(Jenny Evans/Getty Images)

Che sogni state facendo in questi giorni?

Su internet qualcuno sta raccogliendo storie di sogni bizzarri, angoscianti e che ricordiamo di più: gli psicologi stanno studiando il perché

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«Dovevo decidere chi avrebbe ricevuto il vaccino e chi sarebbe morto», «c’era troppa gente su Zoom e non riuscivamo a fare una discussione decente», «c’erano donne, uomini e mucche che lottavano per il dominio», «ero con l’amante», «giravo in città con le Crocs», «il mio gatto mi diceva quale marca di pollo dovevo comprare»: sono alcuni dei sogni raccolti dal blog I dream of Covid (“Sogno la Covid), una collezione di sogni arrivati insieme al contagio del coronavirus negli Stati Uniti, che si può seguire anche su Instagram.

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Il progetto è dichiaratamente ispirato a Il Terzo Reich dei sogni, un libro pubblicato in Germania nel 1966 e ristampato di recente sia negli Stati Uniti sia in Italia. Il libro nacque però trent’anni prima, nel 1933, quando la giornalista ebreo-tedesca Charlotte Beradt iniziò a farsi raccontare i sogni delle persone nell’anno dell’ascesa al potere del nazismo.

Il Terzo Reich dei sogni riporta 75 sogni suddivisi in 11 capitoli tematici, e fa emergere – nella trama dei sogni individuali – alcuni temi ricorrenti che riflettono il traumatico stravolgimento della vita quotidiana delle persone, le loro angosce, i tentativi di adattarsi alla nuova realtà o la resistenza a farlo: pullulano di coercizioni da cui i sognatori cercano di scappare, leggi di propaganda, caserme, carceri, ministeri e dogane, nasi adunchi, ragazzine bionde minacciate da uomini scuri, croci uncinate, il rifiuto e poi il cedimento di fare il saluto nazista, Hitler affabile e cortese.

Come ha scritto lo psicoanalista austriaco Bruno Bettelheim nell’introduzione al libro, «non solo si sogna il terrore, i sogni ne sono essi stessi una parte integrante. Vengono impressi nel corpo come un dettato. Ogni racconto riferisce un’esperienza insinuatasi sotto pelle per raggiungere un’intima verità, che dalla successiva realtà del Terzo Reich non fu solo confermata, ma infinitamente superata».

La pandemia di coronavirus è un evento meno traumatico dell’ascesa del nazismo o dei bombardamenti in guerra, ma sta avendo un impatto profondo sulle nostre vite. In questi giorni, molti raccontano di fare sogni più vividi e spesso più angoscianti, che riflettono preoccupazioni e desideri.

Deirdre Barrett, una psicologa della Harvard Medical School e autrice di The Committee of Sleep, ha iniziato un progetto simile a quello di Beradt per costruire, attraverso un modulo online che si può compilare qui, un repertorio di sogni legati al coronavirus.

«Nella maggior parte l’emozione principale è l’ansia», spiega, che non si manifesta solo in «incubi terrificanti» ma che affiora più sottilmente con minacce indirette: «uno sciame di vermi, una cavalletta violenta, una tempesta». Che siano inquietanti o bizzarri, scrive Vice, i sogni legati al coronavirus rivelano quantomeno che «tutti stiamo passando la stessa cosa, cercando di capire cosa significhino per noi questi eventi, per le persone che amiamo e per il mondo in cui viviamo».

Che facciate sogni più o meno angosciosi, legati al coronavirus o al mondo prima della pandemia, è possibile che di questi tempi ve li ricordiate di più. Molti esperti stanno cercando di capire perché, e alcuni, spiega Vox, sostengono che la causa sia il cambiamento delle abitudini legate al sonno: che sia più agitato e con molti risvegli o che duri di più, non dovendo svegliarsi presto per andare al lavoro.

I sogni che si ricordano meglio sono quelli che avvengono nella fase REM (che sta per Rapid eye movement, movimento rapido degli occhi), cioè l’ultima delle cinque fasi che compongono il sonno, quella che precede il risveglio.

