’impiego delle mascherine nei luoghi al chiuso dove non è possibile garantire sempre la distanza di almeno un metro dal prossimo. In generale, una maggiore attenzione verso buone pratiche igieniche (come lavarsi spesso le mani, utilizzare igienizzanti e sanificare gli ambienti) ha probabilmente contribuito a ridurre la circolazione del coronavirus, sempre complici i due mesi precedenti di misure restrittive.

Negli ultimi giorni sono circolate dichiarazioni da parte di medici di alcuni ospedali, per lo più lombardi, circa un presunto cambiamento che avrebbe reso il coronavirus meno aggressivo e che quindi spiegherebbe il rallentamento dell’epidemia in Italia. L’ospedale San Raffaele di Milano ha annunciato una ricerca preliminare su queste circostanze, basata sull’esperienza clinica con 200 pazienti ricoverati presso la sua struttura per COVID-19. Lo studio è stato ripreso da diversi quotidiani, con titoli piuttosto enfatici anche se ancora mancano conferme sugli esiti della ricerca e maggiori informazioni di contesto.

Al netto dei titoli sensazionalistici, sono stati gli stessi medici e ricercatori del San Raffaele a chiarire che per ora non ci sono elementi per parlare chiaramente di una “mutazione”. Lo studio spiega di avere rilevato una minore capacità del coronavirus di replicarsi negli organismi che ha infettato, comportando quindi una minore carica virale.

Nel loro processo di replicazione nelle cellule che infettano, i virus talvolta incappano in alcuni errori nella trascrizione delle loro informazioni genetiche (RNA), che poi possono portare a mutazioni più o meno marcate e che si trasmettono alle generazioni successive di virus. Una mutazione non implica però che si formi un nuovo “ceppo”, cioè una versione completamente diversa del virus, e spesso una variazione non comporta particolari differenze nella contagiosità o nell’aggressività.

Da mesi ospedali e centri di ricerca pubblicano studi preliminari sull’andamento della COVID-19 e sulle caratteristiche del coronavirus, spesso basandosi su esperienze aneddotiche e che coinvolgono quindi un numero limitato di pazienti. Ricerche di questo tipo possono essere utili per produrre poi studi comparativi e di più ampio respiro, ma devono comunque essere prese con molte cautele e ricordando che fino a poco più di cinque mesi fa non era nemmeno nota l’esistenza dell’attuale coronavirus.