Quanti soldi abbiamo dato al MES?

Secondo Salvini abbiamo pagato tra i 60 e i 120 miliardi, ma sono cifre prive di qualsiasi fondamento

La riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità, il fondo incaricato di aiutare gli stati che adottano l’euro come moneta che si trovano in difficoltà, continua a far discutere la politica italiana. Ieri, per esempio, ci sono stati momenti di forte tensione quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha riferito sul caso alla Camera e al Senato (qui trovate un po’ di foto delle due sedute); e pochi giorni prima Conte aveva annunciato di voler querelare Matteo Salvini, leader della Lega, che lo ha accusato di tradimento.

La riforma è osteggiata in particolare dalla Lega di Matteo Salvini, all’opposizione, e dal Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio, che invece è al governo: anche se nessuno dei due aveva espresso particolari obiezioni nei confronti della riforma del fondo che iniziò ad essere discussa quando erano alleati, fino allo scorso agosto. La maggioranza ora si trova così in una situazione complicata: dopo essere stata negoziata per oltre un anno e mezzo la riforma è pronta a essere approvata dagli stati dell’eurozona, ma il Movimento 5 Stelle e il suo capo Di Maio minacciano la stabilità del governo e chiedono di bloccare tutto all’ultimo minuto.

Ma qual è esattamente il problema con questa riforma? Qui avevamo provato a spiegare che cosa contiene, ma è una riforma molto complessa che introduce cose buone per il nostro paese e cose meno buone. Difficilmente nel breve termine ci saranno cambiamenti particolarmente radicali (come detto, le novità sono aspetti così tecnici che gli stessi leader politici italiani non sembrano interessati a comprendere e spiegare nel dettaglio), ma anche se le dichiarazioni apocalittiche sono esagerate, le valutazioni sulla sua utilità o meno per il nostro paese sono legittime: la riforma è stata criticata tra gli altri dal governatore di Banca d’Italia e dal capo dell’associazione delle banche italiane.

Accanto alle opinioni e alle valutazioni circostanziate, per l’appunto, nel dibattito di questi giorni circolano anche informazioni del tutto false e già più volte smentite. La più diffusa è che il MES sia già costato all’Italia 60 o addirittura 120 miliardi di euro (entrambe cifre fornite in momenti diversi da Matteo Salvini). Sono cifre completamente sballate. Il “costo” del MES per l’Italia dalla sua fondazione a oggi è pari – nella peggiore delle ipotesi – a una minuscola frazione del nostro PIL, probabilmente inferiore al punto percentuale.

Partiamo dall’inizio: quando nel 2012 venne formato il MES, si decise di attribuirgli un “capitale autorizzato” di circa 700 miliardi di euro. I sottoscrittori di questo capitale sono i paesi dell’eurozona, che sono responsabili di una percentuale del capitale grosso modo pari al loro PIL. In base a questi conteggi, l’Italia ha “sottoscritto” circa 125 miliardi di “capitale autorizzato”. Tutte queste parole tra virgolette significano che l’Italia non ha versato questi soldi. Il “capitale autorizzato” infatti è la quantità di denaro che, in caso di necessità, i manager del MES possono chiedere agli stati di versare. Ma non è mai accaduto, e a meno di eventi disastrosi – come una crisi finanziaria ben peggiore di quanto abbiamo visto finora – non dovrebbe accadere mai. In questo caso così estremo, peraltro, varrebbe comunque la regola della proporzionalità: la Germania, per esempio, è il paese che pagherebbe più di tutti.

Quello che l’Italia ha già speso per il MES, ossia il denaro che ha realmente dovuto tirare fuori dai conti nazionali, è invece il “capitale versato”. In tutto il MES ha 80 miliardi di capitale versato: la quota italiana ammonta a 14 miliardi di euro e 331 milioni. Ricapitoliamo: l’Italia si è impegnata a versare fino a 125 miliardi di euro in caso di necessità, ma finora ha sborsato soltanto 14 miliardi di euro.