Durante la notte si succedono diversi cicli di sonno e le fasi REM sono più profonde e durature nei cicli che si verificano nella seconda metà della notte; se ci si risveglia nel bel mezzo di una fase REM si tende a ricordare i sogni più chiaramente e con maggiori dettagli. Potendo dormire di più, anche le fasi REM sono più lunghe e questo, spiega Barrett, è il fattore principale, che può portare a «un’impennata della fase REM».

Per altri scienziati la ragione principale resta lo scombussolamento fisico ed emotivo di questo periodo.

Mark Blagrove, professore di psicologia ed esperto di sonno e sogni alla Swansea University, ha spiegato a Vice che i sogni danno priorità alle emozioni che in questo periodo non mancano, dovendo affrontare la paura di ammalarsi o di perdere il lavoro, un lutto, l’incertezza del dopo. Secondo alcuni studi, le persone che hanno vissuto un trauma tendono a ricordare meglio i sogni, come aveva mostrato un’analisi della Tufts University School of Medicine sui sogni di 44 persone dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 (sogni in cui non erano mai presenti né aerei, né alte torri).

Risvegliarsi con un incubo in testa e avere più tempo per rimuginarci sopra anziché concentrarsi subito sul lavoro fa scattare un meccanismo per cui si tenderà a ricordare meglio i sogni successivi, come hanno dimostrato molte ricerche. Basta registrare i sogni appena fatti in un diario anche per pochi giorni per ricordarli via via più facilmente.

I sogni più vividi di questo periodo sarebbero quindi il risultato di una fase REM più lunga, di un’accresciuta intensità di emozioni da gestire e della maggiore attenzione che ci dedichiamo al risveglio.

Dylan Selterman, psicologo sociale che gestisce un laboratorio sui sogni alla University of Maryland, ha spiegato a Vox che non esiste una teoria universalmente condivisa sulla natura dei sogni, ma che tutte racchiudono una qualche verità. Tra le tante: i sogni riflettono i pensieri preponderanti che abbiamo da svegli, servono a costruire i ricordi, consentono uno sfogo alle angosce e alle preoccupazioni, aiutano a elaborare e affrontare emotivamente le situazioni difficili della vita reale. «I sogni ci possono portare a nuove intuizioni e risoluzioni dei problemi; altre ricerche suggeriscono che possano essere terapeutici», spiega Vice.

Barrett, la psicologa che sta raccogliendo online i sogni sul coronavirus, ha studiato 640 sogni di 79 soldati britannici che erano stati prigionieri di guerra tra il 1940 e il 1942 e che erano stati registrati all’epoca dal dottor Kenneth Hopkins. Avevano in comune immagini di isolamento, quarantena e fuga, oltre alle attività quotidiane della vita prebellica di cui avevano più nostalgia. Al di là di alcuni temi facilmente interpretabili, Barrett spiega che non esistono «dizionari dei sogni» e che non è possibile interpretarli in modo troppo letterale: bisogna soppesare i dettagli e comprendere quello che significano per chi li sogna.

Sempre secondo Barrett, i sogni in questo periodo possono essere terapeutici e aiutare a capire quello che si prova di fronte alla pandemia, o al contrario possono «incastrarci in pensieri ossessivi che rendono ancora più ansiosi e distraggono dal resto»: «ripropongono una cosa orribile all’infinito. Capita spesso alle persone che soffrono del Disturbo da stress post traumatico» o PTSD, in cui un evento molto doloroso (aggressioni, torture, molestie, incidenti, battaglie) viene rivissuto nei sogni o nei ricordi.

È ancora presto per capire se gli studi dei sogni della quarantena riveleranno ricorrenze e similitudini. Nel frattempo Barrett consiglia di raccontarli: aiuta ad affrontarli e a stemperare le emozioni negative che li accompagnano e a sviluppare empatia con gli altri. Condividerli «è come arrossire: rende le persone un po’ più sincere, le obbliga a esserlo anche se non vogliono. Così si capisce meglio se uno è emozionato, a disagio o particolarmente fragile. Forse è anche a questo che servono i sogni».