Andre Agassi nel 2005 allo Straus Stadium di Los Angeles (Matthew Stockman/Getty Images)
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  • mercoledì 29 Aprile 2020

I cinquant’anni di Andre Agassi

Un tennista unico la cui storia è nota anche a chi non lo ha mai visto giocare, grazie a un libro di grandissimo successo

Andre Agassi nel 2005 allo Straus Stadium di Los Angeles (Matthew Stockman/Getty Images)

Compie oggi cinquant’anni Andre Agassi, tra i migliori tennisti di sempre e uno degli atleti più apprezzati e simbolici della sua epoca. È stato per molti un campione in cui immedesimarsi, sia durante che dopo la carriera da giocatore, contribuendo notevolmente alla popolarità del tennis.

Insieme allo spagnolo Rafael Nadal è l’unico tennista uomo ad aver vinto tutti e quattro i tornei del Grande Slam e una medaglia d’oro nel singolo alle Olimpiadi. Dopo il ritiro ha avuto anche un grande successo editoriale con un libro, Open, realizzato insieme al premio Pulitzer J.R. Moehringer e scritto innanzitutto con l’idea di raccontare sé stesso per capire la sua vita.

Agassi nacque il 29 aprile 1970 da madre americana e padre iraniano di origine armene, pugile olimpionico nel 1948 e nel 1952, ossessionato dalla perfezione e dalle geometrie del tennis. A casa Agassi la scuola non era così importante, la carriera sportiva sì. Il più piccolo di quattro fratelli, Andre Agassi crebbe nel deserto di Las Vegas colpendo sotto lo sguardo del padre 2.500 palline da tennis al giorno, circa un milione all’anno, secondo la credenza che campioni si diventa o con il talento o con l’esercizio così frequente da diventare abitudine.

Per allenarlo il padre prese ispirazione dai suoi trascorsi pugilistici – altro sport individuale da uno contro uno – insegnandogli fra le altre cose a non avere paura di scoprire i punti di forza degli avversari, per mostrarsi imperturbabile e vincere la “guerra psicologica” che secondo lui determinava lo sport più di ogni altra cosa.

Crescere nel deserto lo condizionò quasi come la scuola del padre. Si abituò alla solitudine e a credere che tutto fosse possibile: come lo fu la costruzione dal nulla di Las Vegas, città in cui vive tuttora. Ma a tredici anni gli allenamenti in famiglia non erano più sufficienti, e allora venne mandato in Florida, nell’accademia di Nick Bollettieri, probabilmente il più famoso istruttore di tennis al mondo. In un luogo lontano da casa che non fu lui a scegliere, dove le giornate ruotavano soltanto attorno al tennis, Agassi iniziò a soffrire: «Nick Bollettieri fu la ragione per cui la mia vita fu infelice per tanti anni».

In quel periodo Agassi sviluppò verso il gioco sentimenti contrastanti che ne definiranno poi la carriera, perennemente combattuto tra l’odio nei confronti del tennis giocato in quegli ambienti e i vantaggi che tuttavia gli diede quel tipo di educazione. Con Bollettieri i rapporti furono altalenanti: «Nel suo primo anno in accademia vinse i titoli nazionali indoor nel singolo e nel doppio under 16. In tutto ne vinse una cifra. Certo, i suoi comportamenti adolescenziali sfociarono anche in momenti difficili. Se a ciò si aggiunge il suo rapporto conflittuale con il gioco, ecco che si spiega l’aura di frustrazione che lo circondava. I suoi tentativi di tastare i limiti catturavano l’attenzione. Si ribellava al coprifuoco, una volta eresse una torre di bottiglie di whisky vuote in camera sua, pur sapendo delle frequenti ispezioni. Tanti si chiedevano perché non buttassi fuori quel ragazzino sfrontato e ribelle. In una riunione votarono tutti a favore dell’espulsione, ma io ci pensai e posi il veto. In quel piccolo cane sciolto intravedevo qualcosa di unico».

