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  • lunedì 24 Settembre 2012

Le prime pagine di Open di Agassi

Come comincia l'autobiografia del tennista americano, che ha ottenuto molti apprezzamenti ed è diventato il caso letterario degli ultimi mesi

Nell’aprile del 2011 la casa editrice Einaudi ha pubblicato Open. La mia storia, autobiografia del tennista americano Andre Agassi scritta con l’aiuto di J. R. Moehringer, vincitore del premio Pulitzer per il giornalismo nel 2000. Il libro, pubblicato negli Stati Uniti nel novembre 2009, ha ricevuto da subito molti apprezzamenti e negli ultimi tempi ha conosciuto una nuova popolarità.

(Le foto più belle di Andre Agassi)

Andre Agassi è considerato tra i migliori tennisti di sempre: insieme allo spagnolo Rafael Nadal è l’unico tennista maschio ad aver conquistato in singolare il Career Golden Slam, cioè ad aver vinto nell’arco della carriera tutti e quattro gli Slam (US Open, Australian Open, Wimbledon e Roland Garros) e una medaglia d’oro nel singolo alle Olimpiadi. È anche uno dei tennisti più amati di sempre e ha contribuito notevolmente alla popolarità dello sport. Agassi – nato a Las Vegas, in Nevada, nel 1970 – si ritirò dal tennis agli US Open del 2006, a 36 anni e dopo aver giocato nel circuito dei professionisti per vent’anni. La sua storia comincia così.

***

La fine.

Apro gli occhi e non so dove sono o chi sono. Non è una novità: ho passato metà della mia vita senza saperlo. Eppure oggi è diverso. È una confusione piú terrificante. Piú totale.
Alzo lo sguardo. Sono disteso sul pavimento accanto al letto. Adesso ricordo. Sono passato dal letto al pavimento nel cuore della notte. Lo faccio quasi tutte le notti. Giova alla mia schiena. Troppe ore su un materasso morbido sono un’agonia. Conto fino a tre, poi inizio a tirarmi su: un processo lungo e difficile. Con un colpo di tosse e un mugolio rotolo sul fianco, poi mi raggomitolo in posizione fetale, infine mi giro a pancia sotto. Adesso rimango in attesa che il sangue inizi a circolare.

Sono giovane, relativamente parlando. Trentasei anni. Ma al risveglio me ne sento novantasei. Dopo trent’anni di scatti, di arresti in una frazione di secondo, di balzi e atterraggi sul duro, il mio corpo non sembra piú il mio, soprattutto la mattina. Di conseguenza, neanche la mia mente sembra la mia. Quando apro gli occhi sono un estraneo a me stesso e benché nemmeno questa sia una novità, la mattina la sensazione è piú forte. Ripasso rapidamente i fatti essenziali. Mi chiamo Andre Agassi. Mia moglie si chiama Stefanie Graf. Abbiamo due figli, un maschio e una femmina, di cinque e tre anni. Viviamo a Las Vegas, Nevada, ma attualmente abitiamo in una suite del Four Seasons Hotel di New York, perché sto partecipando agli US Open del 2006. I miei ultimi US Open. Anzi, il mio ultimo torneo in assoluto. Gioco a tennis per vivere, anche se odio il tennis, lo odio di una passione oscura e segreta, l’ho sempre odiato. Quando quest’ultimo tassello della mia identità va al suo posto, scivolo sulle ginocchia e in un sussurro dico: Fa’ che finisca presto.
E poi: Non sono pronto a smettere.

Ora, dalla stanza accanto, sento Stefanie e i bambini. Stanno facendo colazione, parlano e ridono. Il desiderio travolgente di vederli e toccarli, oltre a una gran voglia di caffeina, mi dà l’ispirazione che mi serve per alzarmi, per mettermi dritto. L’odio mi mette in ginocchio, l’amore mi fa alzare in piedi.
Do un’occhiata alla sveglia sul comodino. Le sette e mezza. Stefanie mi ha lasciato dormire. Questi ultimi giorni sono stati davvero faticosi. A parte lo sforzo fisico, è il torrente di emozioni scatenate dal mio imminente ritiro a sfinirmi. Adesso dal centro della stanchezza si leva la prima ondata di dolore. Mi afferro la schiena e lei afferra me. Mi sento come se qualcuno mi si fosse avvicinato di soppiatto durante la notte e avesse fissato alla mia colonna vertebrale uno di quegli antifurto che si applicano al volante. Come faccio a giocare agli US Open con un bloccasterzo nella schiena? L’ultimo match della mia carriera finirà con un ritiro?

