(Drew Angerer/Getty Images)

Trump contro i social network

Ha firmato un ordine esecutivo per chiedere di ridurre le protezioni di cui godono, in modo che vengano ritenuti responsabili legalmente dei contenuti pubblicati dagli utenti

(Drew Angerer/Getty Images)

Giovedì il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato un ordine esecutivo che ha l’obiettivo di ridurre le protezioni di cui godono i social network, e più in generale i forum online, rispetto ai contenuti pubblicati dagli utenti. L’ordine esecutivo fa riferimento in particolare alla sezione 230 del Communications Decency Act, una legge emanata nel 1996 per regolamentare le responsabilità dei fornitori di accesso a Internet (provider).

In base alla sezione 230 della legge, le aziende informatiche, e quindi i social network, non sono responsabili legalmente dei contenuti che gli utenti pubblicano sui social network, dato che sono “piattaforme” e non giornali, che invece sono direttamente responsabili dei contenuti degli articoli. Secondo Trump, che ha deciso di muoversi apparentemente per vendicarsi contro Twitter, quando i social network si comportano come giornali – decidendo cosa possa o non possa essere pubblicato dagli utenti – dovrebbero essere trattati alla stregua dei giornali anche legalmente e quindi essere ritenuti responsabili di ciò che viene pubblicato dai loro iscritti.

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Ordine esecutivo
L’ordine esecutivo firmato da Trump non rimuove la Sezione 230, ma chiede che il Dipartimento del Commercio e il procuratore generale, William Barr, propongano una modifica della legge alla Federal Communications Commission (FCC), l’agenzia governativa degli Stati Uniti che si occupa di telecomunicazioni. La FCC, che è un organo indipendente dal governo ed è composta da tre Repubblicani e due Democratici, dovrà decidere se modificare la sezione e considerare i social network al pari dei giornali e di altri contenuti editoriali: in particolare, si chiede alla FCC di giudicare se i social network possano perdere le tutele concesse dalla Sezione 230 nel caso in cui rimuovano o blocchino contenuti “in malafede”. La decisione di Trump non avrà quindi conseguenze immediate e potrebbe non averne del tutto, se la FCC non dovesse decidere di conseguenza.

«Hanno avuto il potere incontrollato di censurare, limitare, modificare, modellare, nascondere, alterare praticamente qualsiasi forma di comunicazione tra cittadini privati o in un più vasto pubblico», ha detto Trump dei social network firmando l’ordine esecutivo. «Non esiste un precedente nella storia americana di un numero così piccolo di società che controllano una sfera così ampia di interazioni umane».

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Cos’è la Sezione 230
La Sezione 230 del Communications Decency Act prevede che le società attive su Internet non siano ritenute legalmente responsabili per ciò che gli utenti pubblicano negli spazi in cui è consentito loro farlo (che siano post sui social network o video su YouTube). La sezione specifica che tali società non sono editori e pertanto possono essere perseguiti penalmente solo i singoli utenti, ma non le società stesse. La sezione dà però alle aziende la libertà di rimuovere tutti i contenuti che ritengano offensivi o che violino i propri standard, fintanto che lo facciano operando “in buona fede”.

La Sezione 230 è stata introdotta nel 1996, quando Internet iniziava a diffondersi in tutto il mondo, e in particolare negli Stati Uniti, nelle sue forme prettamente commerciali. Ha avuto origine da due cause intentate nei confronti di due servizi attivi all’epoca: CompuServe e Prodigy. Entrambi offrivano ai loro utenti forum in cui potevano esprimersi liberamente, ma mentre CompuServe aveva deciso di non moderarne i contenuti, Prodigy aveva un team di moderatori che dovevano approvare o meno i messaggi pubblicati.

Entrambe le società furono querelate per alcuni contenuti pubblicati dagli utenti, ma mentre CompuServe non fu ritenuta responsabile per non aver moderato i messaggi, Prodigy fu considerata al pari di un giornale, data la moderazione che effettuava, e per questo ritenuta direttamente responsabile. Dopo questa decisione, le società di Internet fecero pressioni per avere una legge che riempisse il vuoto normativo, e da lì nel 1996 il Congresso inserì la Sezione 230 nel Communications Decency Act, che faceva parte di una più ampia legislazione sulle telecomunicazioni. La sezione 230 è definita da diversi esperti “Le 26 parole che hanno cambiato Internet” e dice questo:

Nessun fornitore di servizi internet e nessun utilizzatore di tali servizi può esser ritenuto responsabile quale editore o quale autore di una qualsiasi informazione che sia stata fornita da terzi.

Perché Trump vuole cambiare la Sezione 230
La decisione di Trump è arrivata un giorno dopo che Twitter aveva segnalato un suo tweet come fuorviante: senza cancellarlo, ma aggiungendo in coda un link per apprendere i fatti. È stata la prima volta che Twitter ha preso un provvedimento del genere, dopo che per anni esperti e osservatori avevano criticato il fatto che non avesse un protocollo per occuparsi delle notizie false o fuorvianti pubblicate da personaggi con milioni di follower. La decisione era stata fortemente contestata da Trump, che già in passato aveva accusato Twitter di volere «interferire» con la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2020, che aveva quindi annunciato che avrebbe presto preso provvedimenti contro il social network.