Agassi sviluppò un gioco frenetico, aggressivo e anticipato, basato sulla risposta al servizio e l’attacco dal fondo, uno stile che perfezionò negli anni grazie anche alla capacità di analizzare rapidamente gli avversari e cogliere ogni loro debolezza. Entrò nella storia del tennis nel 1992 con la vittoria, da sfavorito, di Wimbledon: un torneo tanto prestigioso quanto da lui poco amato per le tante regole di comportamento che impone ai partecipanti. Agassi stravolse l’eleganza e il decoro che pretendeva il tennis dell’epoca: indossava completi sgargianti, gli capitò di giocare partite ufficiali con degli short di jeans e aveva una notevole capigliatura bionda che anni dopo svelò essere una parrucca.

Fino a quel torneo di Wimbledon, Agassi non aveva mai immaginato di potersela giocare con i migliori; quella vittoria gli insegnò invece a credere di più in se stesso e gli diede le motivazioni per arrivare il più in alto possibile. Nel decennio successivo arrivò a vincere otto tornei del Grande Slam su quindici finali disputate, trovando in Boris Becker e soprattutto in Pete Sampras i suoi rivali principali.

Anche con i successi non riuscì tuttavia a mettersi in pace con se stesso. In seguito a un periodo di grandi difficoltà personali, nel 1997 sprofondò oltre la centoquarantesima posizione del ranking mondiale. Dovette risolvere la relazione con la prima moglie, l’attrice Brooke Shields, smettere di bere e fare uso di droghe prima di risollevarsi e riuscire nell’impresa di ritornare numero uno al mondo vincendo l’Open di Francia e giocando nuovamente la finale di Wimbledon.

Si è ritirato dal tennis professionistico il 3 settembre 2006. Dal 2001 è sposato con l’ex campionessa Steffi Graf, la quale ha avuto un ruolo fondamentale nella ripresa della sua carriera. Insieme hanno avuto due figli e tramite la loro fondazione gestiscono una rete di scuole di eccellenza per ragazzi che non hanno la possibilità di studiare. È rimasto nel mondo del tennis, allenando per esempio il campione serbo Novak Djokovic.

Oltre alle vittorie, della sua carriera sono rimaste frasi che descrivono lo sport in modo universale. «Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo»; «Ogni punto è parte di un game, ogni game è parte di un set, ogni set è parte di un incontro, ogni incontro è parte di un torneo, ogni torneo è parte di una carriera. Ogni punto porta al prossimo e non sai dove sarà la svolta».

Il suo libro è stato un grande successo commerciale e un caso editoriale, oltre che raro caso di un libro autobiografico di un atleta scritto bene e molto franco nel raccontare anche gli aspetti più imbarazzanti e negativi (caratteristiche non sempre frequenti nei tanti successivi tentativi di emulazione editoriale). L’inizio di Open si può leggere qui. Lo scrittore Alessandro Baricco ne scrisse così anni fa su Repubblica:

Beh non l’ha scritto lui d’accordo. L’ha scritto J. R. Moehringer, uno che nel 2000 ha vinto il Pulitzer per il giornalismo: e che, obiettivamente, è di una bravura mostruosa. Non bisogna pensare però che si sia limitato a fare da ghostwriter: gli è uscito di dare ad Agassi una voce (una vita l’aveva già, e micidiale) e una diabolica abilità nel raccontare. Risultato: di Moehringer ti scordi subito e ti ritrovi in viaggio con un Agassi che non ti saresti mai aspettato e che non smette un attimo di parlare. Se parti, non scendi più fino all’ultima pagina. Roba che i famigliari protestano e sul lavoro non combini più un granché.

In genere, quando un libro riesce a ottenere un simile risultato contiene una di queste quattro domande: chi è l’assassino? Il protagonista troverà se stesso? Ma alla fine si sposeranno? Chi dei due vincerà? Open ne contiene tre su quattro, e le intreccia molto bene: le possibilità di sottrarsi alla trappola sono pari a zero. (Manca l’omicidio ma se si largheggia un po’, l’idea di far allenare il proprio figlio di sette anni tirandogli 2.500 palline al giorno assomiglia molto a una specie di avvelenamento metodico, e quella era l’idea di educazione che aveva in testa il padre di Agassi).