Il ministro della salute brasiliano Luiz Henrique Mandetta con il presidente Jair Bolsonaro a Brasilia, 18 marzo 2020 (Andre Coelho/Getty Images)
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  • martedì 5 Maggio 2020

Bolsonaro ha mentito sui suoi tamponi?

È nata una battaglia legale che potrebbe costringere il presidente del Brasile a dimostrare se sia o sia mai stato positivo al coronavirus

Il ministro della salute brasiliano Luiz Henrique Mandetta con il presidente Jair Bolsonaro a Brasilia, 18 marzo 2020 (Andre Coelho/Getty Images)

La settimana scorsa un tribunale di San Paolo ha deciso, dopo un esposto presentato dal quotidiano O Estado de S. Paulo, che il presidente del Brasile Jair Bolsonaro debba presentare la documentazione medica che dimostri se sia o sia mai stato positivo al coronavirus. Sabato un altro giudice della regione ha sospeso la decisione e si è preso cinque giorni per decidere se Bolsonaro debba essere obbligato a rendere pubblici i risultati dei test effettuati. Ieri, invece, il tribunale federale di Brasilia ha respinto una richiesta dell’Ufficio del procuratore generale che chiedeva di rivedere la decisione che obbligava Bolsonaro a presentare la documentazione medica. I giudici hanno stabilito ora che l’ultima parola spetta al procedimento già in corso a San Paolo.

A marzo, dopo il ritorno da un suo viaggio negli Stati Uniti, e dopo che diversi suoi collaboratori che viaggiavano con lui erano risultati positivi al coronavirus, il presidente Bolsonaro aveva effettuato due test (il 12 e 17 marzo) che, secondo le informazioni ufficiali, avevano dato esito negativo. Dopo l’esposto presentato dal giornale O Estado de S. Paulo, l’ufficio del procuratore generale (Advocacia-Geral da União, AGU) aveva presentato però un referto medico che era stato giudicato non conforme dai giudici, in quanto non riportava i risultati dei test.

Venerdì 13 marzo, dopo il primo test, la notizia della positività di Bolsonaro era stata annunciata da molti media locali e internazionali, salvo poi essere smentita dallo stesso presidente. Come racconta il sito The Intercept, anche uno dei figli del presidente, il deputato Eduardo Bolsonaro, aveva confermato la notizia alla rete televisiva americana Fox News, salvo poi negarlo poco dopo. Lo stesso Bolsonaro giovedì scorso, dopo la prima decisione del tribunale che ha richiesto la presentazione dei risultati di laboratorio, aveva ammesso la possibilità di essere stato contagiato: «Potrei aver contratto il virus in passato. Forse, forse, e non me ne sono neanche accorto».

La battaglia legale sull’obbligo della presentazione dei documenti che attestino se Bolsonaro è stato positivo al coronavirus è soltanto l’ultima grana del presidente con la magistratura durante l’epidemia. Bolsonaro ha costantemente minimizzato la minaccia del coronavirus, ha detto che «i brasiliani non prendono niente», ha rimosso dal suo incarico il ministro della Salute e ha fortemente criticato gli sforzi dei governatori e dei sindaci per imporre misure di quarantena allo scopo di controllare la diffusione del virus, sostenendo invece che la maggior parte delle persone dovesse tornare al lavoro.

I tribunali però lo hanno ripetutamente ostacolato, stabilendo che governatori e sindaci hanno il potere di decidere misure di isolamento sociale per proteggere la popolazione. Di fatto hanno annullato la sua decisione di far effettuare le funzioni religiose durante la quarantena e anche, sabato scorso, l’espulsione dal paese di 30 diplomatici venezuelani, decisa da Bolsonaro. Nel frattempo il Brasile ha superato per numero di morti da coronavirus la Cina, il paese da cui è iniziata la pandemia, ed è diventato anche il paese dell’America latina con il maggior numero di casi rilevati. E le fotografie scattate in queste settimane al cimitero di Vila Formosa, il più grande di San Paolo, suggeriscono che i morti possano essere più di quelli ufficialmente rilevati.

Bolsonaro sta affrontando uno dei momenti più difficili dalla sua elezione, non soltanto per come ha gestito e sta gestendo l’epidemia da coronavirus, ma anche per le critiche che gli sono arrivate dai suoi sostenitori dopo aver licenziato il popolare ministro della Giustizia Sérgio Moro, sembra per ragioni politiche. Sul licenziamento di Moro la Corte Suprema brasiliana lo scorso 28 aprile ha autorizzato l’avvio di un’inchiesta nei confronti del presidente.

Moro è molto popolare nel paese per il ruolo avuto durante processo all’ex presidente Lula, che secondo diversi critici ha avuto profonde ragioni politiche, e diversi sostenitori di Bolsonaro non l’hanno presa bene. Contro Bolsonaro poi l’opposizione ha organizzato nuove proteste e parlato esplicitamente della possibilità di rimuoverlo attraverso una procedura di impeachment. Quello di Moro è stato solo l’ultimo dei licenziamenti del presidente considerati sospetti, e non soltanto dai suoi detrattori.

Due settimane fa Bolsonaro ha deciso di rimuovere il capo della polizia federale, Mauricio Valeixo, per ragioni mai chiarite ufficialmente. Alcuni giornali sospettano che Bolsonaro l’abbia licenziato per ostacolare le indagini in corso su due suoi figli: Carlos, consigliere comunale a Rio de Janeiro, è coinvolto nella creazione di quella che il País ha definito «la fabbrica di notizie false», cioè il gruppo di esperti di social media incaricato di diffondere notizie false o imbarazzanti nei confronti degli avversari politici di Bolsonaro, anche attraverso l’uso di bot. Flavio, senatore, sarebbe invece sotto indagine per corruzione e legami con la mafia di Rio de Janeiro.