Un obitorio di Madrid, 28 marzo 2020 (Carlos Alvarez/Getty Images)
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  • martedì 31 Marzo 2020

Come sta andando in Spagna

È il secondo paese per numero di contagi in Europa, il sistema sanitario è in grave crisi e si va verso nuove restrizioni molto contestate

Un obitorio di Madrid, 28 marzo 2020 (Carlos Alvarez/Getty Images)

La Spagna è il secondo paese in Europa, dopo l’Italia, per numero di contagi totali registrati dall’inizio dell’epidemia di COVID-19: più di 85mila, di cui 12mila sono persone che lavorano nella sanità. I morti, secondo i dati del 30 marzo, sono 7.340 e la regione più colpita è quella della capitale Madrid, con più di 24 mila casi accertati di contagio e quasi 3.500 morti, seguita dalla Catalogna, con più di 16 mila casi accertati e 1.410 morti. La situazione sanitaria, scrivono i giornali locali, è molto critica.

Da metà marzo nel paese è stato dichiarato lo “stato di allarme” e sono state introdotte restrizioni simili a quelle italiane: oggi il parlamento approverà nuove misure per aiutare le persone e le aziende che si trovano in maggior difficoltà a causa delle restrizioni imposte per l’epidemia. Ma come in Italia, la decisione del blocco delle attività produttive non essenziali sta causando tensioni e problemi politici.

Stato di allarme e blocco delle attività
Lo scorso 14 marzo il governo spagnolo del socialista Pedro Sánchez aveva approvato un decreto straordinario che aveva attivato lo stato di allarme in tutta la Spagna e imposto restrizioni agli spostamenti dei propri cittadini, con le eccezioni previste anche in Italia: per andare a fare la spesa, in farmacia, e al lavoro quando necessario. Erano inoltre stati chiusi musei, monumenti, bar, ristoranti e cinema, e erano stati sospesi tutti gli eventi pubblici. Inoltre, era stata avviata un’operazione militare che prevede pattugliamenti delle strade delle principali città per monitorare il rispetto delle regole imposte dallo stato di allarme.

Con l’aumentare dei casi di contagio e dei morti, il governo ha deciso nuove restrizioni. Nella tarda serata di domenica, è stato approvato un decreto che limita ulteriormente le attività produttive, che entrerà in vigore oggi e sarà valido fino al 9 aprile. L’obiettivo è ridurre per le prossime due settimane la mobilità dei giorni lavorativi, portandola ai livelli dei fine settimana: «I lavoratori che svolgono attività non essenziali dovrebbero rimanere a casa», ha detto Sánchez.

Sempre oggi, inoltre, saranno approvate nuove misure per sostenere economicamente le persone e le aziende colpite dall’interruzione dell’attività e che dovrebbero comprendere, tra le altre cose, un piano di aiuti per coloro che non possono pagare l’affitto, il blocco degli sfratti nei sei mesi successivi al termine dello stato di allarme, un rinvio dei pagamenti dei contributi previdenziali per i lavoratori autonomi e per alcune piccole e medie imprese, e un sostegno economico per i gruppi più vulnerabili, come quello delle lavoratrici domestiche.

Tensioni politiche
Il blocco delle attività produttive non essenziali sta però causando molte tensioni. La Confederación Española de Organizaciones Empresariales (CEOE, la Confindustria spagnola) ha criticato pesantemente la decisione del governo, dicendo che «avrà un impatto negativo enorme e senza precedenti sull’economia, specialmente nei settori industriali». Gli industriali hanno poi denunciato il fatto che la decisione sia arrivata con troppo poco preavviso per poter ridurre al minimo le conseguenze delle chiusure.

Le ultime decisioni prese del governo di Sánchez, e le modalità con cui sono state prese, hanno causato molte tensioni anche a livello politico. Pablo Casado, del Partito Popolare di centrodestra, ha preso le distanze dalle ultime restrizioni del governo: ha incolpato Sánchez per la mancanza di dialogo con le opposizioni nel concordare le misure, si è schierato dalla parte degli industriali e ha minacciato di non approvare al Congresso il decreto sui blocchi delle attività (finora invece il PP aveva approvato tutte le misure del governo). L’apparente unità politica di queste settimane sembra essere «definitivamente esplosa», commenta El País.

L’accusa di Casado a Sánchez, ma anche di altre formazioni politiche all’opposizione, è che il governo si sia infine piegato alle posizioni più radicali portate avanti da Unidas Podemos, seconda forza di sinistra del paese. «Non capiamo la deriva del governo spagnolo verso le tesi di Podemos», ha detto Casado e ha attaccato in particolare un tweet di Pablo Iglesias, in cui, a suo avviso, avrebbe ipotizzato possibili espropri di settori fondamentali dell’attività produttiva. Il leader del partito di destra radicale e anti-femminista Vox, Santiago Abascal, ha a sua volta attaccato il governo per la sua «costante improvvisazione» nella gestione della crisi citando «l’ala comunista» del Consiglio dei ministri e i suoi attacchi alla proprietà privata.

Il tweet di Iglesias in questione citava l’articolo 128 della Costituzione, in cui si dice che «Tutte le risorse economiche del paese, nelle loro differenti forme e indipendentemente dalla loro titolarità, sono subordinate all’interesse generale».

Il problema sanitario
Uno dei principali problemi di gestione dell’emergenza, dal punto di vista sanitario, sembra essere la mancanza di dialogo e coordinamento delle comunità autonome, che sono simili alle nostre regioni, ma con più poteri anche in materia di sanità. El País scrive per esempio che non ci sono stati confronti ufficiali tra i vari ministeri della Salute e che manca una linea guida chiara o una mediazione del governo che la incoraggi. Ogni autonomia sta dunque affrontando la situazione con le proprie forze, e il trasferimento di personale tra i diversi servizi sanitari (necessario soprattutto in alcune regioni più colpite) richiede passaggi burocratici molto complicati in cui, per il momento, nessuna regione vuole «impantanarsi».

Lunedì il ministro della Salute spagnolo, Salvador Illa, ha detto che al momento non è stato coordinato lo spostamento dei pazienti o del personale, ma solo quello di «attrezzature e forniture» anche se, nota El País, sono stati fatti pochi progressi anche su questo fronte, a eccezione di casi specifici come quello della consegna di respiratori dalla Galizia o quello di 200 letti da Castilla-La Mancha nella Comunità di Madrid, che è quella in maggior sofferenza.

I dati sull’occupazione dei reparti di terapia intensiva a Madrid dicono che le persone che ne hanno avuto bisogno sono raddoppiate, rispetto ai numeri precedenti la crisi, e che presto triplicheranno. Un dirigente sanitario della terapia intensiva di un ospedale di medie dimensioni della regione (che ha scelto di restare anonimo) ha detto: «Siamo completamente saturi, la situazione è soffocante e avvilente per i pazienti». La situazione interna alla comunità autonoma di Madrid non è tra l’altro omogenea: ci sono i grandi ospedali della capitale che hanno più risorse, mentre nelle periferie la situazione è «angosciante», dice El País, e non ci sono stati trasferimenti né fuori dalla regione, ma nemmeno verso altri ospedali più vicini e meglio attrezzati: «Stiamo lasciando morire le persone» ha dichiarato un infermiere: «Dove sono le altre comunità?». La maggior parte delle comunità, però, non ha oramai più margini per accettare nuovi pazienti, oltre ai propri: oggi per esempio le unità di terapia intensiva degli ospedali catalani sono all’84 per cento delle loro possibilità.