Il senso di questo meccanismo è molto semplice. Grazie alla garanzia offerta dall’arrivo potenziale di 700 miliardi di euro dagli stati membri dell’eurozona, il MES può chiedere soldi in prestito ai mercati finanziari (emettendo ad esempio obbligazioni e altri strumenti) a un tasso di interesse estremamente basso. Tutti si fidano del MES, infatti, avendo alle spalle la potenza economica dei paesi dell’eurozona e l’impegno dei loro governi a versare nelle sue casse centinaia di miliardi di euro nel caso le cose si dovessero mettere male.

Con il denaro raccolto, il MES può fare prestiti agli stati in difficoltà a un tasso molto più basso di quello che quegli stati riuscirebbero a ottenere presentandosi da soli di fronte ai mercati. Nel corso degli ultimi sette anni il MES ha raccolto e dato in prestito agli stati che chiedevano il suo aiuto circa 295 miliardi di euro, e potrebbe concederne altri 410 miliardi (visto che come abbiamo visto il suo capitale autorizzato è pari a 700 miliardi). A ricevere aiuti sono stati Grecia, Cipro, Portogallo, Spagna e Irlanda.

Tornando alla nostra domanda iniziale, “quanto ci costa il MES?”, una risposta possibile è quindi “14 miliardi di euro”: la cifra che abbiamo pagato in cambio della creazione di un meccanismo che contribuisca alla stabilità europea e scongiuri nuove crisi dei debiti sovrani come quelle a cui assistemmo nel 2011 e 2012, garantendo a tutti – anche a noi – la possibilità di ricevere prestiti ingenti a tassi molto bassi qualora dovessimo trovarci in difficoltà. Non sembra un cattivo investimento, considerato che 14 miliardi sono appena lo 0,8 per cento del PIL italiano.

Ma ci sono anche altri modi di guardare al “costo” del MES. Con la spesa di 14 miliardi, infatti, l’Italia non ha solo contribuito a creare un fondo anti-crisi, ma ha anche acquistato una “quota” di quello stesso fondo. In altre parole è anche un investimento, come acquistare azioni di un’azienda. Ed esattamente come un’azienda, il MES paga ai possessori del suo capitale dei dividendi, frutto dei guadagni che ottiene raccogliendo denaro, prestandolo e ricevendo interessi da quegli stati a cui ha prestato i soldi. Visto che il MES non è un fondo speculativo, i suoi utili sono piuttosto bassi: nel 2018, per esempio, i suoi profitti sono stati pari ad appena 238 milioni di euro (di cui all’Italia spetta il 17 per cento).

Se quindi consideriamo quello nel MES un puro e semplice investimento (senza guardare ai benefici indiretti che il nostro paese ha ricevuto grazie alla maggiore stabilità dell’economia europea), l’esercizio da fare diventa quindi confrontare gli utili pagati dal MES con il costo in termini di interessi che il nostro paese paga sul debito pubblico emesso per versare i 14 miliardi di capitale pagato che spettano al nostro paese. Non sono calcoli semplici da fare, e ci sono molti fattori da considerare (senza contare che le cifre che bisognerebbe conoscere non sono tutte pubbliche), ma possiamo comunque avvicinarci molto alla cifra corretta. Ci ha provato per esempio la ricercatrice dell’ISTAT Monica Montella sul sito economiaepolitica.it.

Montella ha limitato la sua analisi a un solo anno, il 2013, e ha confrontato il costo medio del debito per quell’anno (così da avere la cifra che ci stava costando in interessi aver emesso debito pubblico per 14 miliardi di euro aggiuntivi) con il rendimento pagato dal MES. Le due cifre che risultano dalla sua analisi (che ha dati grezzi, utili soprattuto come indicatori di grandezza) è che i maggiori interessi che abbiamo pagato nel 2013 sul debito ammontano a 237 milioni di euro, mentre il ritorno diretto generato dal MES è stato pari a 48 milioni di euro. Il costo del MES in quell’anno è stato quindi pari a circa 189 milioni di euro, cioè circa lo 0,01 per cento del PIL italiano.

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