(AP Photo/John Raoux)

Che tempi sono per Disney

Senza cinema, sport, crociere e parchi a tema, una delle più grandi società del mondo è stata colpita dall'epidemia più delle altre

(AP Photo/John Raoux)

Il 2019 è stato un grande anno per The Walt Disney Company, la società più nota come Disney. Come aveva fatto notare Quartz, il 2019 è stato l’anno in cui Disney «è passata dall’essere una grande e potente società all’essere un incredibile e teoricamente inevitabile monolito culturale», e lo ha fatto «dominando ai botteghini, registrando un fatturato da record, comprando una casa di produzione rivale e lanciando un servizio di streaming pensato per contendersi con Netflix il futuro dell’intrattenimento». Il 2019 è stato l’anno in cui Disney ha raccolto gran parte di quel che aveva seminato nel decennio precedente, tra le altre cose investendo miliardi di dollari per prendersi la Marvel e la LucasFilm (e con essa ogni storia nella Galassia di Star Wars).

Già alla fine del 2019, quando il nuovo coronavirus era ancora qualcosa di poco chiaro che sembrava poter coinvolgere solo la Cina, Quartz aveva scritto che «se il 2019 era stato il miglior anno di sempre per Disney, il 2020 sarebbe stata la sua grande sfida»: l’anno in cui la società avrebbe dovuto dimostrare di essere in grado di continuare la sua notevole crescita e mantenere le sue tante promesse. Sono bastati un paio di mesi per capire che questo 2020 sarà un anno molto più difficile del previsto, anche per Disney.

Dopo aver avuto nel 2019 entrate per quasi 70 miliardi di dollari, Disney si era preparata a un 2020 in cui continuare a raccogliere i frutti delle scelte fatte negli ultimi anni. Ne è prova il fatto che a febbraio il suo storico e venerato amministratore delegato, Bob Iger, aveva lasciato il suo incarico dopo 15 anni di successi, designando come suo successore Bob Chapek, che era direttore della divisione dei parchi a tema Disney (un settore di notevole importanza nel successo della società).

Per via del coronavirus, invece, il 2020 è diventato per Disney un anno in cui resistere, sopravvivere, limitare le perdite e impegnarsi per continuare a tenere in piedi un’azienda con oltre 200mila dipendenti, per ora senza poter produrre o mostrare film nei cinema e lasciando chiusi i parchi a tema. «Nessuna grande azienda dei media dipende quanto Disney dalla prossimità fisica e sociale dei propri clienti», ha scritto il New York Times, «e ben poche sono state colpite così duramente da questa pandemia».

Disney aveva costruito anno dopo anno un’azienda che sembrava perfetta per i nostri tempi, ma che «in poche settimane si è trovata quasi del tutto esposta alla pandemia».

– Leggi anche: Il coronavirus ha schiantato la moda

Nel 2019 i film Disney avevano portato un terzo degli incassi totali di tutti i cinema americani, per capirci. Ora che tutti quei cinema sono chiusi, Disney è quindi la società che sta perdendo più soldi di tutte le altre. Nessuno aveva investito – e guadagnato – tanto quanto Disney in parchi e crociere a tema: ora che molti di quei parchi sono fermi e le crociere sono addirittura tra i luoghi più simbolici di quello che può fare il coronavirus, Disney è stata colpita più di tutti gli altri. Ora che lo sport dal vivo è sparito da ogni televisione, Disney (che controlla il canale sportivo ESPN) si trova ad aver investito in contenuti che non può trasmettere. Ora che le produzioni televisive e cinematografiche sono state bloccate o addirittura annullate, Disney si troverà in difficoltà ad aggiungere contenuti a Disney+, il suo più grande azzardo del 2019. Sebbene Disney+ abbia già 50 milioni di abbonati, non è detto che questi resteranno senza contenuti nuovi, e in ogni caso ci vorranno anni prima che il servizio concorra a portare entrate all’azienda: per ora costa più di quello che fa guadagnare.

