È il momento di un “reddito di quarantena”?

Di fronte alla crisi economica causata dalla pandemia sempre più economisti e politici chiedono l'introduzione di nuovi sussidi universali

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)
(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

In diverse città italiane, comitati per la casa, sindacati di base e centri sociali hanno iniziato una campagna politica per chiedere un “reddito di quarantena”, un sussidio universale destinato a rimpiazzare i redditi spariti a causa della crisi economica prodotta dall’epidemia da coronavirus. Negli ultimi giorni sono stati lanciati hashtag sui social network, e striscioni sono stati appesi sui palazzi di Scampia, a Napoli, sui cancelli della sede della regione Lazio e in decine di altre città.

L’idea che la crisi economica causata dalla pandemia di COVID-19 sia un evento eccezionale che richiede misure economiche straordinarie è ormai ampiamente condivisa. Accanto alla necessità di evitare che la crisi porti migliaia di fallimenti delle imprese, trasformando la recessione in una vera e propria depressione, sempre più politici e accademici propongono di attuare misure senza precedenti per sostenere il reddito delle famiglie. Persino l’ex presidente della BCE Mario Draghi ha chiesto, in un suo apprezzato intervento sul Financial Times, di fornire un “basic income” – un reddito minimo – a tutti coloro che perdono il lavoro.

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Alcuni vanno anche oltre queste richieste di aiuto. Il dibattito sullo universal basic income (UBI), un sussidio universale, distribuito senza condizioni a tutta la popolazione, e sul cosiddetto “helicopter money“, il trasferimento di denaro creato dalle banche centrali direttamente nei conti delle persone, è tornato sulle prime pagine dei giornali e al centro delle discussioni accademiche.

Grazie all’impegno di banche centrali e istituzioni internazionali, che stanno consentendo ai governi di indebitarsi e spendere a livelli un tempo ritenuti impensabili, oggi la sostenibilità finanziaria di questi progetti non sembra più impossibile: la loro eventuale attuazione non appare più uno scenario futuristico, ma una proposta concreta meritevole di discussione e potenzialmente attuabile.

Le proposte in Italia
In Italia il dibattito sulle forme di assistenza economica universali è arrivato in ritardo rispetto a molti altri paesi. Prima dell’introduzione del REI e poi del “reddito di cittadinanza”, in Italia mancava completamente uno strumento di questo tipo: l’assistenza alle persone a basso reddito era coperta da molti interventi diversi, erogati da istituzioni ed enti differenti.

Oggi però, complice il fatto di essere stata tra i primi ad aver subito le dure conseguenze economiche della pandemia, l’Italia è diventata uno dei paesi più attivi in questa discussione. Il termine “reddito di quarantena”, per esempio, è già finito sulle pagine dell’enciclopedia Treccani, mentre numerosi esperti e centri di ricerca hanno formulato ipotesi concrete di come simili strumenti potrebbero essere introdotti.

Sostanzialmente, le proposte in circolazione ruotano intorno all’estensione e al potenziamento dei sussidi che il nostro paese già possiede: primo tra tutti il cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Nonostante il suo nome (che gli esperti di welfare utilizzano come sinonimo di “universal basic income”), il reddito di cittadinanza italiano è in realtà uno strumento fortemente condizionato, a cui non tutti possono avere facilmente accesso (per esempio non può richiederlo chi ha patrimoni immobiliari diversi dalla prima casa con un valore superiore a 30 mila euro).

A causa della sua struttura, della quantità di documentazione richiesta e dei tempi necessari per ottenerlo, inoltre, il reddito di cittadinanza è più simile a un sussidio di disoccupazione per il reinserimento nel mondo del lavoro che a un vero proprio strumento di sostegno al reddito in situazioni di emergenza.

Per queste ragioni l’organizzazione Forum Diseguaglianze Diversità, presieduta dall’ex ministro Fabrizio Barca, ha proposto di trasformarlo in un “reddito di cittadinanza per l’emergenza”: uno strumento più semplice e agile, privo di requisiti patrimoniali e destinato non solo ai percettori del normale reddito di cittadinanza, ma anche ai lavoratori atipici, ai lavoratori con contratti a tempo determinato in scadenza, ai lavoratori a chiamata e agli inoccupati a cui sta per terminare il sussidio di disoccupazione, e ad alcune categorie di lavoratori che oggi non ne hanno diritto, come ad esempio la gran parte degli stranieri residenti (secondo il forum si parla di circa 6-7 milioni di persone).

Questo strumento sarebbe semplice da introdurre, sostiene Barca, poiché sfrutterebbe la struttura già esistente del reddito di cittadinanza. Per professionisti e lavoratori autonomi, il Forum propone di allargare un altro strumento già esistente: il bonus da 600 euro, che l’INPS sta già iniziando a distribuire, potrebbe diventare un sussidio il cui importo cambi in funzione di quanto si sia ridotto il fatturato del lavoratore autonomo rispetto ai mesi precedenti.

Una serie di proposte più radicali è stata presentata da Gianmario Cinelli, ricercatore della Bocconi, e da Antonio Costagliola, vice presidente della banca d’investimento Equita. Il loro piano si concentra su come evitare il fallimento e la chiusura di migliaia di imprese (uno dei temi che più preoccupano governi ed economisti), ma contiene anche una serie di soluzioni per sostenere il reddito delle famiglie.

Cinelli e Costagliola propongono di sostituire gran parte degli strumenti di sostegno attualmente utilizzati con un nuovo reddito di quarantena, pari a 500 euro al mese per famiglia più 250 euro per ogni figlio a carico. Questo sussidio sarebbe destinato non solo ai disoccupati ma anche a coloro che non lavorano più a causa della sospensione delle attività delle loro aziende. La loro proposta avrebbe due vantaggi principali.

Il primo è economico: permetterebbe di risparmiare. Il principale ammortizzatore sociale utilizzato oggi, infatti, è la cassa integrazione, uno strumento con cui lo stato si fa carico di erogare una percentuale dello stipendio normalmente ricevuto dal lavoratore lasciato a casa o che si è visto ridurre le ore di lavoro. In caso di lavoratori con alti stipendi, quindi, la cassa integrazione può essere cospicua e costosa per lo stato. Sostituendola con un “reddito di quarantena” per la durata dell’emergenza, il governo permetterebbe ai lavoratori di continuare ad affrontare le normali spese per il sostentamento delle loro famiglie, che al momento si sono molto ridotte a causa della quarantena, e nel contempo riuscirebbe a risparmiare risorse da destinare ad altri interventi.

L’altro vantaggio di questo strumento è politico, poiché permetterebbe di aggirare l’utilizzo del reddito di cittadinanza, uno strumento per nulla apprezzato da una parte consistente dell’opinione pubblica (il leader della Lega Matteo Salvini e quello di Italia Viva Matteo Renzi, per esempio, hanno già detto di essere contrari alla sua estensione).

Cosa stanno facendo i governi stranieri
Ci sono alcuni governi che stanno iniziando ad attuare o hanno promesso di introdurre qualche forma di “reddito di quarantena”. In Danimarca, per esempio, il governo ha approvato la sospensione di tutti i limiti e gli obblighi che normalmente si applicano al sussidio di disoccupazione, mentre i requisiti per farne richiesta sono stati semplificati. Non sarà più necessario accettare proposte di lavoro, partecipare a corsi e colloqui, mentre anche coloro a cui il sussidio è scaduto continueranno a riceverlo.

Il governo danese ha anche approvato la creazione di una misura molto simile alla nostra “cassa integrazione”, ma in una forma ancora più ampia. Le imprese comunicheranno il numero di lavoratori di cui non hanno più bisogno nel corso della crisi e il governo si impegnerà a versare loro il 75 per cento dello stipendio.

Anche la Commissione Europea ha proposto di istituire una “cassa integrazione” comunitaria, per aiutare i paesi membri a pagare una percentuale degli stipendi dei lavoratori lasciati a casa. Per il momento lo stanziamento prevede 100 miliardi di euro da dividere tra i 27 stati membri.

Queste misure, però, rischiano di andare incontro agli stessi problemi della cassa integrazione italiana: pagare una percentuale fissa di decine di milioni di stipendi, compresi quelli medi e alti, rischia di essere troppo costoso anche in un momento in cui la tenuta dei conti pubblici sembra essere decisamente meno importante che in passato. Inoltre questi strumenti pongono questioni di equità sociale: in un periodo in cui le spese delle famiglie sono limitate a causa della quarantena, una parte del sussidio si trasformerebbe in risparmi da parte dei lavoratori più ricchi, mentre altri continuerebbero a faticare a far quadrare i conti.

Proposte più radicali sono arrivate dagli Stati Uniti, dove il Congresso e l’amministrazione Trump hanno deciso che verseranno ai cittadini – salvo quelli con uno stipendio medio-alto – un sussidio una tantum incondizionato pari a 1.200 dollari per ogni adulto e 500 per ogni bambino, e non escludono di ripetere l’operazione nei prossimi mesi. Il governo giapponese ha annunciato un piano simile, anche se di dimensioni molto più ridotte: un versamento di poco più di 100 dollari al mese per ogni persona per la durata della crisi (un sussidio simile era già stato erogato all’apice della crisi finanziaria nel 2009). Il primo ministro britannico, il conservatore Boris Johnson, ha detto pochi giorni fa di non escludere l’ipotesi di distribuire uno “universal basic income” in risposta alla crisi.

In Italia il governo per il momento sembra intenzionato a seguire una strategia più simile a quella del governo danese, piuttosto che introdurre un nuovo sussidio davvero universale. Il cosiddetto decreto “Cura-Italia“, il primo tentativo di introdurre misure per tutelare famiglie e imprese dalle conseguenze della crisi, si basa soprattutto sui tradizionali strumenti “discrezionali” da sempre utilizzati nel nostro paese. Qualcosa di simile a un “reddito universale”, anche se limitato a una sola categoria, è stato pensato per i lavoratori autonomi e i professionisti, che potranno richiedere all’INPS o alle loro casse di previdenza private un sussidio di 600 euro per il mese di marzo (l’unica condizione è che chi ha fatturato più di 35 mila euro nell’anno precedente dovrà autocertificre di aver subito un calo di fatturato pari al 33 per cento nel mese di marzo 2020).

Il grosso dei 25 miliardi di euro stanziati andranno a finanziare una forma straordinaria di cassa integrazione. Sono risorse che però già oggi vengono giudicate insufficienti, visto il numero di imprese che sono state costrette a chiudere. Secondo la CGIL solo nella provincia di Bergamo, la più colpita dalla pandemia, 9.500 aziende per un totale di 165 mila lavoratori hanno già fatto richiesta di utilizzare questo strumento. Il governo ha fatto sapere che la prossima settimana annuncerà le nuove misure di aiuto alle imprese e sostegno ai redditi. In molti si attendono un allargamento e semplificazione del reddito di cittadinanza, come suggerito dall’ex ministro Barca. Rimane invece da vedere cosa annuncerà sulla cassa integrazione, ora che le dimensioni dell’impegno finanziario che richiede stanno divenendo più chiare.