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Il tweet di Trump riguardava il voto via posta, di cui si sta molto discutendo negli Stati Uniti per via della pandemia da coronavirus. Trump sostiene con sicurezza che il voto postale sarebbe «falsato» perché un sacco di schede finirebbero per essere rubate, e che il governatore della California (un Democratico) sta inviando «milioni» di schede, anche a chi non dovrebbe riceverla, e condizionerà gli elettori nello spiegare loro come votare. Tutte queste informazioni sono false: diversi stati americani usano già il voto per posta con vari strumenti di controllo e non esistono prove di brogli; il governatore della California non ha inviato nessuna scheda elettorale ai cittadini.

In fondo ai due tweet che contengono il testo, Twitter ha inserito una frase in blu – «leggi come stanno le cose sul voto postale» – preceduta da un punto esclamativo: due elementi che segnalano chiaramente il contenuto come fuorviante. Il testo rimanda a un articolo di CNN che spiega le molte imprecisioni e forzature del tweet di Trump.

Venerdì, dopo la pubblicazione dell’ordine esecutivo, Twitter ha preso un nuovo provvedimento nei confronti di Trump, questa volta per un tweet in cui il presidente statunitense definisce “criminali” le persone che stanno manifestando da alcuni giorni a Minneapolis per la morte dell’afroamericano George Floyd. Nel tweet Trump dice di aver parlato con il governatore del Minnesota, Tim Walz, e di avergli detto che «l’esercito è con lui fino alla fine» e che «quando iniziano i saccheggi, si inizia anche a sparare».

Twitter ha aggiunto un avviso prima del tweet, in cui è scritto che le parole di Trump violano le regole del social network sull’esaltazione della violenza, specificando però di aver deciso di non oscurarle perché “potrebbero essere di pubblico interesse”. Successivamente le stesse parole usate da Trump nel suo tweet sono state riprese anche dall’account della Casa Bianca: anche in questo caso Twitter ha segnalato il tweet con un avviso.

Critiche
L’ordine esecutivo di Trump è stato fortemente criticato da chi pensa che possa essere una limitazione all’esercizio del libero pensiero su Internet. Ajit Pai, presidente della FCC, ha detto in un comunicato che l’agenzia  «considererà attentamente ogni richiesta di modifiche delle regole da parte del Dipartimento del Commercio», ma secondo diversi esperti difficilmente la FCC darà un parere positivo alla modifica della legge.

Twitter ha risposto a Trump dicendo che quest’ordine esecutivo è un affronto reazionario e politicizzato a una legge di grande importanza. «La Sezione 230 protegge l’innovazione e la libertà di espressione americana ed è sostenuta da valori democratici. I tentativi di eroderla unilateralmente minacciano il futuro del dibattito online e delle libertà su Internet».

Anche Facebook ha commentato negativamente la proposta di Trump dicendo che «crediamo nella protezione della libertà di espressione sui nostri servizi, proteggendo al contempo la nostra comunità da contenuti pericolosi, compresi i contenuti ideati per impedire agli elettori di esercitare il loro diritto di voto. Tali regole si applicano a tutti. L’abrogazione o la limitazione della sezione 230 avrà l’effetto opposto».

In un’intervista CNBC il CEO di Facebook CEO Mark Zuckerberg ha però ribadito quanto detto il giorno prima a Fox News, in relazione alla decisione di Twitter di segnalare un tweet di Trump. Secondo Zuckerberg nessuna società privata può ergersi  “giudice della verità” e i social network in particolare “non dovrebbero essere nella posizione di farlo”.

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Editori e piattaforme
Al di là dell’ordine esecutivo emesso da Trump, il tema sul ruolo delle grandi piattaforme di Internet è dibattuto da molto tempo e non solo negli Stati Uniti, uno dei pochi paesi che se ne occupò già a metà degli anni Novanta prevedendo apposite norme. Il Web dell’epoca era molto diverso da quello attuale e i contenuti venivano pubblicati dagli utenti sui forum e sui loro siti personali, realizzati solitamente in modo piuttosto artigianale. Oggi la gran parte delle interazioni e della condivisione dei contenuti avviene invece su social network controllati da poche e potenti aziende, come appunto Facebook e Google tramite YouTube.

Queste aziende hanno introdotto quasi da subito attività di moderazione sui loro social network, per lo più per rimuovere i messaggi d’odio, mentre fino a qualche anno fa non erano quasi mai intervenute nel merito dei contenuti condivisi. Le cose sono cambiate intorno al 2016 con l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti condizionata dalla presenza di campagne organizzate per diffondere notizie false, sfruttando i vari canali di comunicazione offerti dai social network. La vicenda portò a un grande dibattito e confronto sulle cosiddette “fake news”, ad audizioni al Congresso e all’assunzione di qualche responsabilità da parte delle grandi aziende di Internet.

Oggi i contenuti condivisi sui social network sono sottoposti a maggiori controlli, con limitazioni più puntuali o l’aggiunta di avvisi che indicano agli utenti la presenza di informazioni false o fuorvianti. Secondo alcuni osservatori, questa attività di controllo – effettuata più pesantemente da Twitter negli ultimi tempi e con approcci più sfumati da Facebook e YouTube – rende di fatto le grandi piattaforme paragonabili agli editori e quindi distanti da ciò che prevedono la sezione 230 negli Stati Uniti e leggi simili in altri paesi.

Facebook e le altre respingono da sempre questa visione e sostengono di non potere essere equiparate agli editori, perché offrono comunque un servizio diverso e non teso alla produzione di propri contenuti. Il confine è però estremamente labile e lo è diventato sempre di più man mano che Facebook si è dotato di redazioni, per fare aggregazione e scelta dei contenuti, o YouTube ha iniziato a produrre propri video da offrire sulla sua piattaforma.