È difficile quantificare precisamente i danni che il coronavirus sta causando a un’azienda come Disney, che ha una capitalizzazione di oltre 180 miliardi di dollari. Ma l’analista Hal Vogel ha detto al New York Times che secondo lui è possibile che Disney stia perdendo almeno 30 milioni di dollari al giorno, cioè quasi un miliardo di dollari al mese. È certo, tra l’altro, che a fine marzo Disney ha chiesto e ottenuto un prestito di circa 6 miliardi di dollari, un fatto che il New York Times ha interpretato come un segno di due cose: «Che la società sia di certo in una brutta situazione, ma anche che ci sia molta fiducia sul fatto che si potrà rialzare».

– Leggi anche: Conseguenze poco raccontate del coronavirus

Disney sembra avere un piano. Per prima cosa, Iger sembra essere tornato saldamente al comando dell’azienda. Già negli ultimi mesi c’erano pochi dubbi sul fatto che Iger continuasse a essere il capo, quello che prendeva le decisioni davvero importanti. Il recente articolo del New York Times lo ha confermato, facendo notare anche che Bob Chapek è solo “nominalmente” l’amministratore delegato: quando i dirigenti parlano di lui lo chiamano “Bob C.”, mentre Bob Iger continua a essere semplicemente “Bob”, oltre a essere quello che “amministra” davvero. Iger ha spiegato così la situazione al New York Times: «Una crisi di questa grandezza, e il suo impatto su Disney, ha avuto come conseguenza il mio aiutare attivamente Bob [Chapek] e l’azienda nel fronteggiarla, in particolar modo perché è un’azienda che ho guidato per 15 anni».

Bob Iger (Jordan Strauss/Invision/AP)

Per ora le cose certe sono che Disney ha bloccato quasi ogni sua produzione e che diverse decine di migliaia di dipendenti – in gran parte quelli delle crociere e dei parchi a tema – sono stati messi in una sorta di congedo (la loro ultima busta paga sarà, per ora, quella del 19 aprile).

Poi ci sono le ipotesi su come Disney si stia preparando al dopo. Se è lecito pensare che prima o poi lo sport riprenderà e così sarà anche per la produzione di contenuti (e Disney+ potrebbe in parte servire per sfruttare quei contenuti anche con i cinema chiusi o poco frequentati), è più difficile pensare come e quando crociere e parchi a tema potranno tornare a funzionare a pieno regime.

– Leggi anche: Come sta cambiando l’industria dello spettacolo

Nelle sue poche interviste e dichiarazioni, Iger è stato piuttosto vago. A Barron’s ha detto che «Disney è in grado di mantenere un’ottima solvibilità per un esteso periodo di tempo» e ha aggiunto: «Non penso che torneremo al “business as usual”» (cioè al vecchio modo di gestire la società). «Non posso parlare per le altre aziende, ma Disney coglierà questa opportunità per cercare nuovi modi di gestire l’azienda e investire con più efficienza».

Secondo il New York Times, Iger ha annunciato ai suoi collaboratori di voler rinunciare ad alcune tecniche pubblicitarie usate nel passato, soprattutto per la televisione, e di non voler più produrre episodi pilota (cioè di prova) per serie che poi magari non vanno in onda. Ma il New York Times parla anche dell’intenzione di diminuire gli uffici e il numero di dipendenti (sebbene Iger abbia poi smentito quest’ultima cosa).

In tutto questo, era evidente che Iger avesse scelto con cura il modo e il momento in cui iniziare a uscire da Disney: a 69 anni, dopo un decennio di successi, dopo aver prodotto il film più visto di sempre, con un servizio di streaming in rampa di lancio e tanti settori tutti in notevole crescita. Poi il coronavirus ha cambiato i suoi piani: uscendo avrebbe dato l’idea di voler abbandonare la nave in difficoltà, restando si è preso sulle spalle l’incarico di traghettare l’azienda fuori dalle pericolose acque in cui si trova.

Iger dovrà farlo però in un mondo certamente cambiato, dovendo tagliare investimenti e forse anche dipendenti, in un anno che già senza coronavirus sarebbe stato difficile. Il 2020 sarà per esempio – e sarebbe comunque stato, anche senza coronavirus – il primo anno dopo molti senza un film con gli Avengers o un film di Star Wars (due galline dalle uova d’oro). Che si tratti di parchi, film, crociere o serie tv, Disney dovrà soprattutto capire il modo migliore per sfruttare le tante storie, saghe e proprietà intellettuali che controlla o, nel caso, provare a lanciarne di nuove: una cosa che non fa con successo da ormai diversi anni.