Sono nato con la spondilolistesi, cioè con una vertebra lombare ribelle che si è staccata dalle altre e sporge. (È per questo che cammino con le punte dei piedi verso l’interno). Quell’unica vertebra spostata riduce lo spazio all’interno della colonna e il minimo movimento fa sí che i nervi si sentano costretti. Se a ciò si aggiungono due ernie e un osso che non vuole smettere di crescere nel vano sforzo di proteggere l’area danneggiata, quei nervi finiscono per soffrire di claustrofobia. E quando protestano per l’angustia del loro alloggio, quando segnalano la loro sofferenza, su e giú per la gamba mi saetta un dolore che mi fa boccheggiare e parlare in turco. In quei momenti l’unico sollievo è sdraiarmi e aspettare. Talvolta, però, il momento arriva nel bel mezzo di un match. Allora l’unico rimedio è cambiare il modo di giocare, colpire diversamente la palla, correre diversamente, fare tutto in modo diverso. Ma cosí sono i miei muscoli a contrarsi. A nessuno piacciono i cambiamenti; i muscoli poi non li sopportano. Quando gli chiedo di cambiare, i muscoli si associano alla ribellione della colonna vertebrale e ben presto tutto il mio corpo è in guerra con se stesso.
Gil, il mio trainer, amico, vicepadre, lo spiega in questo modo: Il tuo corpo ti sta dicendo che non lo vuole piú fare.
È un pezzo che me lo dice, gli rispondo. Almeno da quando lo sto dicendo io.
Da gennaio, però, il mio corpo lo grida. Non vuole ritirarsi – l’ha già fatto. Il mio corpo si è trasferito in Florida, si è comprato un appartamento e un paio di scarpe bianche. Cosí sto negoziando con lui, chiedendogli di rientrare in attività per qualche ora ogni tanto. Gran parte delle trattative riguarda un’iniezione di cortisone che attenua temporaneamente il dolore.

Prima che faccia effetto, però, anche l’iniezione provoca i suoi tormenti.
Ne ho fatta una ieri per poter giocare questa sera. Era la terza quest’anno, la tredicesima della mia carriera, e di gran lunga la piú allarmante. Il medico, che non era il mio solito, mi ha detto sgarbatamente di mettermi in posizione. Mi sono allungato sul suo lettino, a faccia in giú, e l’infermiera mi ha abbassato le mutande. Il medico ha spiegato che doveva far penetrare l’ago, lungo diciotto centimetri, piú vicino possibile ai nervi infiammati. Ma non poteva arrivarci direttamente, perché le mie ernie e l’osso sporgente gli ostruivano il percorso. I suoi tentativi di aggirarli, di forzare il bloccasterzo, mi hanno fatto vedere le stelle. Prima ha inserito l’ago, poi ha posizionato una grossa macchina per le radiografie sopra la mia schiena per vedere quanto fosse vicino al nervo. Doveva correre parallelo al nervo senza toccarlo, mi ha detto. Se lo avesse toccato, o anche solo sfiorato, il dolore mi avrebbe impedito di giocare. Anzi, avrebbe anche potuto cambiarmi la vita. Gira e rigira, alza e abbassa, ha manovrato l’ago fino a farmi venire le lacrime agli occhi.
Alla fine ha trovato il punto. Centro, ha detto.
Ecco il cortisone. Mi sono morso il labbro per il bruciore. Poi è arrivata la pressione. Mi sono sentito pervaso, imbalsamato.

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This translation is published by arrangement with Alfred A. Knopf, an imprint of the
Doubleday Group, a division of Random House, Inc.
© 2011 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino