(Sean Gallup/Getty Images)

La proposta di una cassa integrazione europea, spiegata

È la più innovativa fra quelle avanzate dalla Commissione Europea, e l'Italia potrebbe ottenere parecchi soldi

(Sean Gallup/Getty Images)

Mercoledì la Commissione Europea, l’organo esecutivo dell’Unione Europea, ha avanzato una proposta piuttosto innovativa per gestire la crisi economica causata dalla pandemia da coronavirus. In estrema sintesi, la Commissione ha proposto di istituire una cassa integrazione europea con una dotazione fino a 100 miliardi di euro da distribuire ai lavoratori dei settori economici più colpiti nei 27 paesi dell’Unione, soprattutto in quelli in maggiore difficoltà (fra cui l’Italia). Lo strumento finanziario proposto è stato soprannominato SURE: Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency, “Un aiuto per gestire i rischi legati alla disoccupazione durante un’emergenza”.

La proposta è stata accolta con favore dai paesi che chiedevano all’Unione Europea soluzioni più decise di quelle adottate finora. Prima che possa concretizzarsi dovrà superare una serie di passaggi fra cui l’adozione ufficiale da parte del cosiddetto Eurogruppo, l’organo che riunisce i ministri dell’Economia e delle Finanze dei paesi che adottano l’euro.

Dalle ultime indicazioni, sembra che la proposta abbia buone possibilità di essere accolta sia dalle altre istituzioni europee sia dai singoli paesi, compresi quelli più scettici su altre soluzioni creative come i cosiddetti “eurobond”. «Siamo fiduciosi sul fatto che sarà adottata in tempi brevi», ha detto ieri la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Il corrispondente da Bruxelles della Stampa, Marco Bresolin, ha confermato che «le resistenze dei giorni scorsi sembrano superate», e che «SURE farà parte di un pacchetto più ampio sul quale nelle ultime ore sarebbe stato raggiunto un accordo tra Francia e Germania», cioè i leader informali dell’UE in ambito economico.

Secondo la proposta della Commissione, SURE sarà finanziato con «garanzie» – cioè soldi che i singoli stati trasferiranno temporaneamente all’Unione Europea: si parla di circa 25 miliardi di euro – che serviranno a emettere titoli e raccogliere fino a 100 miliardi sul mercato azionario. I soldi raccolti saranno quindi distribuiti sotto forma di prestito, con interessi praticamente pari a zero, ai paesi in difficoltà.

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In una recente intervista a Repubblica, von der Leyen ha fatto capire che la proposta è stata studiata per aiutare soprattutto l’Italia: «Oggi l’Europa si sta mobilitando al fianco dell’Italia», ha spiegato: «Purtroppo non è stato sempre così. Bisogna riconoscere che nei primi giorni della crisi, di fronte al bisogno di una risposta comune europea, in troppi hanno pensato solo ai problemi di casa propria. […]. È stato un comportamento dannoso e che poteva essere evitato».

Una volta ottenuto il prestito, gli stati nazionali come l’Italia avranno poi il compito di distribuire i soldi ai lavoratori dei settori più colpiti, in modo che il loro stipendio sia coperto dall’azienda soltanto in parte: è lo stesso principio della cassa integrazione. Alla fine dell’emergenza il prestito dovrà essere restituito, e i fondi di garanzia dovrebbero ritornare integralmente agli stati nazionali.

Secondo la Commissione i vantaggi di SURE sono parecchi: per prima cosa fornirebbe liquidità agli stati più colpiti in tempi relativamente brevi – sono soldi che gli stati dovrebbero comunque trovare da qualche parte, perlopiù facendo debito – mentre permetterebbe ai governi più scettici su interventi di larga scala di non versare altri soldi all’UE, ma di tenere bloccata una piccola parte del proprio bilancio (che in caso di emergenza può essere dirottata altrove). Dal punto di vista dell’immagine eviterebbe inoltre la creazione dei cosiddetti “eurobond” – anche se ne conserverebbe la forma – considerati dai paesi del Nord come un pericoloso precedente da evitare.

È ancora presto per fare calcoli, ma stando ad alcuni documenti interni visti da Euractiv, ai tre paesi che riceveranno più soldi sarà versato un massimo di 60 miliardi di euro. Realisticamente, l’Italia potrebbe ricevere una cifra paragonabile a quella stanziata dal governo nel primo decreto per arginare le conseguenze economiche del coronavirus, soprannominato “Cura Italia”.

Restano ancora diversi punti da chiarire: quali saranno i tempi per accedere ai prestiti, cosa succederà se un paese deciderà di ritirare le proprie garanzie – la Commissione ha sottolineato che i paesi saranno invitati a fornirle «su base volontaria» – e se davvero gli interessi legati ai prestiti saranno inesistenti, o se invece saranno previste ulteriori condizioni legate al bilancio nazionale, come probabilmente cercheranno di ottenere i paesi del Nord.

Bisognerà capire, inoltre, se gli aiuti europei permetteranno concretamente ai governi nazionali di evitare disastri più grandi: «ottenere liquidità aiuta, ma da sola non salverà gli stati dalla minaccia della bancarotta», aveva scritto pochi giorni fa il rispettato think tank europeo Bruegel.

La proposta sarà discussa nella riunione dell’Eurogruppo prevista per martedì 7 aprile: se sarà approvata, potrebbe essere applicata già nelle prossime settimane insieme alle altre misure esaminate in questi giorni, che sembra coinvolgeranno sia la Banca europea per gli investimenti (BEI) sia il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).